Il film imperdibile stasera in tv: AMORE E INGANNI (Love & Friendship) di Whit Stillman – martedì 19 novembre 2019

Amore e inganni, un film di Whit Stillman. Rai 5, ore 21,15, martedì 19 novembre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
114735Amore e inganni (Love & Friendship), un film di Whit Stillman. Tratto dal romanzo epistolare Lady Susan di Jane Austen. Con Kate Beckinsale, Chloë Sevigny, Xavier Samuel, Stephen Fry.
397372A fine Settecento, tra Londra e il countryside, i maneggi della piacente vedova Lady Susan per maritare la figlia e rimaritare se stessa. Tra giovani bellocci, giovani cretini ma ricchi e altri buoni o pessimi partiti, la signora si muove con la lucidità e la visione strategica di un Von Clausewitz sui campi di battaglia. Un commedia tratta da un romanzo epistolare di Jane Austen che pialla via ogni leziosaggine da film in costume per riproporci l’oggi rimossa guerra dei sessi. E l’amore come partita a scacchi dove una mossa sbagliata può essere fatale. Gran film, nonostante il soappistico titolo italiano. Voto 8
319879402216Whit Stillman, professione autore di cinema, americano, classe 1952, dunque non proprio un virgulto. Eppure solo cinque film spalmati su un arco di 26 anni: Metropolitan (1990), Barcelona (1994), The Last Days of Disco (1998), Damsels in Distress (2011) e adesso questo Love & Friendship (uso il titolo originale, che sta per Amore & amicizia, al posto dell’orrendo e soappistico Amore e inganni della versione italiana, e siamo alle solite con le balorde e pure insensate – almeno servissero a qualcosa, invece manco quello – rititolazioni autarchiche). Media bassa, da autore schivo, appartato, ritroso e un po’ malmostoso, secondo il modello messo a punto e incarnato mitologicamente da Terrence Malick. Ma si sa che la scarsità di film prodotti e l’assenza intensificano l’aura anziché distruggerla, e intensificano pure la curiosità e l’attesa (The Young Pope di Sorrentino docet), difatti Whit Stillman è regista di nicchia e di culto, e di culto perché di nicchia. Da quanto ho visto di suo – il bellissimo Damsels in Distressmesso qualche edizione fa a chiusura di Venezia, e  adesso questo Love & Friendship – mi pare sia un autore unico, difficile da classificare, men che mai apparentabile ad altri in circolazione. Un regista fortemente orientato alla scrittura, alla parola, ai dialoghi, con l’ambizione forse di riesumare la gloriosa stagione della sophisticated comedy americana, anche nella sua versione screwball-mattocca, replicandone arguzie, perfidie, disincanti e cinismi. E con estrema attenzione ai microcosmi abitati da forti individualità, e segnati da protagonismi perlopiù femminili. Al centro di questo film collocato nel secondo Settecento inglese c’è una signora assai assertiva e determinata, una calcolatrice e un’arrampicatrice non così lontana dalla coeva (il romanzo epistolare di Jane Austen che ha ispirato il film è del 1794) Locandiera di Goldoni, e affine nell’abilità manipolatoria alla Marchesa di Merteuil delle Relazioni pericolose. Analogamente, il perno del precedente Damsels in Distress (Donzelle in pericolo) è una ragazzona – Greta Gerwig difatti – intenzionata a ripulire il college in cui studia dai peggio e volgari maschilismi per elevarlo alla bellezza e alle buone maniere, quasi una missione salvifica, di civilizzazione di quegli essere bruti che sono gli uomini, con pericolosi risvolti però di intolleranza fanatica e un malcelato disegno di igiene sociale. In Stillman, almeno nei suoi ultimi due film, la grazia e i modi coltivati nascondono spesso spinte luciferine, pulsioni inconfessabili al potere, alla sopraffazione, al predominio, al controllo, al suprematismo, all’affermazione di sé a ogni prezzo. Un mondo di lupi e agnelli, dove a fara la storia, e a fare le storie intese come narrazioni, sono i primi, con i loro appetiti, la voracità, la prepotenza ferina. Qualcuno ha inquadrato il lavoro di Stillman nella categoria comedy of manners, o comédie des moeurs, ove si raffigurano e spesso si stigmatizzano e ridicolizzano modi, manie, convenzioni, riti, vizi privati e pubblici – e cattive maniere mascherate da buone – di una classe, di una casta, di un mondo, di una fetta di società, spesso quella che sta in alto (Tackeray, Oscar Wilde…). Ma credo che la definizione, l’etichettatura, gli stia stretta, non mi pare che Stillman abbia aspirazioni o voglie di satira sociale, piuttosto a interessarlo sono i giochi interindividuali, la fitta rete delle relazioni uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna e le manovre, le trame messe in atto da protagonisti e personaggi collaterali per trionfare sugli altri nel campo di guerra dell’esistenza, o almeno per non soccombere. Giochi di cui Stillman è un osservatore divertito ma in fondo impassibile e neutro. Inevitabile che prima o poi finissse a misurarsi con il Settecento, il secolo meno sentimentale e più lucido e disincantato che ci sia stato, con la sua consapevolezza diffusa che le storie, gli incontri, gli scontri, le attrazioni e le repulsioni tra persone sono partite da giocare secondo tattiche e strategie militari, senza tirare in ballo emozioni, affetti e sentimenti. Lady Susan, la vedova ancora giovane di Love & Friendship (e però con figlia a carico in età da marito e dunque da sistemare al più presto), si muove sullo scacchiere che ha scelto, o che la vita le ha destinato, secondo calcoli precisissimi e con obiettivi predeterminati, da conseguire di volta in volta adattando alla circostanze le proprie mosse. La vita sociale (e personale) come proseguimento della guerra con altri mezzi. Von Clausewitz applicato ai maneggi per maritare la figlia, e per rimaritare se stessa alle migliori condizioni economiche, di status, di rispettabilità possibili. Non avendo letto Lady Susan, il romanzo di Jane Austen (non dei suoi più frequentati), non saprei dire quanto ci sia, negli acuminati e assai witty dialoghi del film, della signorina di campagna diventata la scrittrice immensa che sappiamo, o dello stesso Stillman. Di chi mai sarà la meravigliosa battuta, meravigliosa per scintillante cinismo, riguardante un marito che non si decide a togliersi di mezzo onde lasciare la giovane moglie felicemente vedova: “Troppo giovane per morire, troppo vecchio per essere manipolabile (governable)”? Battuta, e film, che son lì a ricordarci di quando le donne, delle classi basse e di quelle alte, non essendo soggetti di diritti in proprio abbisognavano di un uomo accanto semplicemente per sopravvivere e campare dignitosamente. Tutte le energie di Lady Susan Vernon sono indirizzate a trovare il miglior partito per la figlia e per se stessa (l’amore se mai seguirà, e comunque non è necessario), vista la loro indigenza e precarietà dopo la morte del rispettivamente marito e padre (marito di cui la vedova non ha nessun rimpianto, basta sentire come ne parla con l’amica venuta dall’America a sposare un vecchio odioso). E alla povera rampolla destina un deficiente però ricchissimo, mentre per se stessa vorrebbe il fratello della cognata, più giovane di lei, ovviamente fichissimo e pieno di sostanze e beni al sole. Ma incontrerà resistenza cocciuta nei genitori di lui messi in allarme dalla sua pessima reputazione (non del tutto ingiustificata, vista la disinvolta vita privata di Susan che non ha mai lesinato in amanti e tradimenti al consorte) e timorosi che il figliolo, un così buon partito che potrebbe avere tutte le meglio sul mercato, si rovini con un matrimonio sbagliato. Son faccende serie, altroché, da cui dipendono vite, destini, fortune o sfortune, onore, reputazione, ricchezza o povertà. E prese molto sul serio da quel genio di Jane Austen, e qui da Stillman. Il quale ripulisce la storia e la messinscena da ogni leziosaggine, con un tocco che è morbido e complice verso i personaggi femminili e nello stesso tempo disincantato, impassibile, a tratti feroce. Il regista è tra i pochi, oggi, a praticare un cinema in cui si affronti con consapevolezza e lucidità la guerra dei sessi, biologica in primis, e poi sociale e culturale. Guerra che oggi sembra rimossa dalla (in)coscienza collettiva e entrata in una sorte di ‘fine della storia’ alla Fukuyama per vittoria schiacciante delle donne e per ritirata quasi senza combattimento da parte dei maschi. Ma Stillman probabilmente sa che si tratta di un trompe-l’oeil, di un inganno, di un autoinganno collettivo, di una tregua, di un passaggio storico che di colpo potrebbe rovesciarsi e mostrare l’antica, eterna trama del conflitto. Con disincanto e un senso del disinganno davvero settecentechi ha il coraggio di dirci, beffardamente e appena schermandolo sotto i modi della comédie des moeurs, ciò che oggi è indicibile. Ovvero che il mondo non è conciliato, e tantomeno lo è quello in cui si incontrano e scontrano uomini e donne, nonostante le stolte teorie del gender ormai prevalenti asseriscano il contrario. Il risultato è un film in costume che non solo evita i manierismi insopportabili del genere, ma sa parlarci dell’oggi meglio di tanti film che sbandierano il proprio essere nella contemporaneità. Purtroppo il doppiaggio, anche se buono (perfino i testi mi sembrano ben tradotti), toglie la possibilità di capire come Stillman sia intervenuto sulle voci e la direzione degli attori. L’impressione è che, pur nel rispetto dei modi del Settecento (o, almeno, della percezione che noi ne abbiamo oggi), abbia alquanto velocizzato i ritmi e deretoricizzato la recitazione. Lavorando anche sul corpo degli attori e guidandoli verso una naturalezza che è l’opposto dell’effetto glaciale, da bella statuina, di tanti film in costume, anche meravigliosi (penso a Barry Lyndon di Kubrick, così stiizzato e volutamente immobile). Kate Beckinsale, attrice dalla carriera discontinua, come Lady Susan mette a segno probabilmente la sua migliore performance di sempre, e come amica e complice si rivede con piacere una delle muse del cinema indie americano di qualche anno fa, Chloë Sevigny. A conti fatti, uno dei titoli più sottovalutati dell’anno, da rilanciare, e da sottrarre all’immagine che gli si è condensata addosso di manierato film di crinoline, chicchere e carrozze destinato a un pubblico femminile non propriamente giovane.

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