Recensione: C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD di Quentin Tarantino. Un grande film che si autodistrugge negli ultimi 20 minuti

C’era una volta… a Hollywood (Once Upon A Time… in Hollywood), un film di Quentin Tarantino. Con Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Al Pacino. Al cinema da mercoledì 18 settembre.Per due terzi Tarantino ci dà il suo meglio da molti anni in qua. Se nel ritrarre la Hollywood 1969 si scatena in una mirabolante rappresentazione nostalgico-citazionista, per la prima volta, con il sodalizio tra l’attore Rick e il suo bodydouble Cliff, riesce anche a darci dei personaggi veri, non solo manichini cui appendere le sue cinefilie. Ma è la pista collaterale Sharon Tate-Polanski-Manson a non funzionare e a far colare a picco l’operazione. Non ci fossero gli ultimi venti minuti, C’era una volta… a Hollywood sarebbe un capolavoro. Voto tra il 6 e il 7

Ripubblico la recensione scritta a Cannes, dove il film era in concorso (e in attesissima prima mondiale). L’ho rivisto al Festival di Locarno in agosto e devo dire che la seconda e più serena visione ha confermato tutte le nie riserve sulla parte finale.mPer il resto, noin c’è che da inchinarsi alla mestria di Quentin tarantino.

Su quanto mi sia costato in ore di attesa fuori dal Palais non sto più a dire. Basta. Finalmente son stato ammesso alla visione, anzi alla contemplazione del CAdGM, Capolavoro Annunciato del Grande Maestro, vedo scorrermi davanti negli ormai stracommentati 70 millimetri – si sa che il Maestro ama il materico e l’analogico onde rifare nella sua bulimia citazionista al massimo della filologia e della fedeltà pezzi del cinema passato – i 159 minuti, 2 ore e 39, di un film sbalorditivo per tecnica, messa in scena, passione cinefila (updating: nella versione ora nei cinema la durata è di due-tre minuti in più, grazie a un nuovo editing nel frattempo messo a punto da Tarantino). Ci si entusiasma, pur da spettatori scafati e disincantati che tutto hanno visto e ormai non si aspettano più di essere sorpresi, per almeno due terzi di un film che già nel titolo doppiamente cita e omaggia. Ovviamente C’era una volta il West e C’era una volta in America di Sergio Leone. Si è pronti in corso di visione a gridare al capolavoro, a dare al pur non simpaticissimo e vanaglorioso Quentin tutte le palme presenti e future quando il film, arrivando all’inevitabile resa dei conti narrativa dopo tanto adorabile e mirabile cazzeggio, implode e negli ultimi 15-20 minuti devia verso la Storia controfattuale, capovolta, in un gioco chiuso in sé, puramente celibe, neanche granché coerente con quanto s’è visto fino a quel momento, neanche capace di farci intuire e scoprire un altro strato di verità sotto quelle ufficiali. Con oltretutto esibizioni di pulpismo tarantiniano fino all’autoparodia però squinternatamente applicato in una cornice cronachistica che non può che renderli incongrui e insopportabili (dico: quel lanciafamme. E siamo nel 1969, a Los Angeles, ma vi pare che polizia e inquirenti non facciano una piega? Ma Quentin, mica siamo nell’immaginario West di The Hateful Eight). Il punto e il senso dell’operazione, si dirà, sta proprio lì, in un film che già dal suo titolo si annuncia e dichiara come fiaba, racconto fantastico, riscrittura liberissima della Storia. E voglia fanciullesca di happy end. Però, perché tanto realismo anzi iper realismo nel restituire, anche con affetto, anche con lo scrupolo dello studioso e dell’appassionato, un anno nella vita dell’America e di quella Hollywood, il 1969, se poi devii clamorosamente in un universo parallelo? La sensazione è che Tarantino, che pure conosciamo prima che come regista come strepitoso sceneggiatore e storyteller, stavolta sia scivolato sulla costruzione drammaturgica, non riuscendo a connettere prima e seconda parte. Cadendo nell’errore prospettico di scambiare un anno nella vita di Hollywood, peraltro ancora ben nitido nella mente di molti, in un genere cinematografico a sé, in puro mito, favola, leggenda, riattraversabile e ri-raccontabile e ri-usabile secondo quei modelli liberamente, anarchicamente citazionisti che proprio lui ha messo a punto. Ma il 1969 in America, a Hollywood, non è un genere, non è un western, non è il combat film, di cui puoi riprendere forme e codici e linguaggi per farne quel che vuoi. La Storia è la Storia e lo sbaglio di Tarantino è il non averlo capito, l’aver omologato il tempo storico a quello mitico. Sbaglio capitale che inficia tutta l’operazione.Ma prima della caduta, quanta roba bella, bellissima, da lustrarsi gli occhi. Rick Dalton, già star di una popolare serie tv western, al cinema non ha mai brillato e adesso non è più neanche nel pieno della carriera, anzi avverte il declino. E l’incontro con un produttore lo manderà in crisi. Per sua fortuna c’è, quasi un fratello, quasi un alter ego, il suo bodydouble, lo stuntman, il ‘cascadeur’ Cliff Booth, solido uomo assai centrato senza il quale Rick  non potrebbe non solo lavorare ma nemmeno vivere. E questa relazione tutta virile e senza alcuna implicazione gay è meravigliosamente raccontata da Tarantino e da lui fortemente sentita. Talmente indistruttibile e osmotica, che i due finiranno per convivere nella casa di Rick pur in presenza della sua nuova moglie (italiana, di nome Francesca Capucci, conosciuta nei mesi un cui è stato a Roma per girare spaghetti western con Sergio Corbucci e Antonio Margheriti). Funziona benissimo la coppia Leonardo Di Caprio (il divo) e Brad Pitt (il suo stuntman). Chemistry perfetta, con Pitt che si dimostra (lo sapevamo da parecchio tempo, ma questa è la conferma definitiva del suo finora sottostimato talento – è il problema dei troppo belli) in grado di infinite sfumature e sottigliezze pur nel ruolo di un rude macho veterano di guerra e pronto a menare quando il caso. E lo scontro maschioalfico su un set tra lui e un fanatico Bruce Lee – la figlia si è molto arrabiato per come Quentin ha trattato il genitore – è un pezzo memorabile di tarantinismo. Il vero asse del film è la loro storia comune, il loro stare lontani per poi riavvicinarsi sempre, ed è la prima volta mi pare di ricordare che Tarantino si interessi tanto ai personaggi, alle loro turbe, malinconie. Alla paura di invecchiare e diventare un has-been di Rick. Personaggi, non solo grucce cui appendere tutti i vizi e vezzi manieristici e citazionistici che gli conosciamo. Se questa è la novità vera, Tarantino non la sfrutta adeguatamente, forse temendo di rinunciare troppo al suo cinema così come si è andato a configurarsi nel tempo. Lasciando però intuire un Tarantino futuro più riflessivo, più interessato all’esistenziale oltre che ai giovanottismi nerdici-cinefili. Le storie intrecciate e comunicanti di Rick e Cliff sono anche l’ovvio pretesto per un clamoroso, visivamente, viaggio nella Hollywod com’era quell’anno e nella tv sua antagonista. Potete immaginare che cosa cavi Tarantino dal set western su cui Rick sta lavorando (e geniale il regista che vuole trasformarlo in una specie di hippie western “per fare del 1869 il nostro 1969”) o del suo viaggio a Roma nello spaghetti western. Mentre prende corpo la fondamentale quanto irrisolta trama collaterale dei vicini di casa, la coppia Sharon Tate-Roman Polanski, lui reduce dall’immenso successo di Rosemary’s Baby, lei da film di molti incassi come La valle delle bambole e il quarto della serie Matt Helm. Coppia che Tarantino ci restituisce nel suo glamour, come un pezzo di Swinging London (quegli jabot di Roman!) importata in California, ibridata con la controcultura di San Francisco, e quel party bordopiscina dallHugh Hefner di Playboy resta un pezzo di cinema, ebbene sì storico-antropologico, memorabile. Ma le esibizioni muscolari di bravura sono tante. Al vertice la grandiosa sequenza di Cliff nel ranch occupato dalla sinistra comunità di Charles Manson (che intravediamo per un attimo a inizio film compiere una specie di sopralluogo in casa Polanski). Basta questo a Tarantino per mettere in luce il lato oscuro e selvaggio, istintuale, distruttivo e omicida della subcultura hippie, tutta la tenebra che si celava sotto gli apparenti pacifismi, amoreliberismi, dilatazioni lisergiche della coscienza. Parte enorme, in cui Quentin non dimostra solo il suo smisurato talento di metteur en scène ma anche una consapevolezza elevata di quei tempi ambigui di radicale trasformazione collettiva. Fino a qui C’era una volta… a Hollywood è un capolavoro. Della balorda deviazione e deragliamento finali ho detto. Si esce con la sensazione dell’occasione mancata. Peccato.

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Una risposta a Recensione: C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD di Quentin Tarantino. Un grande film che si autodistrugge negli ultimi 20 minuti

  1. chiccoconti scrive:

    Buongiorno, Non mi è chiaro il “perché” della critica agli ultimi 20 minuti: in fondo anche “Bastardi senza gloria” aveva un finale che deviava molto – e molto di più – dalla storia ufficiale. Anche questo film, come “Bastardi”, può essere interpretato come un’ucronia; e anche questo film denuncia chiaramente l’intendo di costruire un altro finale, ben più lieto, a una storia che evidentemente Quentin non riesce a digerire. O, invece, secondo lei il problema non sta tanto nello scarto in sé dalla Storia, ma nel come lo fa?
    Attendo, se vorrà, una sua risposta. Grazie

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