Stasera in tv LA LA LAND, un film di Damien Chazelle (mercoledì 6 novembre 2019)

La La Land di Damien Chazelle, Rai 1, ore 21:35. Mercoledì 6 novembre 2019.
Recensione bis scritta all’uscita del film in sala.
525010523760La La Land, un film di Damien Chazelle. Con Emma Stone, Ryan Gosling, John Legend, J.K. Simmons, Rosemarie DeWitt.
523291381776Quando l’ho visto lo scorso agosto a Venezia non mi ha per niente convinto (e l’ho scritto). Poi è successo quel che sappiamo, La La Land si è preso sette Golden Globe, ha acccumulato 14 nomination all’Oscar, sta incassando paccate di milioni di dollari, è già il film fenomeno dell’anno. E critici di ogni dove ne hanno scritto mirabilie. Sicché sono andato a rivederlo, pronto a ricredermi e a recitare il mea culpa (mi è successo di recente con Alps di Yorgos Lanthimos). Invece no, non mi sono ricreduto: per me La La Land resta un film piccolo. Ecco la recensione numero 2. Voto 5 (ho tolto il meno alla valutazione dell’altra volta)
338908Siamo – parlo di La La Land – alla guerra di religione. Ai (metaforici) cassonetti incendiati. Agli amori e alle amicizie che rischiano di schiantarsi perché “io l’ho adorato e tu come hai fatto a odiarlo?” (ci sono illustri precedenti: l’amicizia tra Godard e Truffaut naufragò dopo il pessimo giudizio del primo su Effetto Notte). Siamo alle recensioni estatiche tipo “mi è apparsa la Madonna, ed è un musical” e ai feroci rigetti via web e carta stampata, o quel che ne resta. Likers contro haters, mai come stavolta. Con netta prevalenza quantitativa dei primi.
Appartengo alla minoranza cui non è piaciuto secondo una gamma che va dall’indifferenza all’ostilità all’odio. Minoranza insieme silenziosa (all’anteprima stampa di Milano quelli del no son rimasti zitti mentre scrosciavano gli applausi degli entusiasti) e rumorosa (molti contrari si sono lasciati andare sui social ad urla selvagge in forma di post e tweet). Io che sono stato tra i primi a dissentire, fin dal press screening veneziano quanto mi son ritrovato isolato a scriverne male (la mia recensione di allora, 31 agosto), mi chiamo fuori dalla guerra di religione, non voglio avere niente a che fare con gli odiatori di professione, e ci terrei anche a prendere le distanze da quelli che “il musical non lo reggo, ma perché si mettono a cantare e ballare?”. Come se il musical, come l’opera, non fosse una convenzione accettata. Laico sono, mai fanatico. Tant’è che a cinque mesi di distanza da Venezia me lo sono andato a rivedere, pronto anche a ricredermi, perché si sa che ai festival si è sempre stanchi e pressati dai troppi film, e si è più intransigenti. Che poi quella proiezione stampa di La La Land era alle 8,30 del mattino, non l’ora migliore per ben disporti. Invece no, non mi ha convinto neanche stavolta. E intanto assisto sbigottito all’ingigantirsi del fenomeno. 7 Golden Globes vinti, 14 nomination all’Oscar eguagliando il record di Titanic e Eva contro Eva (e presumibilmente le statuette saranno tra 10 e 13, non 14 perché due candidature sono arrivate nella stessa categoria di migliore canzone). Una corazzata, il film del trentaduenne Damien Chazelle, già arrivata, nel momento in cui scrivo, a 109 milioni di dollari negli Stati Uniti, e chissà cosa succederà quando gli Ocar saranno incamerati. Di fronte a un’esplosione del genere, di fronte alla critica internazionale compattamente schierata per il sì, dal Guardian al Washington Post, dal Corriere della sera a LesInrocks, cosa volete che sia il no di questo blog? Che poi non sono neanche di quelli che si inorgogliscono e orgasmano nel solo-contro-tutti, nel sentirsi Davide contro Golia. Semplicemente, trovo che La La Land sia un film tutt’al più – nei suoi momenti migliori –  carino, ma inesorabilmente operina iminore, qualcosa di piccolo piccolo, altro che da storia del cinema e da cinque stelle (intese come valutazione). Certo, bisogna riconoscere a Chazelle la diabolica capacità, merce piuttosto rara, di piacere, di sedurre lo spettatore, di ghermirlo e non mollarlo più. E di avere, e di comunicare al pubblico, una straripante energia giovanile e una freschezza indiscutibile, di saper muovere la macchina da presa virtuosisticamente, di usare il montaggio come un’arma letale, nel senso di micidiale efficacia, infilando in una manciata di secondi una quantità di frame. Ma Chazelle ha anche il torto della piacioneria, che è una degenerazione e una forma patologica della naturale, sacrosanta tendenza a piacere, qualcose che porta a titillare quasi pornograficamente il pubblico, ad assecondarlo e gratificarlo a prescindere. Lo si vedeva già nel suo film precedente, il buono ma anche sopravvalutato Whiplash dove raccontava senza troppe sfumature e andando giù di roncola la guerra (con ferite e sangue) tra un giovane drummer e il suo sadico professore-carnefice. Con una contrapposizione ipersemplificata bene-male, buoni-cattivi da mito tribale, da racconto orale intorno al fuoco. E Chazelle ad accelerare sempre più il ritmo fino alla convulsione, fino a stroncare ogni nostra resistenza, fino a farci cadere in una sorta di trance, come le tarantate al suono della tammorra descritte da Ernesto De Martino nel suo libro sulle sopravvivenze magiche nel Sud italiano. In Whiplash il giovane ma già scafato regista non si fermava davanti a niente, e lo stesso è in La La Land, solo in forma più ingentilita e addolcita da finte romanticherie. Ma il tasso di ruffianaggine resta invariato, cioè alto. E, temo, anche quello di cinismo. Damien Chazelle manovra sempre bene e con ottimo senso del ritmo la macchina da presa, lo si vede già nella sequenza d’apertura, quella ormai famosa dell’ingorgo sulla highway, un vertiginoso piano sequenza (o almeno così sembra, perché qualcuno mi suggerisce che potrebbero esserci delle suture nascoste alla maniera dell’Hitchocok di Nodo alla gola) dove la tecnica ci ipnotizza al punto da non farci scorgere i non sempre cronometrici movimenti dei cantanti-ballerini. Diciamo che per tutto il film la velocità di ripresa, la frenesia del montaggio, la ipercinesi – una vera sindrome di iperattività – ci riempiono gli occhi e ci distolgono dai dettagli non sempre di smagliante perfezione (come invece ci avevano abituato i musical storici cui Chazelle dichiara di rifarsi). C’è come una continua esitazione, una smagliatura, un vorrei-ma-non-posso, forse dovuti a un budget non enorme che ha impedito di provare e riprovare, e riprovare ancora, fino alla resa assoluta. Tutti però così rapiti dal govane ammaliato dai musical della Golden Hollywood (e tanto temerario da volerli riesumare), da abbassare la guardia e la soglia del senso critico. Sicché è perlopiù sfuggita la mancanza di rigore, diciamo pure certo pressapochismo, con cui è stato saccheggiato il museo del cinema, citando e clonando e copincollando pezzi di grandi film del passato senza troppo discernere, senza distinguere, senza pensarci su troppo, affastellando stili e modi e mood diversissimi tra loro, anche incongrui. Scusate, ma che c’entra la sequenza d’inizio alla maniera degli street musical – da Saranno famosi (dove le coreografie erano del grande Louis Falco, e qui sono di Mandy Moore) fino ai tanti Step-up – con il ballo in solitaria tra i lampioni di Ryan Gosling smaccatamente ispirato a Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen (con, al posto della pioggia, il chiaro di luna e, differenza non da poco, con il pur volonteroso Gosling al posto di Gene Kelly). O con il pas-de-deux tra le stelle assai Fred Astaire-Ginger Rogers? Dite che è il bello del postmoderno, il citazionismo selvaggio e senza pensieri, l’accumulo di stili e forme anche contraddittori? A parte che del postmoderno non se ne può più – sono trent’anni almeno che si copia e si ricicla e sarebbe anche ora di tornare a inventare – ma qui più che al pastiche consapevole siamo alla confusione e basta. Come se si fosse visto il giorno prima un bel po’ di blu-ray (o spezzoni su YouTube) e si fosse preso da tutti un qualcosa, come capita, come la va la va, in una voracità che annulla ogni diversità di sapore. Ragazzo dotato, Chazelle, e però sant’Iddio si fermasse un attimo a scegliere, a mettere ordine, a dare una forma. Mica così che, passando con aria da impunito da Step-up a Un americano a Parigi, ci imbalordisce e imbambola tutti (che poi, perché si apre con un ballo-e-canto collettivo e poi non c’è più una scena di insieme che sia una, ma solo cose a due?). Stesso disinvolto approccio nella musica. Anche qui: vi par possibile che un jazzista fondamentalista come Sebastian detto Seb, uno che vive nel culto di Charlie Parker e Thelonious Monk, si metta a cantare una robuccia come City of Stars, che di sicuro vincerà l’Oscar come miglior canzone ma che non è musicalmente più nobile dei vituperati pezzi da pianobar che è costretto a suonare per campare? Si è scritto che l’approssimazione, il non-rifinito di La La Land sarebbe voluto, corrisponderebbe alla scelta di Chazelle di fare, ohibò, un musical sì classico ma contemporaneo, non parruccone, non inamidato, calato nella vita vera, nel qui e ora. Un musical sporco e impuro del e nel quotidiano alla maniera delle meraviglie di Jacques Démy, più volte ricordato da Chazelle nelle sue interviste. Ma Démy, mica per niente contiguo alla Nouvelle Vague, faceva cantare e danzare i suoi attori negli scenari di Cherbourg e Rochefort, in un realismo anche dimesso che non aveva bisogno di proclamarsi tale per esserlo, mentre in La La Land il realismo è solo mimato, solo artificio di cartapesta, e mai un momento che si respiri aria di vita vera. I caratteri di Mia e Seb sono ricalcati su infiniti film del genere il-prezzo-del-successo (lui musicista frustrato, lei attrice che passa da un casting all’altro e fa la cameriera: quante volte li abbiamo visti?), sono cliché, stereotipi, o se preferite pure funzioni narrative, eterni simboli dei tarocchi, e non ci comunicano mai, nemmeno per un secondo, un qualunque senso di realtà. Figurine che si muovono su fondali posticci, mica per niente parte del film ha per location gli Universal Studios. Dite che l’artificio è il segno di ogni musical classico di Hollywood? Certo che sì, ma allora non invochiamo per le approssimazioni di La La Land l’attenuante del suo essere un musical diverso, un musical nuovo, un musical-di-tutti-i-giorni, un musical del realismo contrapposto a quello passato della convenzione e dell’esibita messinscena. Vuoi rifare Minnelli? E allora devi esserne all’altezza e replicarne l’abbagliante perfezione. Quanto alla storia d’amore (d’amore?) tra Mia e Seb, vien da chiedersi, viste le numerose ellissi con cui ci viene raccontata (passaggi oscuri, svolte cruciali omesse ecc.), se sia solo un pretesto per mettere in scena numeri di canto e ballo o se al contrario sia il musical a far da stampella e supporto alla claudicante storia d’amore. Insomma, dove sta l’ubi consistam di La La Land? Che, al di là di un paio di scene in cui sembra davvero scattare la chemistry tra i due (per la precisione: all’inizio nel locale e alla fine) e un sincero desiderio reciproco, sembra un’impossibile storia tra due narcisi, troppo preoccupati di sé per fondersi davvero in una coppia, troppo occupati a inseguire per conto proprio il successo per interessarsi all’altro. Mondi/monadi che non comunicano mai. Vedendo È nata una stella, che ha qualche assonanza di trama con La La Land (la ricerca del successo ecc.), ci si commuove per lo strazio di un amore cui non bastano la devozione e il senso di sacrificio per sopravvivere e vincere, qui cosa mai possiamo provare per due (soprattutto lei) che non pensano che a salire il più velocemente possibile la scala della fama? Che poi Mia rimprovera Seb di non avere uno ‘stable job’ (sì, certo, non è lei, ma la madre al telefono a farlo, e però parrebbe proprio che Mia sia d’accordo), salvo poi, quando lo stable job lui l’ha trovato nel tour con John Legend, rinfacciargli di aver rinunciato ai suoi sogni. Tanto per dire quanto sia improbabile e finta questa storia d’amore in apparenza so romantic. E, al di là delle similitudini del finale, non c’è niente nemmeno dell’amore bersagliato dal destino di Les Parapluies de Cherbourg. Nonostante tutti gli sguardi e i balli e le canzoni, e nonostante che Ryan Gosling e Emma Stone ci diano dentro con generosità, non ce la facciamo mai a credere ai tormenti e ai languori della loro coppia di falsi innamorati e veri narcisi. Poi, certo, la sequenza finale è notevole per come è strutturata, per la sua circolarità ipnotica, per il suo inglobare citazioni precisissime (il fondale con l’Arc de Triomphe disegnato, i lungosenna fintissimi) del Minnelli di Un Americano a Parigi e Gigi, e però anche qui la brillantezza è tutta di superficie distogliendoci da un sano esame critico di certe incongruenze. Per esempio (senza fare spoiler): chi sta sognando? Mia o Seb? Sembrerebbe Mia, perché solo lei può conoscere e aver vissuto certi dettagli, e però quel finale di sequenza con la macchina da presa sulla faccia di Seb lascerebbe intendere il contrario. Allora: diciamo che il sogno è di entrambi, un doppio sogno incrociato e fuso. Ma questo ardito mescolare i punti di vista (anche i sogni hanno un punto di vista) che contraddice ogni tradizionale regola narrativa non è fatto con la consapevolezza e la perizia di uno sperimentatore, di chi le regole le vuole sovvertire e oltrepassare, ma è solo, temo, e ancora una volta, approssimazione e confusione. Chazelle è talentuoso quanto astuto. Ha il talento della seduzione istantanea. Passeggia nel museo del cinema e prende quello che gli garba e serve il tutto con energia e una certa simpatica sfrontatezza. In un’esibizione muscolare come quella del protagonista del suo Whiplash. Sempre però restando alla superficie, senza mai un progetto coerente. Producendo un film che è frenetico e ipercinetico esteriormente quanto inerte e immobile nel suo fondo. Falso movimento, come certo barocco: un rutilare di forme e volute che però si esauriscono in se stesse e non vanno oltre lo stucco. (“La soddisfazione interna delle forme barocche, si sa, causa un distoglimento dai contenuti mediante un’estasi emotiva immobile”: Alberto Arbasino, Ritratti e immagini, Adelphi, pag. 94.)
(Ma quando spediscono Mia a Parigi a girare quel film di tre ore senza copione e tutto improvvisazione, a chi e cosa alluderà mai il giovane Chazelle? Alla Jean Seberg di A bout de souffle di Godard?).

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