Film stasera in tv: LA RAGAZZA DEL TRENO (giovedì 19 dicembre 2019, tv in chiaro)

La ragazza del treno, un film di Tate Taylor. Rai 3, ore 21:20, giovedì 19 dicembre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
The Girl On The TrainThe Girl On The TrainLa ragazza del treno, un film di Tate Taylor. Con Emily Blunt, Haley Bennett, Rebecca Ferguson, Justin Theroux, Luke Evans, Edgar Ramirez, Laura Prepon. Sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, dal romanzo di Paula Hawkins.
Girl on a Train, TheRomanzo di gran successo e enormi vendite, e adesso film di altrettanto successo. Meritato? Insomma. La ragazza del treno funziona abbastanza nella prima metà, quando con il suo intrigo a ragnatela moltiplica allusioni, sospetti e misteri. Meno nella seconda, quando plot e personaggi mostrano la loro artificiosità. Eccessi di psicologismi da sottonarrativa femminile. Macchina da presa addosso ai corpi tipo The Gone Girl, solo che Tate Taylor non è David Fincher. Voto 5+
Girl on a Train, TheFilm hitchcockiano ma senza Hitchock (e mentre ti scorre davanti continui a chiederti come Lui lo avrebbe girato). Per via del voyeurismo – dell’uomo-che-guarda (che poi qui è una donna-che-guarda) – che esattamente come in La finestra sul cortile o La donna che visse due volte anche in questo film è innesco e punto di partenza della narrazione. Ma l’occhio che guarda è anche l’occhio che uccide? La ragazza del treno lo insinua per gran parte della sua durata, ed è solo uno dei molti dubbi e sospetti che gi autori disseminano lungo il film (tratto da un bestseller venduto a milionate di copie dappertutto, e poi ci si lamenta che la gente non legge: peccato che lo faccia però con i libri sbagliati) onde tener vigile lo spettatore e coinvolgerlo nelle vicende e faccende di quella poveracrista di protagonista. Che proprio ce le ha tutte le sfighe. Rachel, tale il suo nome, è alcolista benché pentita e in via di redenzione grazie ai gruppi di self-help degli AA. Ha perso il lavoro. È stata mollata dal marito che si è messo con una bionda perfettina e odiosa da cui ha avuto una pargola che la ex, sterile, non ha saputo dargli. Sì, perché la povera Rachel – che poi è ancora giovane, ha tutta una vita davanti ed è pure carina essendo interpretata da Emily Blunt, dunque non si capiscono tanta disperazione e despressione – ha quel grumo di dolore dentro mai sciolto, quello di non poter avere figli, e di volerne a tutti i costi. La ragazza del treno incrocia lo psicologismo semplificatorio e appiccicoso, e senza ombre e senza ambiguità, di tanta sottonarrativa femminile dalla-parte-delle-donne con la tradizione del thriller nobile, anzi del mystery, all’inglese, in un’operazione assai calcolata e si direbbe pure alquanto cinica. Che difatti ha dato i suoi bei risultati. Bissando le magnifiche sorti di vendita del romanzo, il film ha realizzato ottimi incassi sul mercato anglofono e da noi ha incredibilmente scavalcato al box office un colosso Marvel-Disney (peraltro bello assai) come Doctor Strange. Successo  decretato dal pubblico femminile. Abile è abile, specie nell’arruffare intorno ai fantasmi e alla molte ossessioni oggi legate alla maternità, il suo gomitolo di fatti, fattacci, delitti, piccoli grandi orrori quotidiani, colpevoli dalla faccia innocente e innocenti dalla faccia bastarda. Per una buona metà il meccanismo regolatore di La ragazza del treno funziona implacabile, ma perde colpi nella seconda parte quando tutte le astuzie di un progetto così freddamente congegnato, così ingegneristico, si evidenziano denunciando l’artificiosità dei personaggi e del plot. E mettendo a nudo gli ingranaggi arrugginiti del racconto. Il modello mi pare il già non eccelso, fastidioso e chissà perché assai considerato dalla critica Gone Girl, con quel voluttuoso, compiaciutissimo rimestare nel torbido travestendolo però di finte profiondità psico-analitiche e di pensosi studi dell’animo e dell’anima umani. Solo che là almeno c’era quel gran regista che risponde al nome di David Fincher, qui c’è solo il Tate Taylor autore di un film all-women pregno di sentimentalismi e correttismi politici come The Help, un regista abile, ma privo di una visione di cinema propria.
Se nel romanzo si stava in Gran Bretagna, qui l’azione è stata spostata negli Stati Uniti, area orientale. Rachel sale tutte le mattine su un treno di pendolari per raggiungere da non ho capito dove (New Jersey? stato di NY?) il suo ufficio a Manhattan. O meglio, continua a prendere il treno ogni mattina, anche se il lavoro l’ha perso, in una specie di ripetizione rituale del passato che la rassicuri e le consenta di mantenere, innanzitutto di fronte a se stessa, una parvenza di normalità. Dal finestrino osserva sempre una bella casa vicino ai binari (ma scusate? case di quasi-lusso a due passi dalla ferrovia? ma quando mai?) e la coppia che ci abita, coppia giovane bella e innamorata, lei biondissima e assai sensuale, lui strafico (Luke Evans, difatti). La Rachel, depressa e sola com’è, ci fa su un bel po’ di fantasie, e come son belli quei due, e come son felici, e quanto mi piacerebbere essere al posto loro ecc. ecc., secondo un meccanisnmo proiettivo da bigino di psicologia ultraspicciola. Solo che un bel giorno vede sì lei, ma abbracciata e baciante un altro tizio. Intanto, in parallelo alla voyeuse Rachel, assistiamo a quanto succede dall’altra parte, la parte dell’osservata speciale, della spiata, insomma dela bionda, che di nome fa Megan e fa la babysitter guarda un po’ le coincidenze (l’eccesso di coincidenze è semre un segno di debolezza della storia) dall’ex marito di Rachel. Curando la bambina che lei avrebbe voluto avere e non ha mai avuto (che avrebbe voluto dare a lui e non gli ha mai dato). Megan è diciamo così una ragazza interrotta, per via di un trauma (anche lei!) subito in età adolescente e ora un po’ troppo promiscua, sempre lì a fare la maliarda (per non dire altro), ad avvinghiarsi e a sbottonare patte (o tirar giù zip). A partire dal suo psicanalista (che è Edgar Ramirez, il mai dimenticato Carlos di Olivier Assayas). Capita che a un certo punto Rachel non la veda più dal treno, mica le sarà successo qualcosa di brutto?
Da lì si diparte quello che sembra un intricatissimo e ramificato thriller e che alla fine si rivelerà invece di massima banalità. Quel che gli autori (nei quali ovviamente va inclusa la romanziera Paula Hawkins) cercano di costruire è una ragnatela, una stanza degli specchi, in cui gli stessi fatti son raccontati e mostrati da diversi punti di vista, trasformando tutti i personaggi principali  che son sei – specularmente tre uomini e tre donne, inclusa la protagonista Rachel – in sospetti o comunque implicati nel fattaccio di sangue che farà da svolta. L’alcolismo di Rachel, con tanto di amnesie, viene usato secondo la tradizione di tanti thriller come dispositivo strategico per rivelare e/o celare pezzi di verità a seconda della convenienza narrativa. Tutto assai artificioso, il che stride alquanto con la pretesa naturalistica, di massima verità, della messinscena. Messinscena che si impegna attraverso l’uso insistito e ossessivo dei primi piani, o di inquadrature ravvicinate e strettissime sui personaggi (a parte le sequenze voyeuristiche di Rachel che guarda dal treno) a restituirci fremiti, tremiti, sospiri, dolori, lacerazioni dei corpi e delle anime, a farci tocare con mano il vero sentire e il vero soffrire. Con storie altrettanto artificiose e inverosimili, e altrettanto meccaniche nel loro svolgimento, Alfred Hitchcock trafficava abitualmente nei suoi film, solo che non aveva alcuna pretesa di spalancarci chissà quale verità umana, a lui bastava costruire congegni che fossero produttori perfetti di suspense, paure, ansie e angosce. I suoi film sono tersi e astratti, assolutamente disincarnati, disinteressati alla profondità e alla psicologia dei personaggi: pura forma, pura convenzione, mentre questo mediocre La ragazza del treno fa tutto il contrario, con la sua presunzione di raccontarci la realtà di uomini e donne, e soprattutto delle donne, di mostrarcene le pulsazioni e le vene sanguinanti, di andare oltre le apparenze. Molto rumore per nulla. Perché dopo quasi due ore di sospetti allargati a tutti i personaggi si finisce su un prevedibilissimo colpevole, all’insegna del: signora mia gli uomini son tutti dei porci e non sanno tenerlo nei pantaloni (la battuta  dei pantaloni c’è, testuale, nel film, anche se mi par di ricordare che si parli di pants, mutande insomma). La morale, perché purtroppo La ragazza del treno fa la morale, ed è solo l’ultimo dei suoi difetti, è che le donne son tutte e sempre povere donne, conculcate, oppresse, offese, manipolate, ingannate da quegli ignobili esseri che sono gli uomini. E allora cascan le braccia, ecco. Ci doveva toccare anche un film che in forma di psycho-thriller anche un po’ porcone ci tira fuori il solito lamentìo veterofemminista. Emily Blunt esagera parecchio con facce e faccine da psicolabile stordita dall’alcol, e stavolta mi pare meno brava e più manierata rispetto al suo standard. Anche qui le fan fare la povera sfigata bersaglio di angherie e soprusi Ha cominciato con Il diavolo veste Prada, adesso è un cliché da cui non riesce a liberarsi. Fatela ridere la prossima volta. Haley Bennett quale Megan è la vera rivelazione del film.

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