Recensione: SOLE di Carlo Sironi. Uno dei migliori film italiani dell’anno

Sole, un fim di Carlo Sironi. Con Sandra Drzymalska, Claudio Segaluscio,
Barbara Ronchi, Bruno Buzzi, Vitaliano Trevisan. In sala distribuito da Officine Ubu.
Uno dei migliori film italiani da parecchio tempo in qua (e il migliore a Venezia insieme a Martin Eden), un’opera prima che si inserisce in quel solco neopasoliniano già percorso da Claudio Giovannesi con Alì ha gli occhi azzurri e dai fratelli D’Innocenzo di La terra dell’abbastanza. Siamo in una Roma periferica di usuali atonia morale e abominio. Il ragazzo perduto Ermanno si presta a un imbroglio di false adozioni insieme alla polacca Lena, ma le cose non andranno come previsto. A sorprendere è il regista Carlo Sironi con una messinscena di massimo rigore che guarda a Bresson, Ozu, Pasolini e ai maestri della nuova desolazione, i fratelli Dardenne. Voto 8
Perso a Venezia, dov’era nella sezione seconda Orizzonti (e da cui è uscito purtroppo senza premi; ma quest’anno era dura emergere tra i tanti film belli e importanti in concorso). Recuperato, anche grazie al consiglio di amici assai affidabili cui era molto piaciuto, subito dopo a Milano a Le vie del cinema. Adesso al cinema distribuito da Officine Ubu, mentre continuano i suoi giri festivalieri e si accumulano i premi (ha appena vinto il CineMed di Montpellier e incassato il premio del pubblico al Pingyao Festival di Marco Müller e Jia Zhangke). Davvero, uno dei più convincenti film italiani degli ultimi anni, di quel cinema italiano indipendente e sommerso che fatica a arrivare in sala e se ci arriva ci sta qualche giorno e poi il buio. Sperando che però stavolta vada meglio, che il word-of -mouth innescatosi fin da Venezia funzioni e porti uomini e donne di buona volontà al cinema. Sole è da vedere per quello che racconta e come lo fa (soprattutto per questo). Una di quelle storie cupe e livide delle periferie della nuova Italia, ma potrebbe essere di qalunque periferia d’Europa, di atonia morale ed esistenziale, intorno a vite che si srotolano nell’indifferenza e nel nichilismo. Senza neanche più la speranza di un riscatto come ai tempi delle ideologie (e della lotta di classe) e senza più l’innocenza primigenia che era dei ragazzi e uomini di vita di Pasolini, un autore cui non si può non pensare vedendo Sole. Il poco più che trentenne Carlo Sironi (figlio dell’Alberto regista di Montalbano) nel Q&A seguito allo screening milanese ha spiegato la nascita del film con la sua intenzione di affrontare un tema sensibile e oscurato come le false adozioni, un mercato abietto che coinvolge burocrati e altre figure deviate di quella branca dello stato terapeutico che è la vigilanza-assistenza dei minori (problema globale: quanto le assegnazioni dei bambini adottive siano talvolta pilotate in modo poco trasparente emerge anche da un altro film veneziano di quest’anno, Ema del cileno Pablo Larrain). Il distributore sempre in quell’occasione ha sottolineato l’attualità di Sole ricordando i controversi e tutt’ora aperti fatti di Bibbiano poi diventati un cardine della propaganda salviniana, e chissà se l’autore del film avrà gradito.
Ermanno è un ragazzo perduto di una qualunque area suburbana di Roma di usuale degrado, piccoli crimini, giorni e soldi buttati via al videopoker. Niente scuola, zero lavoro. Orfano di padre, ha adesso nello zio la figura parentale di riferimento, un losco e spiccio individuo che sembra dominarlo e lo incastrerà in un maledetto imbroglio. Ermanno dovrà fingere di essere il padre del bambino che la polacca Lena, una di quelle giovani donne venute dall’Est impenetrabili come sfingi e disposte a tutto, a ogni abiezione, sta per mettere al mondo. Dopo che lui e Lena si saranno dichiarati incapaci di mantenerlo, quel neonato potrà essere dato in affido o in adozione. E a quel punto ecco che si faranno avanti lo zio e la zia che di figli non sono riusciti ad averne e che, grazie a un dispositivo legale detto dell’adozione tra parenti, potranno portarsi a casa il bambino esercitando una sorta di diritto di prelazione sugli altri adottanti. Per rendere più convincente la messinscena Ermanno e Lena vivranno insieme in attesa del parto. Ma ecco la pietra d’inciampo nel piano messo a punto dall’abominevole zio con la complicità di gente dell’apparato assistenzial-burocratico-sanitario (figure che incarnano tutte al massimo grado l’attuale Italia amorale di massa): la bambina nasce prematura, Lena se ne deve curare, deve allattarla, non può cederla subito. Costretto a continuare la messinscena della paternità, Ermanno si legherà alla bambina chiamata Sole, si abituerà a quel ruolo di finto genitore fino a farlo proprio, a incorporarlo, sognando di formare con quella figlia non sua e con Lena una famiglia vera. Meglio a questo punto non dire di più. Se la materia si poteva prestare a una trattazione esteriormente melodrammatica o alla parabola dimostrativa, Carlo Sironi segue invece la direzione opposta della verità esistenziale adottando una messinscena rigorista, ascetica, austera al massimo grado. Trasformando la narrazione in una sorta di oratorio laico, interni spogli, camera fissa e frontale a osservare e riprendere Ermano e Lena come in una sacra rappresentazione. E, se ricordo bene, insieme alla massima sottrazione visuale si sceglie anche la massima rarefazione sonora, scarni dialoghi, lunghi silenzi, assenza pressoché totale di musica (soprattutto extradiegetica). Vediamo la sciagurata Lena – come ha potuto accettare di vendere la figlia? – e l’atono Ermanno degli inizi mutare impercettibilmente e spostarsi progressivamente verso un esito che nessuno dei due aveva programmato. Ma la vera rivelazione di questo film che va a raccontare neopasolinianamente (come già Alì ha gli occhi azzurri e Fiore di Claudio Giovannesi, Manuel di Dario Albertini, La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo) un’Italia sottoproletaria come divelta dentro e pronta a ogni ignominia, è la regia di Carlo Sironi. Che stupisce per la compattezza e la coerenza, per come non deflette mai dal modello di rigore che si è dato, e che guarda, mi pare, a certi grandissimi del passato come Bresson e Ozu, ma anche a quelli che sono i maestri di tanto cinema del malessere – collettivo e individuale – contemporaneo, intendo i fratelli Dardenne (di cui sta per uscire l’imperdibile L’età giovane, brutto titolo italiano di Le jeune Ahmed visto lo scorso maggio a Cannes). E quanto son bravi e credibili i due ragazzi protagonisti, lui, Claudio Segaluscio, individuato in una scuola (ai tempi del neorealismo di sarebbe detto: preso dalla strada), lei, Sandra Drzymalska, uscita invece da un’accademia polacca, ma priva di ogni pur minima affettazione da attrice professionista. Nella parte di un ginecologo intravediamo lo scrittore e attore Vitaliano Trevisan (leggere il suo Works, please: ed. Einaudi) .

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