Film stasera in tv: FURY di David Ayer (venerdì 4 ottobre 2019, tv in chiaro)

Fury di David Ayer, Rai 4, ore 21:19. Venerdì 4 ottobre 2019.
Brad PittFury, un film di David Ayer. Con Brad Pitt, Shia LaBeouf, Michael Peña, Logan Lerman.
Logan Lerman1945. Gli americani avanzano verso Berlino, ma i tedeschi non si arrendono, colpiscono ancora. Gli ultimi mesi della seconda guera mondiale visti attraverso un gruppo di soldati scelti incaricati, sul loro tank, delle missioni più difficili. Un bellico con dentro molto della tradizione, ma che tiene conto anche della lezione di Tarantino, di Spielberg e dei molti film sulle guerre asimmetriche in Iraq e Afghnistan. In uno stile acceso, visionario. Un film di fuoco e fango. Voto 7 e mezzo
Norman (Logan Lerman) and Wardaddy (Brad Pitt) in Columbia Pictures' FURY.Com’è possibile girare, oggi, seconda decade del millennio terzo, un bellico sulla WWII? Oggi che la metà del pubblico potenziale – e dicendo la metà sono benevolo e ottimista – non sa nemmeno cosa sia quella guerra, confondendola con la prima mondiale, o magari con quella di Corea e Vietnam, o con un qualsiasi fantastico wargame proiettato su megaschermo. Ci ha provato l’intemerato Quentin Tarantino già la scorsa decade (come passa il tempo, mammamia) con Inglorious Basterds, ma tarantinizzando fino a cannibalizzare e rodere dall’interno il war movie, riducendolo a sé e alle proprie ossessioni, e dunque destoricizzandolo e spostandone il focus, al punto che si potrebbe definire IB un film, più che sulla WWII, sulla persistenza del nazismo nell’immaginario d’Occidente (che, scusate, non è la stessa cosa). Allora, massimo rispetto per David Ayer, uno bravo, e però cineasta di quel cinema macho-muscolare sempre vilipeso dai critici dei salottini buoni e dunque a costante rischio di sottovalutazione (eppure Ayer è stato lo sceneggiatore del meraviglioso Training Day, meritato Oscar a Denzel Washington, e poi regista in proprio di Harsh Times e di uno dei migliori polizieschi degli ultimi anni, End of Watch con Jake Gyllenhaal): massimo rispetto per lui, dicevo, che si butta coraggiosissimamente con questo Fury in un genere desueto e fuori corso, e poco amato dal pubblico odierno, come il bellico sulla seconda guerra mondiale che ha avuto il suo apice nei remoti anni Sessanta con cose quali Il giorno più lungo. Fury è un oggetto cinematografico assai interessante e complesso, per come cerca di aggiornare il war movie e riposizionarlo sulla sensibilità di oggi. Mantiene il nocciolo duro dell’eroismo machista e del patriottismo, dell’America Impero del bene in lotta contro l’Impero del male, anche se con necessarie sfumature per non urtare la smorfiosità liberal-politicamente corretta dei signorini snob d’America e Europa (e però la parte finale vivaddio è inequivocabile: un manipolo di ‘nostri’ ragazzi a far da bastione contro forze nemiche e crociuncinate soverchianti, fino al martirio se necessario). Ma sposa anche, soprattutto nella prima parte, quella narrazione sulla WWII, e su molti altri conflitti, che si è imposta in America e Europa da qualche decennio in qua, della guerra come massacro insensato, bagno di sangue e di fango, inumano sacrificio di ragazzi mandati a morire per obiettivi spesso oscuri. Attenendosi in questo al cambio di paradigma ri-stabilito a suo tempo da Steven Spielberg con Salvate il soldato Ryan (il quale a sua volta riprendeva il filone del cinema militar-pacifista, da All’Ovest niente di nuovo al Kubrick di Orizzonti di gloria). La lunga, bellissima e uncinante sequenza iniziale, con quella carrellata che ci mostra ogni metro del campo di battaglia, ogni tank squarciato e fumigante, ogni cadavere sventrato e spezzato e ormai confuso nel fango grigio, nel suo iperrealismo così insistito da farsi allucinazione e incubo, molto deve allo sbarco sulle coste di Normandia del film di Spielberg, e anche all’estetica neo-grandguignolesca di Tarantino, come no. Cui si aggiungono elementi narrativi e stilistici più nuovi e recenti derivati dai vari film su Iraq e Afghanistan. Ayer ci mostra una pattuglia di soldati penetrare con i loro tank sempre di più a fondo in una Germania devastata e vicina alla resa, ma non doma, non ancora sconfitta. Dove ogni villaggio, ogni fattoria, ogni città può nascondere cecchini irriducibili e letali. Dove anche il più innocuo dei civili può tramutarsi in un combattente, e il territorio appare estraneo, misterioso, infestato da fantasmi armati pronti a rimaterializzarsi e colpire. Un clima paranoico, di minaccia incombente, di intrappolamento, che negli ultimi anni abbiamo ritrovato in parecchie produzioni sulle guerre asimmetriche – con un nemico nascosto chissà dove e pronto a colpire chissà come e quando – in Iraq, Afghanistan e prima ancora Somalia. Film come The Hurt Locker, Zero Dark Thirty, Black Hawk Dawn, American Sniper, con i loro americani scagliati un in universo remoto e indecifrabile di cui non conoscono i codici e le regole, santuario di avversari invisibili e inconoscibili. Un paradigma narrativo che David Ayer applica alla WWII, riprendendo l’avanzata alleata spesso dall’interno dei tank (e sembra l’israeliano Lebanon, vincitore qualche anno fa di un Leone d’oro a Venezia), e perfino in soggettiva, dal punto di vista, e dall’interno della mente, dei suoi personaggi. Risultato notevole, che eleva Fury parecchio al di sopra del pur onesto cinema di genere e ne fa qualcosa di assai personale e autoriale: mentre il racconto segue tracciati tutto sommato più tradizionali. Sotto il comando del burbero Don Collier detto dai suoi Wardaddy (un Brad Pitt definitivamente consegnato alla maturità, con una faccia spiegazzata da veterano di Hollywood) un tank – se ricordo bene, Fury è il suo nome – raccoglie un pugno di uomini assai addestrato e decisi a tutto cui vengono affidate le missioni più difficili. C’è quello sempre con la Bibbia in mano, l’ispanico tutto coglioni, lo sparatore scelto. Tra di loro arriva un ragazzino arruolato solo poche settimane prima come dattilografo e scagliato in quella unità scelta per rimpiazzare uno fatto fuori in combattimento (si presume, nella battaglia di cui vediamo cadaveri disseminati e machine ridotte a scheletro e perfino cavalli vaganti e impazziti nella scena d’inizio). Potete immaginarvi gli scherzacci goliardici e i piccoli riti d’iniziazione per la recluta (per prima cosa gli tocca pulire il sangue e i pezzi di cervello del suo predecessore ammazzato). Che poi naturalmente diventerà un soldato fatto e finito. Fino allo scontro finale, bene contro male, i nostri a difendere da soli uno strategico crocevia da una colonna avanzante di tedeschi. Visti naturalmente come gente che, anche se prossima alla sconfitta, non molla mai (fa parte del cliché). Non manca nemmeno l’iniziazione amorosa, per il ragazzo, con una tedesca. Gli stereotipi, soprattutto sui nazi, sono persistenti e abbondanti, e su questo versante Fury non fa molti passi avanti. Mentre ne fa parecchi laddove si tratta di ridisegnare il paradigma del cinema sulla WWII. Anche se, nonostante gli adeguamenti e gli aggiornamenti e le riletture e perfino i revisionismi, e nonostante un tasso di retorica tenuto sotto il livello di guardia, alla fine sventola la bandiera americana e si celebra l’eroismo dei suoi soldati. E meno male, dico io.

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