Recensione: LE VERITÀ, un film di Kore-eda Hirozaku. Ritratto di famiglia con la diva Catherine

Le verità (titolo originale: La vérité; titolo internazionale: The Truth), un film di Kore-eda Hirozaku. Con Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Ludivine Sagnier. Al cinema da giovedì 10 ottobre 2019.Kore-eda Hirozaku al suo primo film fuori dal Giappone non perde l’anima, realizzando un altro dei suoi ritratti di famiglia sghembe. Parigi: Fabienne, attrice-mito del cinema francese, ha appena pubblicato le sue memorie. Ma la figlia l’accusa di aver mentito, come sempre. Sono rinfacci e scontri e rimbrotti madre-figlia, come già in Sinfonia d’autunno, come in Lo specchio della vita. Ma Kore-eda tratta una materia tanto usurata con levità encomiabile, interrogandosi senza la minima affettazione su realtà e finzione, vita e rappresentazione, verità e menzogna. Deneuve monumentale per come gioca con il proprio mito. (E chissà perché La verità del titolo originale si moltiplica e pluralizza nella versione italiana.) Voto 7 e mezzo
Recensione scritta dopo la presentazione del film a Venezia 2019.
Si temeva che Kore-eda si perdesse l’anima in questo trasloco, nel suo primo film fuori dal Giappone e in una lingua non sua. Invece da oggi l’auteur di Un affare di famiglia, chiamato a girare a Parigi si immagina sulla scia della Palma d’oro a Cannes, è da iscrivere nel registro di quei cineasti in grado di mutare radicalmente orizzonte e ambienti restando nel profondo quel che sono. Puro mimetismo. Operazione che invece non era così riuscita a un connazionale di Kore-eda, Kiyoshi Kurosawa, approdato qualche anno fa in Francia per Daguerrotipe.
Adattando all’aria di Parigi una sceneggiatura abbozzata già nel 2013 in patria, Kore-da ci racconta trame e sottotrame mille volte viste, senza risparmiarsi dosi massicce di cliché, solo che miracolosamente dai cliché e dal déjà-vu riesce poi a distillare pezzi di vita massimamente credibili, e con la stessa naturalezza e mancanza di affettazione dei suoi film precedenti. Ritratto di un’attrice carica di gloria ormai tra i settanta e gli ottanta a confronto-scontro con la figlia ovviamente da lei trascurata e malamata (o almeno così crede l’incattivita rampolla di nome Lumir: la interpreta Juliette Binoche). Ricorda Sinfonia d’autunno di Ingmar Bergman? Come no. Se è per questo, pure Lo specchio della vita di Douglas Sirk. Naturalmente è tutto un rinfaccio madre-figlia e un ma dov’eri tu quando io avevo bisogno di te?, ma cara io ero attrice, sono attrice, il lavoro avant tout!, la vita privata dopo! Reminiscenze anche di Mammina cara e del libro di memorie di Maria Riva su mamma Marlene, ance se qui è la genitrice a aver scritto un libro autobiografico. Titolo: La Vérité. Lumir torna da New York col marito attore semifallito e semialcolista (Ethan Hawke) e la figlia bambina nella bella casa di mamma in occasione dell’uscita dell’autobio. Naturalmente quando la legge inorridisce, mettendo furiosamente post-it alle pagine in cui mamma Fabienne ha mentito: perché hai scritto che mi accompagnavi a scuola tutti i giorni? ma se non l’hai mai fatto, mai! E avanti così. Ma Fabienne è attrice, è diva, lei crede in sé e nella propria eccezionalità oltre che nel proprio diritto alla menzogna, mai che si metta in stato di autoaccusa, figuriamoci. Non capisci fino a che punto Deneuve faccia Deneuve o reciti e prenda le distanze da se stessa – lei ovviamente in questa confusione ci gioca alla grandissima -, fatto sta che il risultato è da standing ovation (tributatale difatti non appena si è affacciata in conferenza stampa). Gigioneggia, ironizza, lancia fiele e acido all’indirizzo delle colleghe – le ex, le attuali, le future -, dei colleghi, del mondo tutto, compreso chi le sta intorno. Un mostro di ego riferimento, come han da essere le dive. Come sempre Kore-eda parte da una messinscena e da una narrazione di apparente massima semplicità, da un cinema perfino ingenuo, per poi via via complessificare e stratificare fino a raggiungere la cifra che gli è congeniale, quella dell’ambiguità, dell’equilibrio-squilibrio tra elementi diversi, contraddittori (no, per carità, non tiriamo in ballo l’yin e yang). Ma senza quella carica nichilista alla Haneke o alla Verhoeven, per stare a signori riconosciuti dell’ambiguo, piuttosto con una pulizia, un nitore, una trasparenza squisitamente nipponiche. Il film si inerpica senza sfracellarsi sui sentieri sdrucciolevoli benché ampiamente battuti del rapporto tra realtà e finzione, tra verità e menzogna, tra vita e sua simulazione. Dilemmi che trovano nel mestiere dell’attrice, che è di Fabienne e che la figlia Lumir avrebbe voluto intraprendere, il bacino ideale di coltura. Il film che Fabienne sta girando, uno sci-fi esistenziale, diventa lo specchio della (sua) vita, specchio fedele o meno poco importa, perché a importare è la proliferazione degli alter ego, della propria imagine fantasmatica in cui Fabienne e gli altri sono costretti a confrontarsi. Idea notevole di Kore-eda: la storia di cui vediamo il tournage ci dice di una madre costretta a stare su un’astronave per impedire che la malattia di cui è affatta si sviluppi e la divori. Solo che stando nello spazio non invecchia. E, tornando sulla terra ogni sette anni, si confronta con la propria figlia man mano sempre più matura, fino alla vecchiaia, fino alla morte imminente. Capovolgimento delle leggi naturali, con una figlia più vecchia della propria madre come nel finale di Interstellar di Christopher Nolan. Fabienne, interpretando sul set quel personaggio, è costretta a confrontarsi con i propri demoni, le tossine lasciate dal passato. Come l’amicizia con Sarah, attrice, amica sua poi finita tragicamente (Mamma – la accusa spietata Lumir – ma se hai tolto a Sarah il ruolo più bello andando a letto il giorno prima con il regista?). Si arriva a vette di metacinema e film dentro il film dentro il film, a vertiginose mise an abyme quando Fabienne chiede alla figlia (di mestiere sceneggiatrice) di scriverle il copione non di una fiction, ma di un pezzo di vita: il tentativo di riavvicinare il fedele assistente che l’ha appena mollata dopo una vita di onorato servizio, offeso per non essere mai stato citato nell’autobio. Sorridendo e facendoci parecchio sorridere, Kore-eda ci conduce con levità somma a un finale in cui nessuno è più davvero se stesso, in cui tutti recitano la propria vita credendo di viverla. Dove la verità è solo un colore nello spettro infinito della finzione. O viceversa. Mentre la memoria – di Fabienne, di Lumir, degli altri -, ridisegna il passato e i ricordi personali a propria misura e vantaggio.
Kore-eda invita nel pressbook a osservare come cambiano i colori del giardino di Fabienne nel corso del film, si incomincia con l’autunno, si chiude con l’inverno, e solo un giapponese, credo, poteva richiamare la nostra attenzione su simili sfumature (che non sono solo botaniche e stagionali). Vuol dire anche portarsi dietro, ovunque ti capiti di girare un film, le tue radici, letteralmente. Deneueve monumentale ma con leggerezza, giocando con la propria leggenda. Binoche perfettamente calata nel ruolo di figlia dimessa a cospetto di tanta ingombrante madre. Ethan Hawke ha, in un ruolo collaterale, una sola scena a disposizione e la sfrutta benissimo (è tra gli attori più sottovalutati d’America; non solo non gli hanno dato l’Oscar per First Reformed, ma neanche l’hanno nominato). Rivelazione Clémentine Grenier, la protagonista del film nel film, al suo primo lungometraggio e già brava (la sua uscita di scena nel buio del giardino è tra i momenti più belli).
Nota: chiedono a Fabienne/Deneuve di Brigitte Bardot e lei commenta con un mugolio-miagolio non propriamente ecnomiastico. Curioso: BB girò nel 1961 un film di Henri-Georges Clouzot che si sarebbe rivelato uno dei massimi successi della sua carriera. Titolo: La verità.

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