Recensione: RAMBO: LAST BLOOD con Sylvester Stallone. Ritorno al cinema ingenuo

Rambo: Last Blood, un film di Adrian Grunberg. Con Sylvester Stallone, Paz Vega, Yvette Monreal, Joaquin Casio.

A quarant’anni dal primo episodio, torna il giustiziere di Stallone. Cinema rozzo, semplificato, manicheo, impastato di sangue e sudore, a riproporre l’eterno archetipo dell’eroe (maschio) in lotta contro il Male. Personaggi primari, narrazione ridotta all’essenziale e funzionalizzata al solito, prevedibile massacro finale. Cinema di serie B, anzi serie Z. Ma anche un cinema ingenuo e pulsionale di cui abbiamo ancora un oscuro bisogno. Voto 6  mezzo

Lurido, sporco e rozzo, impastato di sangue e sudore come un filmaccio anni Ottanta, quando certi Stallone-movies (e Chuck Norris- e Schwarzie- e Dolph Lundgren-movies) portavano al delirio orgasmico le masse sottoproletarie globali stipate in cinema puzzolenti venendo però redarguiti dalle anime belle e dai signori dei salotti in quanto criptofascisti: ma istigano alla violenza cieca! ma son maschilisti e sessisti! ma sono lo spurgo di ogni peggio istinto dell’America reaganiana! Film dove il superuomo di turno imbracciava le armi, lame o mitragliatori o bazooka o tutti insieme, a sterminare degli orrendi ceffi che potevano essere pure i rossi vietcong (è il caso di Rambo 2 la vendetta dove l’eroe eponimo veniva spedito in Vietnam a liberare soldati americani tenuti prigionieri in orrende fosse dai sadici comunisti). Un cinema primario come ormai non usa più, ingenuo e pulsionale. Un cinema scomparso, archeologico, di cui s’è perfino persa la memoria, spesso prodotto allora da geniali avventurieri della celluloide quali la coppia israeliana Golan-Globus. Un cinema che non si vergognava della proprio rozzezza e andava senza remore a cercarsi il suo pubblico di massa. Sopravvissuto poi attraverso i più educati eroi di Bruce Willis e Jason Statham, pronti a sparare e scazzotare però senza più quella meravigliosa selvaggeria. E invece. Invece il bello di questo brutto (se giudicato con il bilancino del recensore supercilioso) Rambo: Last Blood è di riesumare quel cinema remoto almeno per lo spazio breve di un’ora e mezza, e di farlo attraverso l’iconico Stallone-Rambo. Ancora lui. Ancora qui, ancora tra noi benché con quasi quarant’anni di più. Invecchiato ma non domo. Pronto a ridiscendere in campo. Stavolta, con questo Rambo numero 5, non si tratta del solito, autoreferenziale, compiaciuto gioco autocitazionista, del solito ironico, raffinato metacinema e distaccato riattraversamento del proprio passato filmico e della propria leggenda come nel (peraltro adorabile) I mercenari. E nemmeno siamo in Creed, meditato spinoff dei vari Rocky, un’operazione per niente ingenua condotta con alta consapevolezza del testo originario e abilità nel rielabolarlo e rimodularlo sulla nostra contemporaneità. No, Rambo: Last Blood (First Blood era il titolo del romanzo da cui il film capostipite fu tratto) non ambisce all’autoriflessione, al metacinema, non si costituisce come commento, glossa, nota a parte del testo, dei testi precedenti, ma come puro sviluppo di quelli. Senza la pretesa di essere altro se non la continuazione, la persistenza, la conferma del mito Rambo nella sua integrità. Rambo riproposto nei suoi tratti quintessenziali, nel suo essere una macchina muscolare produttrice di rabbia e vendetta, macchina sterminatrice di stronzi e bastardissimi. Non c’è profondità in lui, non c’è mai stata (forse solo nel primo, fondativo episodio si tentava la costruzione di un carattere, poi abbandonata nei sequel), solo la reazione automatica del giustiziere contro chi pratica il male, contro chi è il Male. Siamo nel territorio dei miti arcaici arrivati attraverso insondabili cunicoli fino a noi, in un campo di forze pulsionale che attinge al nostro strato inconscio e precivilizzato.
Ovvio che, semplificato com’è, rozzo com’è e oltretutto fiero di esserlo, questo Rambo numero 5 sia stato subito buttato nel peggior girone infernale dalla critica più sussiegosa e bon ton. E però un po’ di rispetto lo merita, col suo main character ormai anziano ritiratosi in una farm in un posto assolato e polveroso tipo Texas o New Mexico. Con una signora un po’ governante e badante, forse ex compagna: nonna di una ragazzina che Rambo ha allevato come una figlia. Solo che la poco più che adolescente commetterà il fatale errore di andarsene laggiù nel torbido Messico, terra di ogni nequizia, a cercare il babbo che abbandonò la mamma e lei bambina. Figuriamoci. Là, dove la sola legge è quella dei clan criminali, l’innocente finirà nelle mani di certi trafficanti di prostitute di qua e di là della Frontera (permeabilissima: altro che muro trumpiano). Solo un prologo e un pretesto per stanare il guerriero Rambo e scatenarlo nella vendetta. L’inevitabile massacro dei cattivi che seguirà è puro tripudio di cinema bis, con il nostro eroe che mette a frutto tutte le tecniche e le tattiche guerrigliere imparate a suo tempo laggiù nella giungla del Vietnam infestata da Charlie (così veniva detto il nemico viet: rivedere se possibile il Final Cut di Apocalypse Now distribuito in questi giorni in qualche sala dal Cinema Ritrovato di Bologna). Una mezz’ora dove, sempre che riusciamo a mettere a tacere il nostro lato di spettatori e/o critici perbene, veniamo condotti nel mezzo del cinema più impuro, rozzo, sconveniente che ci sia. Riuscendo a goderne come non capitava più da tempo e come succedeva solo decenni fa in quei templi oscuri del desiderio che erano le sale di ultima visione.

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