Recensione: Dio è donna e si chiama Petrunya, un film di Teona Strugar Mitevska

Dio è donna e si chiama Petrunya (titolo internazionale: God Exists, Her Name is Petrunya, Dio esiste e si chiama Petrunya), un film di Teona Strugar Mitevska. Con Zorica Nusheva, Labina Mitevska, Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Violeta Shapkovska. Al cinema da giovedì 12 dicembre distribuito da Teodora.
Slittamenti semantici: il titolo che in origine era Dio esiste e si chiama Petrunya diventa da noi, chissà perché, Dio è donna e si chiama Petrunya. Un film arrivato dalla Macedonia del Nord che si è imposto coe uno dei grandi successi arthouse del 2019: applauditissimo alla Berlinale, tour in svariati festival, premio Lux del Parlamento europeo. Una di quelle storie cui è impossibile dire di no di donne-coraggio che lottano contro un mondo patriarcale. Più, in questo caso, qualche eco delle commedie balcaniche alla Kusturica.
Una giovane donna di nome Petrunya partecipa (non voluta) a un sacro torneo tradizionale riservato agli uomini. E vince. Ma i maschi le si rivolteranno contro gridando alla profanazione. Il film tiene bene nella prima parte, poi si ingorga nella ripetitività e nella sua dimostratività. Ma l’attrice è semplicemente irresistibile. Alla regista Teona Strugar Mitevska il recente Torino Film Festival ha dedicato una personale. Voto 6+


Colossale successo di pubblico e di critica (locuzione assai in uso fino a una trentina di anni fa, adesso un fossile linguistico) alla scorsa Berlinale, febbraio 2019. Anche la stampa difatti ad applaudire fragorosamente questo fim nord-macedone che sulla carta sembrava essere il parente povero del concorso e se ne è uscito invece come una rivelazione. Tanto da essere diventato nel corso dell’anno un film-evento, con presenze in molti e successivi festival (compreso il recente Torino FF, che non solo ha proiettato Petrunya ma ha dedicato alla regista Teona Strugar Mitevska una retropettiva): fino al Premio Lux ricevuto dal parlamento europeo e le nomination agli Efa. Di quei film con il messaggio giusto e virtuoso  incorporato, che in nome dei diritti delle donne se la prendono con il patriarcato etnicamente radicato, la religione, i poteri, la polizia, le istituzioni, la famiglia, messaggio però servito stavolta con indubbio mestiere e senso del racconto, e in chiave di commmedia balcanica alla Kusturica dove tutti urlano, litigano, si ubriacano di grappe locali, i maschi son brutali e violenti a parte qualche raro angelico rappresentante (subito sospettato di frociaggine, ovviamente). Una ricetta etnofemminista di quelle che alla Berlinale funzionano sempre benissimo. E però. Dopo aver esaurito nella prima parte la sua furba e efficace trovata narrativa, Dio è donna e il suo nome è Petrunya  si ripete, gira in tondo, si allunga inutilmente cercando un finale che non trova. Al di là di questi limiti, bisogna però ammettere che il film è assai divertente fin quando non imbocca il suo vicolo cieco, le figure e figurine sono tutte ben disegnate benché piatte e prive di profondità, e l’attrice protagonista, nome Zorica Nusheva, è semplicemente fantastica e alla Berlinale avrebbe meritato un premio (nota: Petrunya, nonostante l’applauso di gran parte della stampa, di premi non ne ha ricevuti).
Siamo in una cittadina nord-macedone di religione ortodossa, la lingua è in cirillico, e dunque in quale delle comunità etnolinguistiche che compongono il paese ci troviamo ? (direte: chissenefrega? Invece per me, scusate, essere precisi su questi dati sensibili è importante. Purtroppo non ho trovato al riguardo evidenze in rete). Dunque, Petrunya o Petrunija ha 32 anni, non ha un marito, non ha un fidanzato, continua a vivere con i genitori, si è laureata in storia (“Sulla storia mecedone? Alessandro Magno?”, e lei: “No, sulla rivoluzione cinese”) e ovviamente non trova lavoro. Penalizzata anche dall’essere in sovrappeso, e fa niente se lei è di quelle ragazze non magre ma di splendente carnalità e dalla pelle freschissima, insomma uno spettacolo. Però i colloqui di lavoro vanno tutti male (devi tirarti giù l’età, dire che hai 25 anni, la istruisce la mamma impicciona), compreso l’ultimo con il manager stronzo di una fabbrichetta tessile. Finché ecco arrivare il giorno della riscossa. Tradizione secolare vuole che il pope ogni anno in un certo giorno (d’inverno) dia il via a un torneo speciale tra i maschi del paese. Vincitore sarà colui che buttandosi nelle acque gelide recupererà prima degli altri dal fiume una croce di legno lanciata dal barbuto prete. Succede che Petrunya, spinta da irresistibile quanto oscuro impulso, si butti pure lei aggiudicandosi il trofeo. Figurarsi. I maschi urlano alla tradizione tradita, alla profanazione, all’usurpatrice, essendo la gara da sempre interdetta alle donna. Petrunya resiste, scappa con la sua croce-trofeo e di quel diritto alla vittoria fa una battaglia, non solo personale. Verrà denunciata, portata al posto di polizia, mentre il branco dei maschi cerca di dare l’assalto. Con una giornalista televisiva che fiutando la notizia monta la faccenda, sostenendo ovviamente Petrunya. Con lei sì sotto assedio, ma che trova in un poliziotto gentile e ovviamente bello un inaspettato alleato. Carinissimo e godibile per mezz’ora e anche di più, poi prevale il peso ideologico, lo slancio declamatorio-femminista, e il film si ingorga. Peccato, perché con sceneggiatura che non si fosse limitata a replicare le schermaglie di partenza il film avrebbe raggiunto ben altro risultati. Ne abbiamo visti decine di film così, fors’anche centinaia, sempre lo stesso schema – donne coraggio contro ilpatruarcato -, cambia solo il contesto. E il paesaggio. Intendiamoci, anche film necessari, ma che fatucano a emancioarsi dal loro essere meri veicoli di un messaggio. Film che hanno un successo festivaliero immediato, vincono premi su premi in tutto il mondo, gratificano gli spettatori euroccidentali sempre pronti a infiammarsi e indignarsi per cause giuste in un qualche pittoresco altrove, solo che l’anno dopo chi se li ricorda più (i film, intendo). Avete in mente il turco (di coproduzione francese, e la cosa conta) Mustang che espugnò la Quinzaine di Cannes qualche anno fa e, se ricordo bene, entrò nella shortlist degli Oscar? Ecco. Intanto, in quei giorni di Berlinale in cui tanti commentavano con entusiasmo Petrunya, passavano in concorso altri film di ben altra importanza come Synonymes dell’israeliano Nadav Lapid (che avrebbe poi vinto l’Orso d’oro), Grazie a Dio di François Ozon e So Long, My Son del cinese Wang Xiaoshuai sulla sciagurata politica del figlio unico imposta da Pechino. Tanto per riaggiustare i pesi.
UPDATING: rispetto alla precedente versione, nella quale parlavo di Macedonia, ho corretto in Macedonia del Nord (e di “nord-macedone” laddove avevo scritto “macedone”).  Questo dopo che un lettore mi ha fatto notare come il paese di cui parlo nel pezzo abbia assunto dal gennaio 2019 il nome di Macedonia del Nord per distinguersi dalla Macedonia in territorio greco.

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3 risposte a Recensione: Dio è donna e si chiama Petrunya, un film di Teona Strugar Mitevska

  1. Kos scrive:

    Salve signor Locatelli. Ti seguo e ti stimo. Do del tu soltanto per semplicità di scrittura. Leggo che per te “essere precisi su questi dati sensibili è importante”, e quindi ti vengo in soccorso: Se la località è “una cittadina macedone di religione ortodossa”, e allo stesso tempo “la lingua è in cirillico”, allora di sicuro NON “Siamo in una cittadina macedone”. Ma sicuramente in una cittadina nord-macedone. Vede, di recente è stato deciso e concordato che la nazione in questione si possa chiamare d’ora in poi “Macedonia del Nord”. Mentre invece, le cittadine macedoni sono tutte, (nessuna esclusa), di lingua greca, e si trovano tutte quante (ovviamente) nella regione di Macedonia (semplicemente “Macedonia” e basta) all’interno dello stato greco. Comunemente chiamato “Grecia”.
    Non sono ironico, voglio solo essere preciso.
    Se le persone come te che vogliono essere precisi, non sanno queste cose, si rischia spesso di offendere qualcuno. Pensa quelli che non sono neanche interessati alla precisione…
    Faccio un esempio: La Slovenia decide di chiamarsi “Veneto”. Dunque ottiene il diritto di chiamarsi “Veneto dell’Est”. E subito viene invece chiamata da tutti “Veneto”. E i suoi abitanti d’un tratto vengono chiamati “veneti” da tutto il mondo. Proprio da tutti i media di tutto il mondo. Avresti qualcosa da ridire?

    • Luigi Locatelli scrive:

      Mi rendo conto di aver semplificato parlando di film ‘macedone’ e di film venuto dalla ‘Macedonia’: avrei dovuto dire Nord Macedonia, come da recenti accordi intervenuti. Però la questione che pongo nel pezzo resta: Petrunya è cittadina del Nord Macedonia, ma qual è la sua comunità di appartenza: di lingua bulgara? O serba? Altro? Se riuscissi ad aiutarmi ti sarei grato

  2. Kos scrive:

    Grazie di cuore per aver subito preso atto del mio appunto. Purtroppo non sono in grado di aiutarti con l’identificazione linguistica che ti serve. Lo avrei fatto molto volentieri. Con l’occasione faccio i miei migliori auguri. Continua l’ottimo lavoro.

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