Recensione: L’INGANNO PERFETTO (THE GOOD LIAR), un film di Bill Condon. Non bastano Helen Mirren e Ian McKellen

L’inganno perfetto – The Good Liar, un film di Bill Condon. Con Ian McKellen, Helen Mirren, Jim Carter, Russell Tovey. Al cinema da giovedì 5 dicembre 2019.
Parte come una matura storia d’amore tra ultrasettantenni, si rovescia in una partita dai misteriosi contorni. Chi conduce il gioco? E perché quel viaggio a Berlino? Purtroppo tutto è impaginato secondo i modi del più calligrafico e inamidato period movie. Si salvano solo Helen Mirren e Ian McKellen, grandi nonostante la mediocrità del film. Visto al Torino Film Festival, adesso al cinema. Voto 4 e mezzo
È appena arrivata la notizia che la prossima Berlinale (febbraio 2020) conferirà il suo premio alla carriera a Helen Mirren, di cui si proietterà un pugno di film, tra cui The Queen (che le portò l’Oscar) e Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Peter Greenaway. Credo che nessuno obietterà, che il consenso sarà unanime, anche da parte della critica giovinastra-giovanottesca, e come potrebbe essere altrimenti? Intanto possiamo vederla al cinema da giovedì 5 gennaio nella sua più recente e assai lodata performance quale protagonista, vicino a un un altro totem del cinema (e del teatro) inglese come Ian McKellen, questo The Good Liar, in italia non impropriamente L’inganno perfetto. Non granché, un film geriatrico non tanto per il suo pubblico di riferimento (nessun under 45 andrà mai a vederlo) e nemmeno per l’ormai venerabile età dei suoi due interpreti – bisogna comunque dire che la gagliarda Mirren ha qualche anno di meno di McKellen -, ma per la sua intrinseca decrepitezza linguistica e stilistica, per i suoi modi e vezzi assai convenzionali, per la sua appartenenza a un cinema inamidato e vetusto, anche piuttosto bolso, un cinema signoril-borghese aggravato qui da certa insopportabile britishness da ora del tè. Poi per fortuna ci sono i due giganti Mirren & McKellen a fare partita a sé e a tenere a galla un film altrimenti impossibile. Che flirta con parecchi modelli, dal genere nazi a quello che gli anglofoni chiamano cat-and-mouse movie, quei racconti che si reggono tutti sul confronto-scontro e lo scaltro duello di due caratteri antagonisti dove non sai mai chi sia l’innocente e chi il colpevole, chi stia intrappolando chi. Modello di riferimento tuttora insuperato Gli insospettabili, capolavorissimo del 1972 firmato Joseph L. Mankiewicz, remakizzato nel 2007 da Kenneth Branagh – titolo Sleuth – su sceneggiatura nientedimeno che del Nobel Harold PInter. Solo che in The Good Liar siamo lontani da quei livelli.
2009, Londra. Gli assai maturi Roy, uno charmeur dalla vita solitaria, e la vedova per niente doma Betty si conoscono su una chat di incontri (erano tempi pre-Tinder), si vedono, non si dispiacciono, si rivedono. Nasce un qualcosa che si fatica a definire amore, piuttosto una briosa e disincantata amicizia di cui non ci vengono forniti i dati essenziali (ma insomma, fanno l’amore o no? parrebbe di no), fatto sta che Betty & Roy cominciano a condividere pezzi sempre più ampi delle loro giornate. Lei è un’agiata ex docente di storia di Oxford in pensione, lui un signore apparentemente qualunque di cui ben presto conosceremo l’altra, più brillante, vita (non è mica uno spoiler, son cose  di cui si viene ben presto a conoscenza). Perché se con Betty si presenta nei modi di un principe azzurro ingrigito e dimesso, eccolo invece smart e dinamicissimo nella sua seconda vita di speculatore finanziario al servizio di ricchi investitori (oltre che del proprio interesse e guadagno). Ci si chiede come mai nasconda a Betty questa sua attività, visto che trattasi di cosa del tutto lecita benché un filo pescecanesca. Lo scopriremo più avanti, ed è precisamente quanto bisogna tacere per non rovinare il piacere della visione a chi acquisterà il biglietto (perché il regista Bill Condon, che tra anni Novanta e anni zero si era fatto apprezzare con Demoni e dei e Kinsey per poi perdersi in cose medio-mediocri, l’abilità di portare dalla sua parte lo spettatore non l’ha persa). Peccato che a metà film si capisca già quale direzione imboccherà L’inganno perfetto e chi uscirà vincitore dal duello: grazie anche a un’incursione in flashback in una Berlino infida appena invasa dagli alleati dopo la caduta degli dei nazisti. Infida perché, come nella Vienna di Il terzo uomo, come nella stessa Berlino di Scandalo internazionale, si faticano a distingere i buoni dai cattivi, i nazisti pentiti dai non pentiti che il pentimento lo simulano soltanto. Una parte che è il cuore (di tenebra) di The Good Liar, ma che Bill Condon spreca clamorosamente con una regia banalizzante e piatta che non va mai dentro i personaggi fermandosi sempre alla loro superficie, infilando un cliché dopo l’altro senza il minimo accento di verità. In una Germania immediatamente postbellica però, come nei peggiori e più calligrafici period movie, di perfetti abiti e abitini d’epoca senza un grano di polvere o un grumo di sporco. Ed è qui che la mediocrità di The Good Liar si rivela tutta, nel non sapere mettere in cinema con adeguata consapevolezza quel passaggio tragico del Novecento europeo, derubricato a materia di intrattenimento vagamente giallo e nero a uso di un annoiato spettatore. Si salvano solo loro due, Helen Mirren e Ian McKellen, che cavano tutte le doppiezze possibili dai loro personaggi mentre Bill Condon rema al contrario cancellando sfumature e ombre. Scena finale terribile all’insegna del politicamente correttissimo (di più, anche qui, non si può dire).

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