Recensione: IL PARADISO PROBABILMENTE, un film di Elia Suleiman. L’assurdo quotidiano senza confini

Il paradiso probabilmente (It Must Be Heaven), un film di Elia Suleiman. Con Elia Suleiman, Gael Garcia Bernal, Nael Kanj, Grégoire Colin, Vincent Maraval. Al cinema da giovedì 5 dicembre 2019 distribuito da Academy Two.
Il regista palestinese Elia Suleiman (di Nazareth, territorio israeliano) mette in scena attraverso il suo alter ego ES uno stralunato viaggio tra la sua città, Parigi e New York. Osservando con l’impassibilità di un Buster Keaton o di un Tati l’assurdo quotidiano senza confini. Ma il suo approccio deadpan non ha il rigore del Roy Andersson di Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza e le molte sequenze godibili non si saldano in un narrazione coerente. Se per due terzi Il paradiso proibabilmente evita le secche del film militante, ci casca poi dentro nell’ultima parte. Enorme successo a Cannes, dove si è guadagnato una menzione speciale dalla giuria presieduta da Iñarritu. Voto 6 e mezzo
Ripropongo la recensione scritta aCannes dopo la proiezione del film.
Che applausi signora mia alla proiezione mista pubblico-stampa di It Must Be Heaven al Grand Théâtre Lumière, perfino, e più volte (cosa mai successa in questa edizione numero 72), in corso di film. Di quei film subiti adottati e amati incondizionatamente, e francamente chi se lo aspettava da un titolo sulla carta tra i più deboli della Compétition, mica per niente messo in calendario l’ultimo giorno prima della consegna premi e dunque a giochi si immagina già fatti in giuria. Oltretutto sciaguratamente programmato in modo tale che gli ultimi dieci minuti si sovrapponevano a un’altra proiezione stampa del concorso, quella di Sibyl della francese Justine Triet.
Non certo prima, ma dopo la proiezione e relativi applausi, molti a mettere It Must Be Heaven, Dev’essere il paradiso, tra i favoriti alla palma: è invece entrato nel palmarès con una menzione speciale, aggiunta presumibilmente ad hoc dalla giuria per non lasciare il palestinese Elia Suleiman (palestinese di Nazareth, territorio israeliano, dunque suppongo dotato di nazionalità e passaporto israeliano) a mani vuote. Suleiman, che è salito sul palco a ritirare il rotolo (finto)pergamenaceo consegnatogli da Chiara Mastroianni – vincitrice la sera prima come migliore interprete a Un Certain Regard per Chambre 212 di Christophe Honoré – con la laconicità e l’impassibilità del personaggio che interpreta nel suo film, un alter ego chiamato ES. Doppio che avevo già visto all’opera nell’episodio diretto da Suleiman nel film collettivo 7 giorni all’Avana a Un Certain Regard di qualche Cannes fa.
A essere franchi, non mi colloco tra i molti e illustri entusiasti di Il paradiso probabilmente. Così presentato dall’autore-interprete nel pressbook: “Se nei miei film precedenti la Palestina poteva essere apparentata a un microcosmo del mondo, il mio nuovo film, It Must Be Heaven, tenta di presentare il mondo come un microcosmo della Palestina”. Mah. Cerco di tradurre a modo mio: non è stato il mondo a ridurre a sé la Palestina, a normalizzare la differenza palestinese, ma è stato il modello Palestina ad aver plasmato ed espugnato il mondo. Posto che sia vero, quale sarebbe mai questo modello? Non è che il film ci fornisca chissà quali chiavi di interpretazione. Forse è l’assurdo quotidiano, lo sfaldamento della realtà in una surrealtà grottesca e attonita a fare da tratto comune tra la prima parte del film a Nazareth e le due successive a Parigi e a New York. Come se l’appartenenza a una patria che non c’è e però assai concretamente e potentemente percepita costringesse il protagonista ES a un continuo spaesamento-straniamento, a una fluttuazione in cerca di un radicamento sempre agognato e mai realizzato. Se è questo sentimento permanente di esilio, anche da se stessi, il filo che dovrebbe cucire le parti del film, se è questa “la Palestina che si fa mondo”, l’impressione è che di quel filo non ce ne sia abbastanza, che parti e pezzi di It Must Be Heaven se ne stiano per conto loro e come irrelati, sconnessi. Inutile ridurre a uno, forzare a una coerenza impossibile un film che è ondivago, fluttuante, vagante e disseminato capricciosamente qua e là in una casualità a volte felice altre meno. Un film che è una silloge di scene a sé stanti come microfilm indipendenti, non comunicanti tra di loro, pure monadi, certo spesso riuscite, certo aguzze e divertenti, ma pur sempre monadi. Ci troviamo stilisticamente, attraverso il character di ES, ora attore ora osservatore silenzioso, il viso fissato in una maschera deadpan, dalle parti di Jacques Tati e Buster Keaton, anche se a me It Must Be Heaven ha ricordato più i personaggi stralunati del Roy Andersson di Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, capolavoro del quale però questo film non ha il rigore assoluto, la radicalità, la perfezione formale e nemmeno l’audacia. Tutto qui sembra più lieve e svagato e insieme approssimativo, anche nelle sequenze più costruite e coreografiche, senza mai abbagliarci davvero.
Si parte con l’unica sequenza in cui ES se ho visto bene risulta assente. Siamo a Nazareth, con un vescovo che, in testa a una processione, batte più volte sulla porta chiusa di una basilica. Ma nessuno dall’interno apre, anzi si sentono voci concitate. Sicché imbufalito il vescovo raggiunge i tizi e, lo si desume dalle urla, risolve la questione nel modo più spiccio, menando le mani. Finché la porta viene aperta. Una sequenza magnificamente costruita che dà subito il tono al film, che ci diverte parecchio (difatti grandi risate in sala), ma di cui fatichiamo ad afferrare il senso. Però più tardi, mentre stavo in fila per un altro film, una signora libanese – anche le file servono a qualcosa – mi spiegava come quella fosse la basilica ortodossa di Nazareth (“io stessa sono ortodossa, come lo è Suleiman”) e come gli energumeni che dall’interno si rifiutavano di aprire la porta fossero i custodi musulmani in rotta di collisione con i cristiani locali: mi fido della sua spiegazione, certo io da solo non ci sarei mai arrivato, come credo la gran parte degli spettatori. E se fosse così, se la signora avesse ragione – ma la cosa è tutta da verificare – , Il paradiso probabilmente si aprirebbe con una significativa per quanto criptica allusione all’attrito tra palestinesi musulmani e cristiani.
Dopo atre scene a Nazareth a metà tra slapstick e tableau vivant – la meglio è al bar con la ragazza stretta tra i due fratelli preoccupati del suo onore – si segue l’autore di cinema ES a Parigi in cerca di finanziamenti per un nuovo progetto. “Mi spiace, ma il suo film non tratta sufficientemente di Palestina”: così spiega (vado a memoria) il proprio rifiuto un giovane produttore al sempre impassibile protagonista. Il resto sono assai godibili cartoline parigine: flic sull’ormai dilagante Segway in una sorta di danza in una piazza deserta, flic che misurano ossessivamente quanto suolo pubblico occupa un dehors, flic che soccorrono con ottusità burocratica un homeless, mentre Monsieur ES si lascia andare andare all’osservazione delle belle signore. Poi via a New York e incontro con un altro produttore propiziato da Gael Garcia Bernal (nella parte di se stesso). Parte, questa, meno felice di quella parigina (la ragazza-angelo ricorda certi pesanti simbolismi da ‘film d’autore’ centroeuropei e danubiani anni Sessanta, certi fellinismi tra Praga e Sarajevo), con una parte finale che ovviamente non rivelo ma in cui rispunta prepotente la palestinità di Elia Suleiman fino ad allora rimasta sottaciuta benché qua e là evocata. Eppure nella visita al produttore francese era parso intuire una certa ironia da parte di Suleiman su come gli europei fossero, siano, incapaci di pensare a un cinema palestinese dove non sia dominante la ‘questione palestinese’. Invece ecco nell’ultima parte It Must Be Heaven e Elia Suleiman piombare in pieno nel ‘film palestinese’.
Succede che, in taxi a New York, ES si veda chiedere la nazionalità. Nazareth, è l’enigmatica risposta. Aggiungendo poi a uso del perplesso taxi driver: Palestinese. Da quel momento la questione diventerà prevalente fino a ingoiare tutto il film. E It Must Be Heaven da impassibile osservazione dell’assurdo quotidiano si confonde sempre più con il grido militante, il che gli ha guadagnato nelle sale di Cannes fragorosi applausi. Mi sarebbe piaciuto che il cristiano Suleiman ci dicesse, pur nei suoi modi obliqui, qualcosa di più sulle relazioni tra palestinesi cristiani e musulmani. Rapporti che, stando a articoli recenti (uno di fonte israeliana, pubblicato pochi giorni fa dal Jerusalem Post), si stanno parecchio complicando.

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