Recensione: UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK di Woody Allen. Ritorno a Manhattan

Un giorno di pioggia a New York (A Rainy Day in New York), un film di Woody Allen. Con Elle Fanning, Timothée Chalamet, Liev Schreiber, Diego Luna, Selena Gomez, Jude Law, Cherry Jones, Rebecca Hall.Le infinite traversie (gli attacchi metooisti a Woody Allen, la mancata distribuzione negli Usa da parte di Amazon, la vigliacca presa di distanza di alcuni attori ecc.) non sembrano aver influito su questo film segnato dalla grazia. Come in una squisita e amorale pièce mitteleuropea, ecco una ronde di amori che si fanno, si disfano e si ricompongono altrimenti, fino a una rivelazione che riscrive tutto, la vita del protagonista Gatsby e lo stesso film. Ritorno a casa di Woody Allen, in una Manhattan che ormai, più che quella reale, è la proiezione e sedimentazione della sua memoria. Voto 7 e mezzo
Con tutto quel carico di tristezze e nefandezze addosso (la recrudescenza degli attacchi a Woody Allen in nome del metooismo, l’abiura o la presa di distanza presa di distanza da lui di parte del cast – Timothée Chalamet e Rebecca Hall in testa -, la decisione di Amazon di non mandare il film in sala, la successiva causa intentata da Allen a Amazon), questo A Rainy Day in New York pareva votato al disastro. Ci si chiedeva come tutte quelle storiacce averebbero potuto non lasciare un qualche (brutto) segno sul film, non far sentire i propri effetti. Invece. Invece ecco dall’ottantatreenne WA un film di grazia, di levità, di olimpico distacco come non gli capitava da parecchio, una ronde di amori che si formano, si disfano, rinascono sotto altre forme e con altri partner come in una squisita e amorale pièce mitteleuropea o parigina d’altre epoche. Tutto déjà vu, intendiamoci, nessuna esplorazione di chissà quali nuove frontiere narrative da parte dell’autore-demiurgo, nessun suo tentativo di andare oltre le forme del proprio cinema, anzi a trapelare è il senso di routine anche pigra di chi ripercorre a occhi chiusi sentieri ampiamente battuti. Eppure, se non si hanno aspettative di rivelazioni e folgorazioni, se si cerca “un  film di Woody Allen”, eccolo, fragrante al punto giusto e con marchio di garanzia a rassicurare gli affezionati consumatori. Allen è così alieno da ogni tentazione di apparire moderno e di cavalcare la contemporaneità con un film all’altezza (o alla bassezza) dei tempi, da fregarsene di ogni verosimiglianza, inventandosi dei giovanotti e delle giovanotte che non esistono più in natura, che sono i giovani come lui se li immagina dal suo eremo, vecchi travestiti da giovani. Ragazzi abbigliati come non usa più da quasi mezzo secolo. Il Gatsby (già chiamarlo così) di Un giorno di pioggia a New York, interpretato (splendidamente) da Timothée Chalamet quale alter ego di un Allen sottoposto a uno scorsesiano de-aging, veste come un ventenne aspirante intellettuale di quando WA era ventenne, quindi giacca di tweed, cashmerino signorilmente strapazzato e liso, camicia a scacchi, pantaloni di velluto “millerighe”, scarpe comode. Su una magrezza tutt’ossa di chi non ha mai praticato uno sport, se non quelli della mente, e visto una palestra. Così consapevole, Allen, di tale inattualità da mettere le mani avanti facendo dire al suo Gatsby qualcosa tipo (cito a memoria) “non ho i gusti musicali dei miei coetanei, mi piacciono i pianobar, le vecchie cose tipo Sinatra” (che difatti Chalamet a un certo punto canta e suona: discretamente, ma niente di paragonabile alla strepitosa performance canora di Adam Driver in Marriage Story). Ma in fonda, che cosa importa? Noi vogliamo un film di Woody Allen come vogliamo un’opera di Mozart o una Passione di Bach, non vi cerchiamo dentro l’eco dei nostri tempi, solo quella del suo autore (verrebbe da dire, se si potesse dire, dell’eternità, di ciò che sta oltre il contingente e il tempo storico).
Un giorno di pioggia New York sta incapsulato in una bolla, costituisce anzi nel corso della narrazione se stesso come bolla, universo a parte, in cui le tracce del mondo là fuori sono labili e, nel caso riescano a penetrare, vengono subito piegate all’autoreferenzialità dell’opera. Il giorno di pioggia in NY potrebbe essere domani o trent’anni fa, a contare sono solo le relazioni interne ai personaggi, le loro traiettorie, i loro scambi soprattutto verbali (inutile ricordare quanto le parole siano fondamentali in WA), e le proiezioni dell’autore. Se si accetta questo piccolo (grande) mondo autoriferito e chiuso – la Manhattan che vediamo attiene a una geografia mentale di Allen, è una sedimentazine della sua memoria, esattamente coma la Roma di Fellini o la NY ricreata negli studi londinesi da Kubrick per Eyes Wide Shut -, se si accetta tale evidente finzione, ci si può divertire molto, di quel divertimento “alla Woody Allen” che tanto gratifica il nostro lato narcisointellettuale e ci fa sentire migliori (di chi e di che cosa stabilitelo voi).
Gatsby accompagna a New York la sua girlfriend Ashleigh, la quale deve intervistare se ricordo bene per il giornale dell’università un famoso e nevrotico regista di cinema di nome Pollard, per quello che Gatsby spera sarà un weekend a due di gran romanticismo nell’autunno di Manhattan. Entrambi studiano nello stesso college dell’East Coast, lui newyorkese di nascita e formazione, lei di Tucson, Arizona, entrambi di famiglie molto facoltose, e però quella di Gatsby assai intellettual-mahattaniana, quella di Ashleigh invece più new money e meno distinta in cultura. Tutto sembra inizialmente funzionare bene, l’unica preoccupazione di lui è che la famiglia venga a sapere che si trova a due passi di casa, costringendolo a una visita a padre e madre di cui non ha nessuna voglia. Sarà un weekend più movimentato e meno ovvio del previsto. Piove senza tregua, imprimendo a cose persone paesaggi eventi un che di intimo, raccolto e malinconico, avvolgendoli in una sorta di bassa intensità emozionale. Personaggi che sembrano muoversi lentamente e riflessivamente, come in un acquario. Ashleigh (“no, non Ashley!” precisa sempre Gatsby a chi equivoca), essendo Elle Fanning, verrà presto concupita serialmente. Comincia a farle una corte serrata il tormentato regista (Liev Scheiver), seguono un divo latinoamericano (Diego Luna) e un addetto alla promozione o qualcosa del genere (Jude Law). Mentre lei si ritrova nel vortice ora resistendo ora cedendo, e giocando benissimo alla gatta morta più scafata (brava la Fanning con perfetti tempi comici), Gatsby incontra la sorella di una sua ex che gli confessa di esere sempre stata innamorata di lui (Selena Gonez). Le pedine sono sulla scacchiera, non resta che seguire la partita condotta dal regista demiurgo. E mentre Woody Allen distribuisce le sue battute, alcune assai godibili, ci porta nella Manhattan che ama (questo film segna il suo ritorno a New York, o meglio nel simulacro della sua New York), quasi a voler dare una Google Map, una geografia dei “luoghi di Woody Allen” a uso del turista. Hotel, pianobar, musei & opere, angoli di Central Park (“vediamoci sotto l’orologio”). Tutto fluttua come in Io e Annie e Manhattan, come se il ritorno di Allen alle radici dopo tanta Europa e tanto esilio avesse innescato il motore dell’autocitazione e della nostalgia (la sua, la nostra). Si resta sul registro della commedia per gran parte del film, anche quando vediamo la coppia Gatsby-Ashleigh vacillare sotto i nostri occhi. Fino a quando, rientrando senza averlo voluto in famiglia, Gatsby avrà un aspro confronto con la madre che ridisegnerà la sua vita, e il film. Una scena apparentemente incongrua nella sua drammaticità che di colpo sposta Un giorno di pioggia a New York oltre la commedia. Il gioco pieno di grazia della ronde degli amori e disamori si piega all’irruzione del buio, del rimosso, del mai detto. E il ritorno a casa diventa resa dei conti e, per il protagonista Gatsby, il salto irreversibile alla vita adulta.

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Una risposta a Recensione: UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK di Woody Allen. Ritorno a Manhattan

  1. L' Alligatore scrive:

    Adoro Woody Allen, e pur avendo apprezzato il ritorno ai suoi temi, ho trovato gli attori troppo giovani, dei ragazzini che recitano una parodia di Woody. Spiazzante, ma nel senso negativo, tanto che non metterei questo film tra gli Allen maggiori. Non ho capito tutti questi plausi in giro, maggiori a un capolavoro come La ruota delle meraviglie, quello sì un Allen maggiore (uno dei migliori film del decennio), come secondo me Café Society e Irrational Man.

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