Film stasera in tv: SANTIAGO, ITALIA di Nanni Moretti (dom. 15 sett. 2019)

Santiago, Italia, un docufilm di Nanni Moretti. Rai 3, ore 23,35, domenica 15 settembre 2019.
Recensione scritta dopo la proiezione al Torino Film Festival.

Santiago, Italia. L’ambasciata di Santiago del Cile

Santiago, Italia, un docufilm di Nanni Moretti. Distribuzione Academy Two. Al cinema dal 6 dicembre 2018. Voto 5

Nanni Moretti nel carcere di Punta Peuco con il militare Eduardo Iturriaga condannato per omicidio e sequestro

Credo di essere tra i pochi delusi da questo nuovo e inatteso Nanni Moretti-movie. Non ho letto che commenti commossi, entusiasti, deferenti che, francamente, stento a condividere. Sarà che sulla base di quanto annunciato qualche settimana prima della proiezione di Santiago, Italia al Torino Film Festival mi ero immaginato tutt’altra cosa: una ricostruzione rigorosa e dettagliatissima di quanto accadde a Santiago subito dopo il golpe antiAllende dell’11 settembre 1973 allorquando all’ambasciata italiana accorsero, non respinti, uomini e donne nel mirino dei militari golpisti e a rischio di internamento, tortura, morte per il loro sostegno al governo di Unidad Popular o la loro militanza rivoluzionaria in movimenti come il MIR. Uomini e donne sopravvissuti grazie alle nostre autorità diplomatiche che li accolsero in accordo, presumo, con il nostro ministero degli esteri. Con tali premesse e promesse mi aspettavo – ingenuamente? –  una grande storia, una narrazione avvincente pur nei codici del cinema del reale a metà tra il caso Perlasca e Schindler’s List, uomini buoni e giusti che si adoperano in condizioni improbe per salvare i perseguitati. Invece niente o pochissimo di tutto questo. Santiago, Italia dura 80 minuti, dei quali i primi 45-50 (non ho cronometrato, vado sull’onda del ricordo) dedicati al governo Allende e alle sue riforme. E a seguire ecco il giorno del giudizio militare – l’Armageddon, le coup -, il palazzo presidenziale della Moneda preso d’assalto dai mezzi di terra e d’aria dell’esercito, Allende morto per suicidio (questa almeno la historia official, mentre molti sono convinti dell’omicidio), l’insediamento di una giunta militare presieduta dal generale Pinochet, i rastrellamenti di militanti della gauche governativa e rivoluzionaria, il loro concentramento nello stadio di Santiago e nelle caserme, gli interrogatori, le torture, le uccisioni, i desaparecidos, bambini compresi rapiti e assegnati a famiglie adottive colluse con il nuovo regime, tutto secondo uno schema repressivo applicato in analoghe circostanze anche nei vicini Uraguay e Argentina. Orbene (anacronismo voluto: ci sono fossili linguistici che è bello riesumare), solo nell’ultima mezz’ora di film si rievoca – attraverso testimonianze dirette ma scarsissimi documenti visivi o d’altro tipo – quanto sarebbe dovuto essere il focus di Santiago, Italia: l’assalto ai muri dell’ambasciata italiana di cileni a rischio cattura e internamento, la loro accoglienza e messa in salvo da parte del nostro apparato diplomatico. In questa ultima parte è compresa la testimonianza di alcuni rifugiati che poi, con un salvacondotto ottenuto grazie al nostro ministero degli esteri (e qui nulla si dice: ci fu una trattativa con i golpisti? se sì, quanto durò?) approdarono in Italia. Dove tutti trovarono presto un lavoro e qualcuno sarebbe poi rimasto fino a oggi.
Del film colpiscono le scarne informazioni fornite e il modo di condurre la ricostruzione dei fatti: attraverso una sequenza di testimonianze interrotta solo raramente da altri materiali visivi come filmati d’epoca (oltretutto concentrati nella prima parte su governo Allende e golpe e quasi completamente assenti nella seconda sulla ‘scalata del muro’). Uomini e donne ripresi frontalmente mentre raccontano e rievocano: quelli che nel gergo del documentarismo vengono chiamati talking heads. Ora, son modi di fare cinema del reale che ricordano più i Tv7 della Rai anni Sessanta e certe pur storiche e pregevoli inchieste alla Sergio Zavoli che i nuovi linguaggi del genere. Il documentario è una delle forme cinema che negli ultimi anni si è più evoluta come emerge dai festival, dove le ‘visions du réel’ occupano un posto sempre più centrale: con certe esperienze-faro a illuminare e fare da riferimento, a partire dall’opera del sommo Frederick Wiseman il quale, come sa chiunque abbia visto un qualcosa della sua sterminata filmografia, ha abolito il ricorso ai talking heads, le ‘facce che parlano’, lasciando alla macchina da presa il compito e il dovere di raccontare, oltre che di osservare. O si pensi a un guru del documentarismo politico come Errol Morris che, basti solo citare i suoi film su Donald Rumsfeld e Steve Bannon, ricorre sì alle ‘facce parlanti’ ma contrappuntandole con massicce dosi di immagini tratte dai più vari repertori e archivi, e altre realizzate ad hoc da lui stesso. Si potrebbe continuare a lungo con esempi al cospetto dei quali Santiago, Italia sembra un esercizio formale retrò (cito solo Unas Preguntas, visto sempre al Torino FF, in cui la regista-giornalista svizzera Kristina Konrad rimonta il materiale da lei girato in Uruguay alla fine degli anni Ottanta quando fu indetto un referendum sulla legge di amnistia dei reati della giunta militare al potere tra il 1973 e il 1985. Un film immersivo, ipnotico per il suo fluire incessante di voci, parole, sussurri e grida, rumori dentro e fuori campo, e che ci restituisce la temperie di quel passaggio storico. La cinepresa entra nella corrente, vi si abbandona, rinunciando a governarla. E non si può non pensare vedendolo, anche perché il tema affrontato non è così lontano da quello di Santiago, Italia, all’enorme differenza rispetto al film di Moretti e alla sua fissità e rigidità). Davvero non si poteva fare di più? La sensazione è che in Santiago, Italia, al di là dell’adozione di codici cinematografici non proprio di fresco conio, sia troppo scarno l’apporto informativo. Di quei giorni con i rifugiati dentro l’ambasciata poco ci viene detto al di là delle singole e non così numerose testimonianze. Tra le quali solo una di un diplomatico, quella di Piero De Masi: nessun altro contributo da parte di chi era allora a Santiago e che vide, si attivò, tenne i contatti con il nostro governo. Come e quando fu decisa la politica dell’accoglienza? Qanto durò l’afflusso dei rifugiati? Quanti furono? Come si svolgeva la loro vita all’interno dell’ambasciata? Quanto restarono prima di ottenere il salvacondotto? Zero risposte. Moretti entra, se ricordo bene, solo una volta nell’ambasciata a mostrarci il salone in cui furono raccolti quegli speciali ospiti. E ci mostra solo una foto, solo una, di quei giorni. Possibile non ci fossero in giro altri documenti visivi? Spiace dirlo, ma la ricostruzione appare lacunosa e povera, lasciando ampie zone non esplorate e la frustrazione in chi guarda di non poterne sapere di più. Forse a Moretti interessava soprattutto raccogliere le voci di chi si salvò grazie ai buoni e volonterosi italiani di Santiago e farci fremere e palpitare di orgoglio e commozione, più che documentare dettagliatamente. Forse a stargli a cuore era la narrazione-rievocazione di un grande sogno della sua (non solo sua) generazione, il sogno della sinistra rivoluzionaria al potere di cui Allende fu potentissimo simbolo. Santiago, Italia si configura allora come un’operazione nostalgia, rimpianto di ciò che fu la fragile primavera cilena stroncata dalle macchinerie militari di Pinochet e truci soci.  Ancora una volta Moretti gira il suo film egoriferito benché dissimulato nella forma del docu oggettivo, solo che lo fa non più mettendo al centro un proprio alter ego, ma la propria generazione e i suoi sogni di palingenesi politica. Se il motore primo è la nostalgia, allora si spiega non solo la scarsa attitudine alla ricostruzione minuziosa dei fatti, ma anche come mai la narrazione di quanto accadde nel settembre 1973 ricalchi fedelmente quella che si affermò allora, come fissata a quel paradigma interpretativo senza il minimo scostamento o riconsiderazione (non dico revisione). Eppure sono passati 45 anni, abbastanza per rileggere i fatti con uno sguardo più distante, presbite, da osservatori più che da partecipi. Invece ci sono testimoni in Santiago, Italia che ripropongono i mantra e gli slogan e le parole d’ordine di allora come se il tempo e la storia non fossero mai trascorsi e non avessero impartito la loro lezione. Ma scusate, si può ancora ragionevolmente inneggiare a certe misure del governo di Unidad Popular come le nazionalizzazioni senza risarcimenti o il calmiere dei prezzi? Per poi stupirsi di come prosperasse il mercato nero. Mon Dieu, lo sanno anche le matricole di Economia che il blocco forzoso dei prezzi non può che creare, ha sempre creato ovunque sia stato applicato, il mercato nero. Pensare che invece il partito comunista italiano di allora mostrò, dall’alto della sua indubbia sapienza politica e delle esperienze maturate nelle tragedie del secolo, di aver capito benissimo e immediatamente l’impraticabilità della via cilena al socialismo. Meglio di tutti capì Enrico Berlinguer, che dalla parabola allendiana e del successivo golpe maturò la convinzione della necessità di un’altra strategia per la gauche italiana, e fu difatti il progetto del compromesso storico. Eppure di quella riflessione non c’è traccia in Santiago, Italia, fissato nell’eternità e nella metastoria del mito dei giorni eroici. Poi certo e nonostante tutto Moretti conferma la sua abilità nel suscitare intorno a sé buzz e hype, nel fare anche di questo film pur anomalo rispetto agli altri suoi un evento. Ed è drammaturgicamente efficace e astutissima la chiusa con il rifugiato che rimpiange l’Italia di allora che lo accolse generosamente, così diversa da quella inospitale di oggi. Poche parole subito però assurte nei media e social a manifesto e grido contro il paese incattivito e xenofobo. L’altro momento di pura morettiana genialità è quando il regista, finalmente in campo dopo tanto parlare e interrogare e interloquire fuori campo, si misura con un signore di cui poco ci vien detto se non che è in carcere per crimini commessi durante la dittatura militare. Il quale si lamenta per la faziosità dell’approccio: “Ho accettato di parlare perché mi era stata garantita l’imparzialità”. Al che Moretti ha gioco facile a ribattere con un “io non sono imparziale”, applaudito in sala e subito adottato dai suoi fans al pari del mitologico ”Di’ una cost di sinistra”. Come se fosse particolarmente audace ed eroico dichiararsi non imparziali di fronte a un aguzzino. No, non lo è, è semplicemente doveroso.

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