Torino Film Festival 2019: ALGUNAS BESTIAS, un film di Jorge Riquelme Serrano. Recensione

Algunas Bestias di Jorge Riquelme Serrano. Con Paulina Garcia, Alfredo Castro. Concorso Torino 77. Voto 5
Delusione dal solitamente affidabile cinema cileno. Un’isola laggiù al largo della Patagonia, con al centro una villa delabré che fu probabilmente dei padroni al tempo della cacciata (e del massacro) degli indigeni: vedi un altro film cileno di quest’anno, di ben altra tempra e importanza, visto a Venezia Orizzonti, Blanco en Blanco. Adesso ci abita una coppia di quarantenni scappata da Santiago con l’idea non originalissima di farci un resort  “a contatto con la natura” per turisti gentrificati e autoriflessivi, e con loro i due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza dall’intimità pericolosamente quasi incestuosa. Arrivano in visita i genitori di lei, cui la coppia intende chiedere soldi per ristrutturare la cadente seppur meravigliosa magione e trasformarla in eco-agriturismo. Ma lei, la matriarca, interpretata dalla grande dame del cinema cileno Paulina Garcia (Gloria), non vuole dare niente alla figlia né tantomeno al genero che considera un incapace, un perdente. Resteranno tutti intrappolato in quell’isola per qualche giorno e sarà gioco di massacro, con tutti i rancori e i livori e i rinfacci secondo migliore (peggiore) tradizione dei film di riunioni di famiglia dagli esiti disastrosi. Circola per tutto il film un’aria malsana e programmaticamente, freddamente perversa. La matriarca che cerca di farsi il fattore bello e vigoroso, i due ado(lescenti) di cui sopra. Fino all’episodio, sordidissimo, che spezzerà ogni possibile armonia e rivelerà il fondo oscuro di quelclan parentale. Famiglie maledette e malate di troppi vizi privati e tabe, come in certi mélo di decadenza di inizio Novecento o come nel Visconti della Caduta degli dei e di Vaghe stelle dell’orsa. Solo che qui ogni grandiosità del peccato e della turpitudine è nullificata dal’insignificanza dei personaggi in ballo. Brutto film derivativo, di manierata, fintissima perversità. Con Alfredo Castro nell’ennesima parte di sporcaccione vizioso, e francamente stavolta rischia l’autoparodia (solo quest’anno lo si è visto a Venezia padrino sado-gay nella galera luridissima di El Principe e fotografo pedofilo nel succitato Blanco en Blanco). Paulina Garcia, smessa la bonomia e la simpatia di Gloria, il film che l’ha resa celebre dappertutto, qui fa la iena borghese, e la fa benissimo. Ma non basta a salvare il film.

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