Recensione: L’ETÀ GIOVANE (Le jeune Ahmed), un film dei fratelli Dardenne. Così si radicalizza un ragazzino

L’età giovane (Le jeune Ahmed), un film di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Con Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriel Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson. Al cinema da giovedì 31 ottobre distribuito da BIM.
Tra i maestri in concorso a Cannes 2019 i Dardenne son stati gli unici a uscirne con un premio (quello alla regia). L’età giovane – ma perché questo orrendo titolo italiano al posto dell’originale Il giovane Ahmed? – non sarà il loro film più memorabile, ma ha il coraggio di affrontare senza distogliere lo sguardo la questione del radicalismo islamico. E lo fa raccontando del poco più che bambino Ahmed, aria mite da Harry Potter e invece fanatizzato da un imam radicale. Siamo in Belgio, terra come sappiamo dalle cronache di jihadismi. Ahmed precipiterà in una spirale di rigorismo finendo con il prendere a bersaglio una sua insegnante. Un grande, lucido film fino agli ultimi minuti, quando i Dardenne acconciano un finalino posticcio. Film accusato fin da Cannes di islamofobia: accusa insensata. Voto 7 e mezzo
Ripropongo con qualche aggiornamento la recensione che ho scritto a Cannes 2019 dopo la presentazione in concorso del film.
Lo scorso maggio al teatro Strehler di Milano è approdato lo spettacolo belga The Repetition dal godardiano sottotitolo Histoire(s) du Théâtre (I), un allestimento firmato dallo svizzero basato professionalmente in Belgio Milo Rau che potremmo dire neo-neorealista pur nei modi contemporanei del meta-teatro, del teatro nel e sul teatro: messa in scena cruda di un misfatto di cronaca nerissima, l’aggressione e ammazzamento per calci e pugni di un omosessuale di origine maghrebina a Liegi. Una città presentata in The Repetition nella sua decrescita industriale, nella sua dissolvenza del lavoro (prendo a prestito il titolo del bel libro di Emanuele De Nicola) e progressiva zombizzazione. Cimitero di fabbriche chiuse, di ciminiere dismesse, dove prevalgono disoccupazione e precarietà e dunque marginalità e devianze sociali di vario tipo, e dove “l’unica azienda a funzionare ancora sono i fratelli Dardenne”. Così nel testo. Che non risparmia alla gloriosa coppia registica i sarcasmi e le ironie (l’attrice che sarà la madre dell’ucciso ricorda di aver fatto una comparsata per i Dardenne, poi eliminata in fase di montaggio).
Traspare dallo spettacolo di Milo Rau un inaspettato malanimo verso i due gran belgi descritti come figure di potere, un’ostilità di cui è difficile individuare le radici. Ostilità che si è riscontrata anche a Cannes 2019 dove hanno presentato in concorso questo loro L’età giovane (Il giovane Ahmed). Tra i tanti senatores e mammasantissima in gara i Dardenne son stati i più detestati dai giovani critici, italiani compresi. Figuriamoci quando è stato loro assegnato il premio per la migliore regia: son state bordate sui social per i due, passati nel giro di qualche anno da riveriti padrini del cinema d’impegno a padrini tout-court e ingombranti totem di un cinema di papà di cui disfarsi il più in fretta possibile. In più stavolta gli è stata lanciata contro una delle accuse più infamanti che in tempi di political-correttismo possano capitare, un’accusa in grado di rovinare anche la più gloriosa delle carriere, quella di islamofobia. L’età giovane secondo i suoi molti hater, surtout les italiens (siamo sempre in prima linea in fatto di rozze analisi pseudopolitiche e pregiudizi ideologici, idées reçues e pigro pensiero unico), avrebbe il torto marcio di allinearsi alle paranoie antimusulmane oggi montanti in Europa, anzi di alimentarle ulteriormente, descrivendo la parabola di un giovanissimo fanatizzato. Così nasce e si attiva una scheggia impazzita, armata dal risentimento e dal radicalismo, ci dicono i Dardenne Bros. E sarebbe islamofobia? Ma come si fa a continuare nell’illusione multiculturalista, dimenticare che il Belgio in cui vivono e lavorano i due registi è stato l’incubatore di tante cellule jihadiste? Brutti tempi, se siamo arrivati a scagliare accuse delegittimanti contro due autori che, insieme a Ken Loach e pochi altri, sono stati sempre, esemplarmente, dalla parte degli ultimi.
Lo sono anche stavolta, in perfetta coerenza con il proprio passato, quando ci raccontano la progressiva caduta del tredicenne o giù di lì Ahmed, abitante di una città che è Liegi ma che sta anche nella sua indeterminatezza e astrazione per un qualsiasi altro centro della Vallonia, studente dall’aria apparentemente mite e tranquilla, figlio di una madre di origine belga e di un padre assente che intuiamo (ma non ci viene detto) immigrato arabo. Un ragazzino diventato rigorista nella sua pratica religiosa causa frequentazione di un giovane imam lavorante in un superette e nel tempo libero lettore ed esegeta del sacro testo. Assistono preoccupate a quella radicalizzazione la madre e la sorella, qualche anno più di Ahmed, di costumi occidentalmente assai disinvolti e dunque da lui accusata di essere “una puttana”. I Dardenne si mostrano impassibili senza pretendere di spiegarci le cause, non invocano il disagio sociale, la mancata integrazione, la colpa delle istituzioni. Cos’abbia spinto Ahmed verso la radicalizzazione non lo sappiamo – perché lui sì e altri coetanei nelle sue stesse condizioni sociali e familiari no? –  tutt’al più possiamo azzardare delle ipotesi, ma rassicuranti certezze zero.
Film inquietante. Perché la distorsione cognitiva che è il fanatismo la vediamo impiantarsi e non andare più via in un ragazzo appena adolescente, davvero poco più che bambino (sì, un bambino, mica i falsi bambini e veri giovanotti della Paranza di Claudio Giovannesi). Perché Il giovane Ahmed (uso volutamente il titolo originale) non fa sconti, è nei suoi momenti migliori il referto di una caduta che nessuno riesce a fermare: fino almeno alla scena conclusiva, alle parole finali, quando anche i Dardenne incespicano nella trappola del sentimentalismo consolatorio e rischiano di rovinare un film che fino a quel momento non aveva mai distolto lo sguardo. Ecco, il limite del Giovane Ahmed non è la sua presunta islamofobia, è il suo deviare nel finale, il suo pentirsi della propria implacabalità e durezza constatativa.
Ahmed, un occhialuto Harry Potter ormai fanatizzato dal suo imam di riferimento, comincia a nutrire una rabbia sorda verso una sua insegnante, come lui di origini nordafricane. La considera un’empia. Il cui peccato sarebbe, agli occhi dell’intransigente ragazzino, voler insegnare la lingua araba in modi contemporanei e laici senza ricorrere alle scritture sante, le sole invece, secondo i letteralisti e rigoristi, in grado di indirizzare correttamente lo studente (va ricordato che l’arabo è la lingua in cui è stato rivelato il Corano). L’ostilità verso la professoressa, che pure è sempre stata dalla parte di Ahmed, crescerà. Lui la accuserà anche di “essersi messa con un ebreo” (e qui si sentono gli echi terribili del nuovo e sempre più esteso antisemitismo che sta inducendo in Francia e Belgio un numero crescente di ebrei ad andarsene). Finché il fanatizzato ragazzino tenterà, in una scena che non si dimentica, di ucciderla con un coltello. Se la caverà, la prof, e Ahmed verrà messo in un istituto di rieducazione assai aperto e comprensivo e orientato al ‘recupero’ e al ‘reinserimento’. Seguito da un operatore, Ahmed sembra recuperare una parvenza di normalità.
E qui mi taccio, se non per dire che i fratelli Dardenne si mostrano assai più lucidi e meno sentimentalisti di gran parte dell’opinione pubblica da festival: la quale continua a derubricare la questione dello jihadismo a risultato distorto di emarginazione sociale, subalternità, disagi economici, rimuovendono la specificità. E ne è sintomo la cattiva accoglienza del film a Cannes, fischiato, anche se non clamorosamente, alla proiezione mista stampa-pubblico e infamato subito dopo sui social come islamofobo. Invece Il giovane Ahmed è importante e necessario esattamente per le ragioni per le quali i suoi detrattori l’hanno massacrato. Se mai i limiti stanno altrove. Stanno, come già detto, nel deviare a pochi minuti dalla fine verso un approdo consolatorio. Stanno nella poco credibile storiuccia amorosa tra Ahmed e la coetanea incontrata nell’allevamento in cui lavora (parte ovviamene del ‘percorso di recupero’). Possibile che lei sia tanto ingenua o disinformata o scema da pensare di stabilire con un ragazzo immerso nel rigorismo islamico la stessa relazione che potrebbe crearsi con un qualsiasi altro coetaneo? Risate del pubblico quando Ahmed le chiede che potranno fare l’amore solo una volta sposati e che potranno sposarsi solo dopo la conversione di lei all’Islam. Invece non c’è niente da ridere, chi solo abbia scambiato qualche punto di vista con qualche musulmano diciamo così assai credente si renderà conto di quanto la reazione di Ahmed sia attendibile. I Dardenne conoscono la materia, mentre non si può dire altrettanto dei loro detrattori. Il resto è un film ancora più asciutto, scabro, essenziale, lineare, nitido dei soliti dei due fratelli. Che non si perde mai in digressioni e va dritto alla sua questione centrale. Poi, certo, il tonfo finale. Ma il molto di buono resta nonostante tutto e non va perduto.

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