Venezia 2019. Recensione: GLORIA MUNDI, un film di Robert Guédiguian. Marsiglia non è più quella di una volta

Ariane Ascaride, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Foto: Courtesy Biennale di Venezia; foto ASAC.

(Sic Transit) Gloria Mundi, un film di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Gérard Meylan, Jean-Pierre Darroussin, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Loa Naymark, Grégoire Leprince-Ringuet. Concorso Venezia 76.
Il film più desolato e disperato di Ribert Guédiguian, già cantore della classe operaia marsigliese. Che qui registra la mutazione antropologica intervenuta in quel mondo, il turboconsumismo e il narcisismo di massa che hanno corroso ogni solidarietà e gli stessi affetti privati. Sylvie si spezza la schiena, ma non ce la fa a arginare le tensioni che stanno distruggendo la sua famiglia. Strameritata Coppa Volpi a Ariane Ascaride per la migliore interpretazione femminile Accolto male da gran parte della stamp: io l’ho adorato. Voto tra il 7 e l’8
Malamente accolto alla proiezione stampa. Accusato dalla critica giovanotta (govinastra?) di essere cinema antico, tradizionale anzi reazionario nella forma, il ritratto fazioso di un vecchio nel quale rifulgono per dignità e dirittura morale solo i vecchi a fronte di giovani sciagurati cui il turbocapitalismo ha rubato l’anima. Giovani descritti quali mostri narcisi, egotici, macchine spietate programmate per il denaro e il successo. Figuriamoci, i moltissimi ragazzi variamente accreditati al festival si sono sentiti messi sotto accusa, ma Guédiguian noi non siamo così, sei tu antico a disegnarci tali. Sicché i venti/trentenni hanno messo alla gogna Gloria Mundi e il suo autore (le battute sentite in fila andavano da ‘vietato ai minori di 65 anni’ a ‘non andatevelo a vedere per nessun motivo, è una porcata’) eleggendo invece, e a proprio santo e patrono il Franco Maresco di La mafia non è più quella di una vita:ma perché? Sto dalla parte del regista marsigliese, ovvio, che con Gloria Mundi realizza il suo film più desolato e disperato, un quadro glaciale di come ormai il nichilismo, la supremazia dell’Io, la fine delle ideologie e delle religioni laiche, l’affermarsi del turboconsumismo, la fine di ogni sistema etico abbiano corroso la stessa psiche individuale e le relazioni familiari. Espugnando il fortino degli affetti. Forse Guédiguian eccede in schematismo, ma si tratta di un dato necessario in un cinema come il suo neo-neorealista e altamente, nobilmente, didattico-didascalico. Un film-parabola con una costruzione narrativa al servizio di ciò che si vuole mostrare (e dimostrare). E se qua e là la trama finalizzata a una tesi è fin troppo evidente, il film finisce per convincere per come fenomenologicamente restituisce l’hic et nunc di quella che un un tempo fu la classe operaia e che oggi si agita smarrita e confusa in un post-, in un dopo- privo di ogni segnaletica ideologica, senza più fede, in un mercato del lavoro di ferocia darwiniana.
Se nei film degli anni scorsi di Guédiguian, Le nevi del Kilimangiaro, il meraviglioso La villa – La casa sul mare, prevaleva il tono dell’elegia, l’osservazione malinconica del mondo di ieri travolto dal cambiamento, adesso in (sic transit) Gloria Mundi ogni speranza è spenta, consumata, resta solo la presa d’atto del disastro antropologico intervenuto, la constatazione dell’apocalisse morale. Nemmeno più rabbia o indignazione, solo rassegnazione amarissima. E questo sarebbe il film mediocre dipinto da tante opinioni e recensioni veneziane? È che non ce la si fa ad accettare che un fiero cantore dell’anima operaia come Guédiguian non creda più ai suoi eroi, si sia arreso alla sconfitta della sua classe di riferimento, al suo imbarbarimento. Mentre un Ken Loach continua a credere nonosante tutto in una possibile lotta, alla resistenza umana, a un soprassalto di dignità.
Dopo più di trent’anni Daniel esce dal carcere e torna nella sua Marsiglia (da sempre la città-feticcio, l’universo socioantropologico di riferimento, il laboratorio di osservazione di Guédiguian) dalla ex moglie Sylvie, la quale nel frattempo si è come usa dire ricostruita una vita con il buon Rchard. La loro figlia Aurore è sposata con il losco piccolo imprenditore Bruno con cui gestisce un negozio di paccottiglia usata; Mathilde, la figlia che Sylvie aveva avuto precedentemente da Daniel, è appena diventata mamma di Gloria  e sta con lo sfigatissimo Nico, molti fallimentari lavori alle spalle adesso driver per Uber. Sono perennemente indebitati, Mathilde e Nico, mentre i truci Aurore e Daniel i soldi li fanno e stanno per aprire un altro negozio di robaccia però “sulla Canabière”. È a questo nucleo familiare apparentemente pacificato che Guédiguian applica il suo cinema di osservazione e disvelamento, mostrandoci via via i piccoli luridi segreti che ne uniscono/separano i componente e inquinano i rapporti interni, specie quelli tra le due sorelle (sorellastre!, ci tiene a ricordare l’orrida Aurore), mentre solidaretà e compattezza si logorano, si sfaldano. A resistere nonostante tutto è Sylvie, la matriarca, il vero perno intorno a cui tutto ruota e da cui tutto dipende, che si affanna come può a sanare le crepe che incrinano l’unità familiare. Sylvie che si spacca la schiena in un’impresa di pulizie lavando uffici e cessi. Indomabile. Eppure nemmeno lei crede più alla gloriosa classe lavoratrice, ai riti solidaristici come gli scioperi, anche lei, che intuiamo essere stata un tempo una militante, oggi ha ceduto. Gloria Mundi è il referto della caduta di una mondo, una classe, una città, del potere corruttivo del forsennato suprematismo dell’Ego cui assistiamo ogni giorno, ed è precisissimo nel raccontarci le minuscole grandi infamie, l’imbarbarimento del vivere quotidiano. La coppia Aurore-Bruno che si strafà di sostanze alterantio e potenzianti e si dà al porno di coppia da mandare in rete. Il bracci spezzato al povero uberista Nico da alcuni tipi inferociti (non lo si dice, ma l’allusione è chiara: trattasi di tassisti che intendono punire e dissuadere quello che loro ritengono un improprio concorrente). Sarà l’ex carcerato Daniel a dare, alla fine, una lezione morale, a ridare senso al mondo, in una vertigine di colpa e espiazione quasi dostojevskiana. Dietro di lui, solo macerie. Ridurre questo ritratto dell’attuale desertificazione dell’umano a cinema antico, ridurlo alla messinscena di una goffa contrapposizione generazionale, significa non riconoscere Gloria Mundi per quello che è e distogliere gli occhi dal baratro che ci addita. Con un Guédiguian al massimo della sua capacità di narratore popolare, in grado di connettere questo ennesimo racconto della Marsiglia degli ultimi allatradizione del romanzo popolare, perfino del feuilleton. Con recupero e citazione puntuale di figure e archetipi tra Victor Hugo e Alexandre Dumas: la madre costretta a prostituirsi per sfamare la figlia, il galeotto che, dall’alto della suprema saggezza raggiunta, redistribuisce colpe e meriti, tra Jean Valjean e il conte di Montecristo. Cinema inattuale, come no, l’esatto opposto e anche sano antidoto – solo per stare al concorso di Venezia 76 – del giovanottismo forzato del Pablo Larrain di Ema o della Shannon Murphy di Babyteeth. Coppa Volpi inattesa a Ariane Ascaride per la migliore interpretazione femminile, e qualcuno s’è pure lamentato. Vogliamo scherzare? Ascaride, moglie-musa-attrice totem di Robert Guédiguian, è da tempo tra le maggiori attrici eueopee e il premio se lo merita tutto.

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