Film stasera in tv: CREED – NATO PER COMBATTERE (giovedì 17 ottobre 2019, tv in chiaro)

Creed – Nato per combattere, Tv8, ore 21:25. Giovedì 17 ottobre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
12509871_1749379425273493_6995283325653648951_n12509732_1749515161926586_9178573939210790773_nCreed – Nato per combattere, un film di Ryan Coogler. Con Michael B. Jordan, Sylvester Stallone, Tessa Thompson, Phylicia Rashad.
12472679_1749605605250875_1522372548384381976_nBellissimo spin-off della saga Rocky, che brillantemente si inventa un figlio illegittimo di Apollo Creed (come in Carolina Invernizio!) per ri-raccontarci l’eterna storia dell’uomo che prende a pugni il mondo. Un film pieno di idee, insieme innovativo e rispettoso dell’originale, altro che la cautelosa, mediocre operazione di Star Wars, il risveglio della forza. Ryan Coogler dopo Fruitvale Station continua a indagare in forma di romanzo popolare il mondo degli afroamericani, e intanto Stallone mette a segno una grande interpretazione. Voto 7 e mezzo
12417933_1750707641807338_1114049303442717643_nNo che non è un mestierante qualsiasi, il Ryan Coogler che firma (suoi la regia e, parzialmente, soggetto e sceneggiatura) questo inatteso, inventivo, per niente scontato e assai ben riuscito Creed, spin-off e anche reboot di una saga che non occorre star lì troppo a spiegare avendo fatto la storia del cinema, quella di Rocky*. Solo 29 anni, il regista-ragazzo Coogler, e già carico di fama e targhe e statuette per via del suo precedente, e primo, film Prossima fermata Fruitvale Station, gran successo indie-americano dell’anno 2013, ottimi incassi in patria e un premio vinto addirittura a Cannes a Un certain regard (dove, ricordo, non furono molti gli italiani a essersi scomodati per andarlo a vedere). Raccontava una storia drammaticamente vera, quella di Oscar Grant, ventenne afroamericano ammazzato senza motivo da un poliziotto dai nervi fragili in una fermata del metrò di Oakland la notte del Capodanno 2009, roba calda e sempre di stringente attualità. Un robusto film di denuncia secondo i modi di un cinema classico, diretto, molto narrativo e coinvolgente, puro storytelling, cinema popolare nel senso più pieno e nobile. Devo dire che vedendo Fruitvale Station mai avrei pensato che di lì a un paio d’anni lo stesso regista avrebbe pensato e realizzato qualcosa come questo Creed, un ricominciamento davvero felice di Rocky che si muove con rispetto e devozione nei confronti del film-matrice, ma che ha anche saputo immettere in quel modello una dose forte di novità e invenzioni narrative. E imparassero dal neanche trentenne Coogler come si fa un reboot i signori responsabili dello smorto, cauteloso e pure noioso Star Wars – Il risveglio delle forza (si fa per dire imparassero, ché hanno avuto ragione loro con il loro mediocre lavoro, visto che gli incassi sono arrivati a un miliardo e 9oo milioni di dollari, e non è ancora finita). Pur passando a un film per le platee globalizzate come Creed, Coogler è riuscito a mantenersi fedele a se stesso e a non vendere l’anima alla macchina Hollywood, essendo molte ed evidenti le analogie e le continuità tra Fruitvale Station e questa sua opera seconda. Innanzitutto l’attore protagonista, Michael B. Jordan (nessuna parentela, solo omonimia). E il fatto che in entrambi i casi ci si muova nel solco del cinema black di autori black che racconta storie della minoranza black (Creed, con la nomination avuta da Stallone nella categoria migliore attore non protagonista, è il solo film dai connotati afroamericani presente nel listone dei candidati all’Oscar insieme, se ricordo bene, a Straight Outta Compton per la sceneggiatura originale, e non saprei dire se questo dia ragione o al contrario smentisca la campagna social supportata da Spike Lee e Jada Pinketts Smith contro l’Academy accusata di insensibilità verso il cinema dei neri d’America; topic #OscarsSoWhite). Resta meravigliosa l’idea di partenza che ha mosso Ryan Coogler e dato vita al film, quella di cavar fuori un figlio illegittimo e finora sconosciuto di Apollo Creed, il rivale storico ma non nemico anzi amico di Rocky Balboa, il quale vuole salire sul ting e massacrare di pugni il mondo come il defunto padre, spinto dalla rabbia o da una sfida edipica, chissà, e che per riuscirci va a pescare proprio Rocky, invecchiato e malandato, perché gli faccia da trainer. Un re-inizio della saga e però partendo dall’altra parte, dalla parte opposta, evitando la trappola di continuare banalmente l’epopea con un figlio di Rocky pescato chissà dove. Omaggio e insieme cavolgimento-tradimento del capostipite, un riraccontare la stessa storia e però da un punto di vista scentrato e laterale, in un’operazione coraggiosa e concettualmente assai sofisticata, anche se il modo con cui Creed si presenta a noi spettatori è quello della massima fluidità e limpidezza di racconto. In my opinion, Coogler si meriterebbe l’Oscar per la migliore sceneggiatura, ma non l’hanno candidato, ed è un peccato, o un’ingiustizia grossa. Funziona tutto, in Creed, funziona l’incontro-scontro generazionale tra il giovane e testosteronico Adonis Creed (dopo papà Apollo, si resta sempre dalle parti dell’Olimpo) e il malinconico Balboa, uno Stallone che si autocita con classe e leggerezza, e di una nobiltà da antico guerriero di cui francamente non lo si pensava capace. Come già il protagonista di Fruitvale Station, anche Adonis Creed ha trascorsi infantili e adolescenti turbolenti, con vita da riformatorio e la vocazione precoce e fors’anche genetica a fare a pugni con i compagni e l’universo tutto. Finché lo va a trovare una signora con i modi coltivati (e i capelli parrucchierati: avete in mente Oprah?) della afro-american bourgeoisie. È la vedova di Apollo, che rivela al ragazzo come lui sia figlio del defunto campione, nato da una storia fuori dal matrimonio, e lei, che di figli suoi non ne ha avuti, adesso vorebbe occuoarsi della sua vita. Così sarà. Adonis, adottato dalla moglie di Creed, crescerà con lei, vivrà negli agi, troverà un impiego promettente. E però il richiamo del sangue è ineludibile, lui vuole combattere, e già da un po’ varca clandestinamente il confine con il Messico e nei peggio bassifondi di Tijuana inanella un incontro clandestino via l’altro, e son massacri sanguinosi al cospetto di un loschissimo pubblico e di ceffi variamente orrendi. Si dimette, con gran dolore di mamma, e via a Philadelphia, a cercare Rocky Balboa per convincerlo a fargli da trainer, e pure da guru. Un Rocky vedovo inconsolato della sua adorata Adriana e lasciatosi andare in una vecchiaia triste e solitaria. Il resto segue i necessari binari narrativi stabiliti dal mito Rocky, tra palestre gonfie di sudore, pugni e muscoli e con tante foto alle pareti di campioni del passato, fino a un incontro sul ring drammaticissimo con il numero uno del mondo dei mediomassimi (una bestia di Liverpool) che è un’ordalia in cui Adonis si gioca tutto, vita compresa. Sì, tutto molto prevedibile, e però che bella storia, che grande, avvincente fogliettone e che meraviglia il volersi bene e lo scazzarsi e il lasciarsi e il riprendersi tra Rocky e il pupillo Adonis. A che serve mai buttarla sul vetero-freudiano e spaccarsi la testa in cerca di chissà quale interpretazioni di fatti e cose, qui semplicemente siamo dalle parti di quei racconti che pescano nell’inconscio di tutti e che a tutti sanno parlare, trattando di tempi archetipici e immarcescibili, lo scontro tra maschi alfa, l’avvicendarsi delle generazioni, il misurarsi con l’ombra del padre per emanciparsene, il primato nonostante tutto del biologico, il richiamo del sangue. Sì, certo, non è un chickflick, non è roba per signore, signorine e madamine, in Creed alle donne è concesso tutt’al più di stare a bordoring a sperare e disperare e fare il tifo per l’amato, e però per favore lasciamo stare certe indignazioni antico-femministe (e non si venga a dire che questo film sul pugilato esclude le donne ed è maschiocentrico e dimentica come oggi le donne sul ring ci salgano e non siano solo spettatrici: perché, siamo franchi, c’è davvero qualcuno cui la boxe femminile interessa?). Dietro a una trama così lineare e una narrazione così trasparente si celano però parecchi sottotesti e diramazioni di senso. Per dire, che bella questa storia di una ragazzo cresciuto nell’agiata classe alta afroamericana che però sceglie di tornare nei bassifondi e sui marciapiedi, come se quella borghesia avvertisse la sua intima precarietà e andasse a cercare il proprio ubi consistam nel proprio passato di ultimi della scala sociale. E quanto sono diversi il corpo e i modi di Michael B. Jordan, così naturalmente elegante, dalla rappresentazione stereotipata del macho nero belluino tutto forza muscolare e zero altro, tanto che in certi momenti sembra fuori parte, e fai fatica a immaginarlo così fighetto e combattente, e invece poi tutto funziona benissimo. Certo che Coogler non si nega niente, e nel momento fatale dell’ultimo scontro riprende perfino il mitologico tema musicale dell’originale Rocky, e fa correre Adonis per le strade di Philadelphia seguito dai ragazzini come Balboa allora, e fa risalire a Balboa/Stallone che non ce la fa più per via dell’età e della malattia tutta la scalinata del Philadelphia Museum (“ma questi due ultimi gradini non me li ricordo, quand’è che li hanno aggiunti?”). Un omaggio commovente di un ragazzo del nuovo cinema a un pezzo di storia del cinema.

*Updating: Ryan Coogler girerà dopo Creed quel Black Panther, film capitale che riscriverà una parte tutt’altro che secondaria dell’universo cinematografico Marvel.

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