Film stasera in tv: DOCTOR STRANGE (dom. 22 sett. 2019, tv in chiaro)

Doctor Strange, Italia 1, ore 21:18. Domenica 22 settembre 2019. Prima tv.
Recensione scritta all’uscita del film.
nullnullDoctor Strange, un film di Scott Derrickson. Con Benedict Cumberbatch, Chiwetel Ejiofor, Rachel McAdams, Benedict Wong, Tilda Swinton, Mad Mikkelsen, Benjamin Bratt, Michael Stuhlbarg.
nullUn prodotto Marvel sempre supereroistico, ma molto meno robotico del solito. Con una consistenza umana più accentuata. Con poteri mistico-esoterici e meno ipertecnologici. Con attori eccellenti (da Benedict Cumberbatch a una strepitosa Tilda Swinton in un’altra delle sue metamorfosi). Un film che tenta di riposizionare il genere a uso di un pubblico meno ragazzinesco e più adulto. Missione riuscita (ma adesso stiamo a vedere il box office). Voto 7
nullSì, è davvero molto buono questo ultimo Marvel movie. Non so se sia il migliore dai tempi di The Avengers come si continua a ripetere a mo’ di mantra in tante recensioni, certo è che stabilisce una cesura, una frattura, nella lunga serie di supereroistici anche belli, anche bellissimi, ma inesorabilmente copie conformi fabbricate dalla stessa matrice. E sempre con un che di meccanico, di robotico non solo nei loro protagonisti così ultraumani da non essere più umani, ma nei congegni pur oliatissimi della narrazione, implacabili e impersonali come cronometri. Una brillante battuta di Doctor Strange suona più o meno: gli altri son film di arti marziali, questo di arti mistiche. Il che una qualche idea della differenza la dà. Certo, aggiungo io, con le arti mistiche ci dobbiamo pure sorbire un bel po’ dello sciocchezzaio new age fatta di energie liberate e rimesse in circolo in ashram nepal-tibetani, serenità interiori perse e poi ritrovate grazie a guru di vario tipo, testi sacrosapienziali in grado di aprire nuove porte della percezione, meditazioni dagli effetti fantasmagorici e pure psichedelici, e così continuando come in un qualsiasi raduno frikkettonistico anni Settanta con ampio uso di sostanze alteranti. E però almeno ci togliamo di torno lo sbrang-sbrang di navi spaziali che collidono, armi letali e ultratecnologie del solito superhero-movie, e stavolta l’umano, anche per via di qualche meditazione ashramica, resta tale, conserva le tracce del proprio essere, e non regredisce o trasmuta a umanoide. Nonostante si parli qua e là di scemenze tipo il multiverso al posto dell’universo, a sottolineare la pluralità dei mondi e delle dimensioni, la complessità dello spazio tempo ecc. ecc., Doctor Strange conserva incredibilmente un tono più adulto e non così ragazzinesco come tanti altri pur pregiatissimi prodotti Marvel e compagnia. I dialoghi son di persone che sanno quel che fanno e sembrano – nella prima parte almeno – stare in un mondo passabilmente normale, persone fatte di carne e non di carta (o in digitale). Tutto il lungo prologo è lontano dal supereroismo e dal superomismo (a parte l’ego ipertroficissimo del protagonista), e gli attori vivaddio son di serie A, gente che sa recitare, sa muoversi, sa far respirare il proprio personaggio. Qui non ci sono bambocci e bambocce, il che contribuisce a fare di Doctor Strange un prodotto meno naturalmente indirizzato ai teenager e un po’ più (ma solo un po’) a un pubblico maturo e riflessivo, e anche più femminile. Il che potrebbe essere un vantaggio al box office, ma anche l’opposto. Il rischio è che lo spettatore adulto che di sé ha un’alta opinione – opinione che lo frena dall’andarsi a vedere un film-giocattolo – comunque lo snobbi, e non vada a compensare il prevedibile minore entusiasmo degli adolescenti. Ma sarei lieto di essere smentito.
La storia, a grandissime linee: Stephen Strange è un neochirurgo di eccellenza, un’autorità mondiale nel campo, solo autoriferito, insopportabile, un vero stronzo con i colleghi e pure con i pazienti. Poi ha un incidente con la sua Lamborghini. Recupererà sì, ma non la funzione più delicata e per lui fondamentale, l’uso delle mani. Non sarà più il chirurgo numero uno! Dovrà dire addio alla gloria e alla fama! Ed è dramma, naturalmente, finché gli arriva, o meglio si procura, la soffiata giusta. Vada a Kathmandu (ah, il Nepal, meta privilegiata degli strafattoni anni Sessanta e Settanta), vada in quel posto dal nome impronunciabile, si rivolga al guru che lì pratica e insegna. Mica gli sarà facile trovare il monastero ben nascosto, ma lo troverà. E con il guru – una strepitosissima Tilda Swinton più mutante che mai, stavolta in versione androgina e pelata che strappa l’applauso e ruba il film a tutti – il nostro Strange si sottoporrà a un duro tirocinio, a esercizi oltre l’umano, a prove iniziatiche di terzo, quarto, ennesimo tipo, finché potrà avere l’accesso a una misteriosa fonte di energia in grado non solo di ridargli l’uso delle mani, ma di rigenerarlo conferendogli, ebbene sì, dei perfettamente marvelliani superpoteri. Non sto a spiegare l’incasinato intreccio, il guru che è buono ma forse no, che forse sta dalla parte del Bene ma forse del Male (ah, Tilda, con quella maschera soavemente ambigua come ci depisti!), i tre santuari che si oppongono alle forze distruttrici e stanno a Londra, New York e Hong Kong, consentendoci così un bel giro del mondo insieme al nostro eroe e lo spettacolo di grandiose battaglie in aree metropolitane. Miracolosamente, il film riesce a contingentare in dosi sopportabili le solite sentenziosità new age, e a usarle come mero materiale narrativo, come innesco di racconto, senza in fondo prenderle troppo sul serio. C’è anche un’inconsueta classe nell’uso delle truccherie digitali. Tutta la parte psichedelica è puro trip anni Sessanta-Settanta, con molti debiti e riferimenti a certi film indipendenti americani fuori di testa a base di peyote, lsd e cosacce consimili, oltre che a Odissea nello spazio che quell’immaginario sdoganò a uso delle masse. E i panorami urbani – palazzi di ottocentesca solidità borghese, grattacieli, cose da archistar – che si piegano e si arrotolano su ste stessi come papiri scaraventando i personaggi – perlopiù impegnati in combattimenti all’ultimo sangue – di qua e di là, destano ooh di meraviglia, occhieggiando da una parte a Inception (un capolavoro immenso che continua a lavorare sottotraccia nelle nostre teste e nel cinema contemporaneo) e dall’altra alle ipnotiche e labirintiche architetture grafiche di Escher. Convincono meno le parti più classicamente alla Avengers come lo scontro finale con il genio del Male, a conferma per via contraria della diversità di questo film. Grande cast. Benedict Cumberbatch sa unire il fisico del ruolo alle abilità recitative che gli conosciamo, Mad Mikkelsen quale villain-ma-non-troppo è così bravo da trascinarci quasi dalla sua parte. E poi c’è Tilda, in un’altra delle sue metamorfosi, che neanche Lon Chaney (confrontatela qui, in Snowpiercer e in Grand Budapest Hotel e sappiatemi dire).

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