Recensione: MALEFICENT: SIGNORA DEL MALE, un film di Joachim Rønning. La fiaba incontra il Trono di Spade

Maleficent: signora del male di Joachim Rønning. Con Angelina Jolie, Michelle Pfeiffer, Elle Fanning, Sam Riley, Imelda Staunton, Harris Dickinson.

Addio alle lineari, terse fiabe classiche. In questo secondo capitolo di Maleficent si allestisce un sontuoso e reboante (ma vacuo) spettacolone in cui agli elementi favolistici si affiancano intrighi di corte e imperialismi e battaglie da Trono di Spade. Ma perché? Schiacciante supremazia femminile, con i personaggi maschili ridotti a larve. Con una Maleficent capovolta rispetto alla tradizione, buona e zuccherina come il rosolio (mai titolo fu più menzognero). Voto 4
Essendomi perso (per fortuna?) il primo capitolo, ho faticato a capire come si sia arrivati dalla Maleficent supervillain del classico disneyano La bella addormentata a questa inutilmente complicato e bolso, e ininteressante, sequel. Mi aspettavo una strega Malefica – un’Angelina Jolie con gli zigomi più inverosimili che si siano mai visti, spero non siano i suoi e che glieli abbiano ritoccati in digitale – perfida come da nome e da originario cartone. Invece macché, al di là di qualche faccia truce giusto per non smentire la propria immagine e di qualche stanca stregoneria, Maleficent qui è di bontà sovrumana, madre amorevole, madre-pellicano a tutto disposta per salvare la figlia adottiva principessina Aurora e il loro mondo fatato della Brughiera (tutto uno squittio e uno scampanellio e un frullar di ali e un ronzar di animali e animalucci benefici e benevoli, la solita Arcadia Disney ma come riprodotta meccanicamente nella sua svenevolezza senza la minima convinzione e nemmeno reinvenzione). Poi certo ogni tanto, quando la tiran fuori dalla grazia di Dio, la signora Malefica o Maleficente si arrabbia e allora si ritrasforma in uccellaccio o creatura chimerica (non ho capito bene) dalle ali nere di pipistrello, ad attaccare e punire i malintenzionati. Sicché non si capisce che progetto e pensiero ci sia dietro a questo noioso M2: signora del male. Scusate, signori e signore della Disney, potreste spiegare che senso ha prendere la bitch di Sleeping Beauty per poi angelicarla e metamorfizzarla in una qualunque mammina cara (senza le ienaggini di Joan Crawford, beninteso; a proposito: che magnifica Crawford sarebbe la Jolie in un ipotetico remake del Mommy Dearest di Frank Perry). Come buttare un tuo asset, una delle figure su cui si è costituita non solo la forza economica della casa, ma anche la sua centralità come fabbrica dell’immaginario. La vera cattiva qui è l’antagonista, la regina Ingrith, sovrana degli umani, una losca e intrigante imperialista capace delle peggio nefandezze per ribadire il primato della sua gente, anzi della sua specie, verso quei grulli e quelle grulle della Brughiera e il popolo degli abissi marini, una novità (immagino) della saga: la stirpe di creature anfibie tipo Aquaman da cui scopriamo, e lo scopre lei stessa, discende Maleficent. Questo film per ragazze e signorine ma più per le prime funge, al di là dell’intrattenimento, come racconto di formazione in cui le spettatrici possano specchiarsi e trovare nutrimento per la propria autostima ‘in quanto donne’. Perché sono le donne a contare e comandare, nel bene e nel male, gli uomini sono pure comparse, addentellati non necessari, tutt’al più decorativi, che siano re della terra o ex eroi degli abissi subito depotenziati quando non tolti di mezzo da una spietata, castratoria sceneggiatura. E principi azzurri inebetiti, incapaci di intendere e volere, puri burattini manovrati dalle loro donne (madri, fidanzate, suocere). Per carità, benissimo, alle ragazze d’oggidì sarà anche giusto fornire nuovi grintosi e vincenti modelli di ruolo, mica sempre le piccole fiammifferaie. Solo che qui mancano del tutto la semplicità e la linearità di Frozen, tanto per citare un altro titolo disneyano per ragazzine in crescita. Di fronte a Maleficent 2, alla sua vacua grandiosità e macchinosità, si rimpiangono i classici fiabeschi della casa, la loro leggerezza, le loro trame terse e lineari. Mentre qui il formato classico della fiaba viene ibridato, ed è un’altra idea del marketing suppongo, con lo schema narativo Trono di spade – basta, dimenticatelo, cancellatelo dai vostri neuroni cari/e sceneggiatori/trici – probabilmente per portare in sala anche qualche adolescente maschio, sicché accanto ai principi e alle principessine in via di bel matrimonio si allestisce una guerra dei regni, dei tre regni (umani, subacquei, creature magiche della Brughiera, con gli umani a fare i cattivissimi), onde mostrare le solite battaglione con effetti e effettacci speciali. E non se ne sentiva il bisogno.
Il principe Filippo del regno degli umani e figlio della regina Ingrith, ama riamato la principessa Aurora della Brughiera. Invito a cena al castello per lei e la mamma adottiva Maleficent, ma lì scoppiano le famose contraddizioni. La terribile Ingrith (Michelle Pfeiffer) tesse i suoi intrighi per poter impadronirsi della Brughiera. Sarà guerra, mentre i due innamorati si ritroveranno come Romeo & Giulietta su fronti opposti. Una trama balorda e contorta – cosa c’entra mai l’amore ostacolato con le battaglie similgalattiche? – che sacrifica la semplicità dei classici Disney a una messinscena sontuosa quanto trombona e fastidiosamente iperbarocca. Ma forse le piccine e i piccini di oggi viziati dalla videogammistica solo così si destano al cinema e si accendono d’interesse. Poi tutto capiamo, il trionfante suprematismo femminile quale modello di identificazione per le ragazze, ma a che pro ridurre i già scarni personaggi maschili a delle larve? E poi quanto virtuoso political-correttismo, con gli umani bianchi neocolonialisti nella loro voglia di distruggere il meraviglioso equilibrio ecologico della Brughiera e invece inno a tutte le minoranze, che siano degli abissi o della terra. Il ruolo della principessina bionda va di default a Elle Fanning, il principe Filippo, il suo promesso sposo, è Harris Dickinson. Lo si era visto qualche anno fa a Locarno in un bel film indie che si chiamava Beach Rats e sembrava fosse nata una stella. In questo film lo riducono a figurina, a una specie di bambolo dai boccoli biondi di assoluta inespressività e irrilevanza narrativa, a una scialba figurina dei tarocchi subito tolta dal mazzo, ma perché? Il regista Joachim Rønning viene dalla Norvegia: è approdato in America quache anno fa dopo il successo, e una nomination all’Oscar per il migliore film straniero, del suo Kon-Tiki (i norvegesi stanno molto piacendo a a Hollywood: lo è anche André Øvredal, regista di un buon horror con qualche pretesa autoriale, Scary Stories to Tell in the Dark, appena presentato a Roma e tra poco in sala).

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.