Torino Film Festival 2019. Recensione: ABOU LEILA, un film di Amin Sidi-Boumedine. Nel cuore di tenebra del deserto

Abou Leila, un film di Amin Sidi-Boumedine. Con Slimane Benouari, Lyes Salem, Azouz Abdelkader. Sezione Festa mobile/TorinoFilmLab.
Un bellissimo film, sommerso a Cannes da troppi titoli di maggior richiamo e  fortunatamente riemerso qui a Torino. Un altro viaggio conradiano nel cuore di tenebra, stavolta di due uomini nel deserto algerino in cerca di un feroce terorista jihadista. Siamo al tempo della guerra civile degli anni Novanta, S. e Lotfi lasciano Algeri e si dirigono verso Sud. Obiettivo, catturare Abou Leila, misterioso e inafferrabile come un Kaiser Söze del Sahara. Ma niente è come sembra. Ambuiguità pinteriane, fondali metafisicici, ibridazioni quasi alla Tourneur. Un film rivelazione. Voto 8
A questo Torino FF numero 37 ho deciso di derogare alla mia personale regola di vedermi a ogni festival tutti i film del concorso, nella convinzione che un festival sia il suo concorso e il suo palmarès. Regola che rischi di pagare cara, perché mentre ti affanni a inseguire i titoli in competizione te ne perdi altri assai più interessanti nelle sezioni collaterali (tant’è che c’è chi snobisticamente opera la scelta opposta alla mia, niente concorso – troppo cheap! troppo mainstream! tanto poi escono in sala! – per esplorare i margini e le sottosezioni in cerca della big surprise, dell’evento non annunciato, della scoperta preziosa). Dicevo: ho deciso di derogare perché dopo qualche anno di frequentazione del Torino FF ho maturato il convincimento, magari erroneo, che non stia lì il suo cuore, che alla competizione (e ai premi finali) non credano davvero nemmeno gli stessi organizzatori o ci credano sempre meno e che il senso qua stia nella mappa d’insieme, nell’offerta vasta e multipla da cui estrarre il proprio personale palinsesto. Sicché ho tradito non ricordo quale film del concorso in press screening per questo film algerino della sezione detta Festa mobile. Titolo: Abou Leila (credo significhi Il padre di Leila, ma potrebbe anche essere Il padre della notte), già proiettato lo scorso maggio a Cannes alla Semaine de la critique e passato nell’indifferenza quasi-generale (nessun hype, scarse e scarne recensioni). Bene, lietissimo di averlo recuperato qui. Abou Leila è, a oggi, una delle cose migliori che mi sia capitato di vedere a questo Torino FF e di sicuro quella che più ho amato (per chiarezza preciso che molti dei pesi massimi del programma festivaliero li avevo già visti altrove, come Synonymes di Nadav Lapid, Vitalina Varela di Pedro Costa, Liberté di Albert Serra, La Gomera del rumeno Corneliu Porumboiou, il brasiliano A Fevre o il doc francese Ne croyez surtout pas que je hurle di Frank Beauvais). Un film che torna al periodo cupissimo della guerra civile d’Algeria tra forze governative e ribelli-geurriglieri-terroristi jihadisti, la Black Decade che ha prodotto 150mila vittime, un fiume di sangue alle porte di casa nostra di cui i nostri media han sempre parlato poco (non perché volessero operare chissà quale censura, semplicemente e più tristemente perché all’Italia e agli italiani di quanto succedeva lì non importava niente, meno di zero). Quella guerra civile sta alla coscienza nazionale e al cinema d’Algeria come le guerre post-jugoslave a tanto cinema balcanico dì’oggi, o come il Vietnam lo è stato per almeno vent’anni per Hollyood movies e indipendenti. Un buco nero, un luogo dell’anima e della memoria colettiva in cui si agitano fantasmi mai del tutto esorcizzati, spettri pronti a erompere dal sottosuolo e a destabilizzare la faticata pacificazione dei primi anni Duemila.
1994, nel pieno della guera civile. Due uomini, S. e Lorfi, lasciano Algeri per inoltrarsi in macchina nel deserto, verso Sud, sempre più giù, in cerca di qualcosa che stentiamo a capire, di cui ci vengono dati labili indizi. S. è sicuramente un poliziotto, un duro dell’antiterrorismo, il suo compagno di viaggio, assai provato nella mente e nel corpo, con il cervello intorpidito da troppi psicofarmaci, è un suo amico d’infanzia, rimasto vittima di un trauma di cui non afferriamo i contorni. Parlano di un terrorista spietato, responsabile di efferati omicidi, chiamato Abou Leila, probabilmente è lui l’obiettivo di quel viaggio verso Sud. L’uomo da scovare e probabilmente da uccidere. Il desero come cuore di tenebra, in un altro degli inabissamenti conradiani del cinema. Con un malvagio assoluto, un signore del male, intorno a cui è cresciuta una leggenda nera, un assassino inafferrabile come un Kaiser Söze del Sahara. Il flm delude chi è in cerca di un racconto lineare in cui tutto si ordini nello spazio-tempo, chi vuole risposte e spiegazioni nette. Abou Leila invece accumula gli enigmi, resta volutamente oscuro e sul crinale del’ambiguità frustrando fino alla fine la nostra ansia di certezze. Ma stanno in questo anche la sua alterita e la sua differenza, quello che ne fa un oggetto sfuggente e inafferrabile ma di grande potenza e capacità fascinatoria. Se il misterioso Abou Leila fosse solo il parto della mente alterata di Lotfi? Se l’asassino non fosse poi tanto lontano e nascosto? Ci sarà un altro massacro, stavolta di bambini, o forse è solo una proiezione, l’ennesima, di una mente malata. Tutto si concluderà, anche se niente verrà chiaamente rivelatoto, nel fondo del deserto, tra i Tuareg, popolo di un’altra cultura e di un’altra lingua. Con i due protagonisti che sempre più sembrano ritagliati su certi inquietanti quanto inesplicati caratteri di Harold Pinter. Tutto è reale e insieme oltre il reale, spaventosamente tangibile e escursione nel fantastico in questo film che si distacca dal realismo e dalla denuncia che è oggi di tanto cinema arabo, in particolare nordafricano, per tentare strade altre e impervie sotto il segno dell’ibridazioine tra i registri e i generi. Con perfino in zona finale una metamorfosi uomo-animale alla Jaques Tourneur. Paesaggi maestosi e, ebbene sì, metafisici, a fare di questo film di un regista supponiamo giovane una rivelazione. Opera imperfetta che sbanda er troppi tracciati senza percorrererne coerentemente nessuno. Ma vivaddio aspro e vitale, che ce la fa a ricordare-denunciare il tempo buio della guerra civile algerina raccontadocelo come un angolo oscuro della coscienza nazionale, un abisso da cui continuano a sgorgare incubi, menzogne, depistaggi, alterazioni psichiche. Peccato che a Cannes non sia stato notato, menomale che Torino l’abbia recuperato. E quando si arriva alla fine è impossibile  non pensare alla misteriosa ultima sequenza di Professione: reporter di Antonioni, pure ambientata in una landa deserta. Ma è solo una delle infinite suggestioni cinefile che questo bellissimo, sofisticato (altro che cinema ingenuo dei paesi terzi), iperconsapevole Abou Leila riesce a sprigionare.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Torino Film Festival 2019. Recensione: ABOU LEILA, un film di Amin Sidi-Boumedine. Nel cuore di tenebra del deserto

  1. Bea scrive:

    Purtroppo non sono riuscita a vederlo…
    È vero che i film in concorso, spesso, non sono quelli più interessanti. Personalmente la rassegna TorinoFilmLab è quella che preferisco e quest’anno ho apprezzato ad esempio molto un film colombiano “Litigante” o “Port Authority”.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.