Film stasera in tv: LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino (dom. 22 sett. 2019, tv in chiaro)

La grande bellezza di Paolo Sorrentino, Iris, ore 23:22. Domenica 22 settembre 2019.
Quella mandata in onda stasera è la versione di 145 minuti apparsa nei cinema nel 2013 citrca, non quella estesa di 171 minuti.che Paolo Sorrentino ha rimontato qualche anno dopo.

Recensione scritta dopo la proiezione a Cannes 2013.01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito-700x466La grande bellezza, regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka. In concorso.02_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_2-700x466Le analogie con La dolce vita e molto altro Fellini (Otto e mezzo, Satyricon, Roma) sono lampanti. Anche qui c’è un giornalista che ci guida nei cunicoli, nei palazzi e nelle suburre di una Roma santa e puttana, ma più la seconda che la prima. A Cannes per La grande bellezza c’è stato un uragano di applausi e qualcuno già spende la parola capolavoro. Ci andrei cauto. Il talento visivo di Sorrentino non si discute, ma questo è un film che non riesce a darsi un centro e a farsi narrazione vera. Resta un cumulo di frammenti, alcuni sublimi (tutta la parte con la Ferilli è meravigliosa) e molti altri esecrabili (l’episodio finale con la santa è tremendo, una barzellettaccia). Difficile dare una valutazione. Intanto direi: voto 6+05_Sabrina_Ferilli_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_6-700x466Se l’applausometro vuol dire qualcosa, allora questo nuovo film di Paolo Sorrentino si piazza in pole position per la Palma d’oro. Nessun altro ha ottenuto finora tanti e tanto convinti applausi alla proiezione stampa, presenti i più schifiltosi giornalisti di cinema del mondo. Metti pure che a fare da traino e da grancassa, e anche da claque, siano stati i molti italiani, però la sensazione è stata quella del successo netto, e lo dico io che pure per La grande bellezza non sono impazzito. Ho visto su facebook e soprattutto twitter che già si spende la parola capolavoro. Avrei parecchie riserve e starei sul cauto. Il talento visivo di Sorrentino è immenso, lo sappiamo, lo abbiamo visto in tutti i suoi film precedenti, massimamente in Il divo, la sua capacità di montare affreschi grotteschi, goyeschi, notturni e corruschi è acclarata. La grande bellezza conferma tutto e di più del suo autore, si colloca anzi come il suo film più ambizioso e complesso, come il paradigma della sua visione di cinema, del suo modo di farlo, pensarlo, deformarlo. Purtroppo conferma anche la reticenza di Sorrentino allo storytelling, ad abbandonarsi alla narrazione per privilegiare invece l’immagine e l’immaginifico, piegando e subordinando il racconto all’invenzione visiva. Che cos’è questo film? Come diavolo lo si può anche solo sommariamente definire, raccontare? Sì, certo, il film è Roma, ed è il suo protagonista, Jep Gambardella, scrittore di un solo romanzo e poi pigramente adattatosi al lavoro e alla vita di cronista mondano massimo. Non avrei comunque mai pensato che scrivendo per un giornale, e scrivendo cronache mondane, si potesse diventare così ricchi, avere una casa come quella di Jep con terrazza con vista sul Colosseo. Evidentemente devo aver conosciuto altri giornali e altre redazioni, molto diversi e lontani dal mondo di Gambardella. Lo so che bisognerebbe proibire per legge l’aggettivo felliniano (e anche kafkiano, pirandelliano ecc.), ma come si fa a non usarlo per questo lavoro di Sorrentino? Che si direbbe abbia ripassato per l’occasione tutto Fellini, ma in particolare La dolce vita, Otto e mezzo, Toby Dammit, Roma e Satyricon, cioè il meglio. I mascheroni, i pupazzoni e i rari umani che percorrono la sua Roma sembrano La dolce vita 2.0. Quel film, ricordiamolo, vinse qui a Cannes la Palma d’oro (giuria presieduta da Georges Simenon con, tra i componenti, anche Henry Miller, come ha rievocato recentemente in un bellissimo articolo Todd McCarthy sull’Hollywood Reporter), e chissà mai che ci sia una replica. Della Dolce vita si riprende la struttura, e l’espediente narrativo, quello di un giornalista che Roma la conosce e la percorre nei suoi meandri oscuri, nei suoi cunicoli, nei suoi palazzi e nelle sue suburre. Allora era Mastroianni (in un personaggio ispirato, vuole la leggenda, a Gualtiero Jacopetti), stavolta è Toni Servillo. Come quella Roma, anche questa è santa e puttana, ma più la seconda della prima.

Aristocratici, plebei, suorine e pretini, cardinali, signore dei salotti e principesse dell’aristocrazia nera. Aspiranti scrittori, aspiranti scrittrici, escort, cocainomani, spogliarelliste, artisti e artiste, saggi e folli. Attraverso Jep Gambardella attraversiamo tutti i mondi di quella città-mondo che continua a essere caput mundi. Sorrentino ci stordisce con sequenze di bellezza abbacinante, soprattutto quelle dedicate alla città, in una sorta di vedutismo sublimato. Ma il film, volutamente frammentato, ondivago, rapsodico, resta un cumulo di blocchi e pezzi che non si saldano mai, che non si perdono e non si fondono in un insieme, come invece accadeva a La dolce vita di Fellini. L’impressione è di una film smisurato, ma come costruito sulle sabbie mobili, a rischio costante di sgangheratezza. Ci sono cose sublimi, ma anche troppe scorie, e momenti francamente esecrabili. L’incipit (il canto, l’acqua, le rovine) è notevole, e il passaggio brusco alla festa orgiastica (con una Serena Grandi-Saraghina) per i 65 anni di Gambardella è un urlo, una scarica ad altissima tensione. Tutte le scene discotecare sono un incubo di volgarità assai ben riuscito, una discesa all’inferno, un sabba reso con strepitose invenzioni visive e potenza di stile. La parte con Sabrina Ferilli, meravigliosa creatura, bella e straziante, non la si dimentica: l’incontro al club del padre, la festa cui partecipa con Jep, la visita notturna al palazzo, il funerale del ragazzo suicida. E il recupero della Ferilli a questo cinema è uno dei meriti di questo Sorrentino. Ma ci sono cose meno riuscite, anzi fastidiose, anzi insopportabili. Tutta l’ultima parte con la santa in visita romana è tremenda, una barzellettaccia dilatata chissà perché a episodio portante. I fenicotteri sul terrazzo non si reggono proprio e fanno insostenibile simbolismo anni Sessanta da film da cineforum. Certe sentenziosità nei dialoghi, soprattutto quando Jep è in vena colto-citazionista, si reggono ancora meno. Anche il mago con giraffa non è granchè, lo stesso la bambina-artista. Quello che non viene mai meno è l’occhio di Sorrentino e la sua capacità quasi naturale di fare cinema, di trasformare in cinema tutto quello che guarda e che tocca. Ma i capolavori, temo, sono un’altra faccenda. Gli attori: un esercito, tra parti maggiori, minori, comparsate eccellenti (ci sono nella parte di se stessi, per dire, Fanny Ardant e Antonello Venditti; Verdone invece fa, benissimo, l’amico sfigato e non riuscito di Jep). Isabella Ferrari fa la milanese in visita romana ed è più bella che mai. A Jep che le chiede che lavoro faccia lei risponde: “sono ricca”, ed è forse la battuta migliore. Mi sa che di questo film si dovrà riparlare un po’ più avanti, a bocce ferme, e fuori dalla frenesia del festival.

Aggiornamento del marzo 2018.
Torna stasera in tv quello che, piaccia o meno (e gli haters continuano a essere legioni), è il maggiore film italiano di questa decade. L’unico che si sia imposto in tutto il mondo e ce l’abbia fatta a rinnovare, almeno per lo scintillio di un attimo, i remoti fasti del nostro glorioso cinema della Golden Age, quello dei Fellini, Antonioni, Visconti. Zero premi a Cannes 2013, dove La grande bellezza – titolo ormai entrato nel lessico comune – fu presentato in prima mondiale, ma poi riconoscimenti dappertutto. L’Efa come migliore film europeo. L’Oscar di migliore film in lingua straniera. L’inclusione da parte del British Film Institute nella lista dei cento migliori film degli anni Duemila. E se chiedi a uno straniero di dirti il titolo di un nostro film recente la risposta sarà inevitabilmente: La grande bellezza, nient’altro. Si rassegnino gli odiatori, che furono un’enormità soprattutto in Italia fino dalla sua uscita. Per quanto mi riguarda, non ce la faccio né ad amarlo né tantomeno a considerarlo un capolavoro imprescindibile, trovandolo così programmaticamente e sfacciatamente altoautoriale fino al compiacimento, anzi all’esibizionismo, narcistico. C’è parecchio, troppo, di insopportabile, dal greve simbolismo di giraffe e fenicotteri in una Roma ovviamente metafisica, alla visita della Santa, ma anche, specularmente, molto di sublime, o di qualcosa che al sublime si avvicina. Insostenibile, tronfio, eppure come non si fa a non amare la straziante Sabrina Ferili nella sua migliore interpretazione di sempre. O quel penetrare di notte nei palazzi delabré e fantasmatici. E non si dimenticano i ritratti della nuova volgarità incastonati in una città mai così fascinosa e funerea, se non nella Dolce vita di Fellini (e nel suo Roma). Fellini cui, sarà luogo comune dirlo ma proprio non si può non farlo perché è semplicemente la verità, Paolo Sorrentino guarda fisso, Medusa da cui non riesce a distogliere lo sguardo, finendo con il riproporlo e ricalcarlo in infiniti modi. Peccato che questa di stasera sia la prima versione vista al cinema, scorciata a 142 minuti. Perché un paio di anni fa è circolato per qualche giorno in qualche sala il final cut di Sorrentino, con il ripristino di trenta minuti precedentemente tagliati. Versione che ristabiliva La grande bellezza nella sua dimensione originaria e naturale, ridandogli quel ritmo, quel respiro interno con cui era stato concepito e realizzato. Intanto prepariamoci al nuovo Sorrentino di Loro, su Berlusconi e bunga bunga, di cui proprio oggi è stato rilasciato il primo trailer, e che andrà probabilmente in concorso al prossimo Cannes.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.