Recensione: CHE FINE HA FATTO BERNADETTE? di Richard Linklater. Eppure è un gran bel film

Che fine ha fatto Bernadette?, un film di Richard Linklater. Con Cate Blanchett, Billy Crudup, Kristen Wiig, Judy Greer, Laurence Fishburne.
In America è stato uno dei flop dell’anno: maltrattato dai critici, disertato dal pubblico. Invece è un buonissimo film, soprattutto nella prima parte (meno nella seconda, accomodante e convenzionale). Storia di una donna differente, non conciliata con il mondo, che il Richard Linklater di Boyhood e Before Midnight ci restituisce attraverso il suo peculiare cinema del vero. Poi c’è Cate Blanchett, oggi, semplicemente, la migliore. Voto 7+
Uno dei registi che hanno segnato i nostri anni Dieci con i fondamentali Boyhood e Before Midnight è tornato. Riecco  Richard Linklater con questo film che in America è stato accolto con una malmostosità incomprensibile (un misero 51 su Metacritic, anche peggio, solo 48, su Rotten Tomatoes): perché a vederlo Che fine ha fatto Bernadette? risulta sì sbilanciato, riuscito solo a metà (la prima), ma tutt’altro che brutto o insignificante come invece là l’han dipinto. Anzi, un gran bel ritratto femminile, di una donna complicata con i suoi lati non gradevoli, asociale, misantropa, un filo alienata, interrotta, deragliata la sua parte, ruolo interpretato da quella che è oggi la meglio attrice in circolazione insieme a Isabelle Huppert, Cate Blanchett (cos’avrei dato per vedermi Les Bonnes di Jean Genet che hanno portato insieme in scena a Sydney qualche anno fa). Una che lascia le sue impronte digitali su quello che fa, che i film li fa suoi, li trascina a sé marchiandoli. Poi certo si intuisce subito, anche prima di leggere il pressbook da cui risulta come all’origine di Che fine ha fatto Bernadette? ci sia un romanzo “finito per settimane in cima alle classifiche”, che questo film non nasce come il lavoro più personale di Richard Linklater, di come si tratti di cosa d’occasione e su commissione, di una proposta accettata magari per mettere a segno un buon colpo al box office. Aspettative andate deluse (poco più di 9 milioni di dollari sul mercato nordamericano, uno dei flop dell’anno). E però Linklater, da autore vero, ce la fa a apporre il suo sigillo anche stavolta. Almeno nella prima parte, perché poi il film nella seconda si spegne nella convenzionalità e nel pensiero uniformato del solito inno alla tenacia – alla resilienza? – femminile. Prima parte che è pure la più disturbante, la mena conciliante, quella che ci mostra la protagonista Bernadette Fox in tutta la sua irriducibile differenza, nel dispiegamento della sua sociopatia come direbbero i nazipsicologi che oggi tutto etichettano-stigmatizzano e vogliono piallare via (con psicofarmaci o pseudoterapie psicologiche o entrambi). Insieme con la figlia teenager, una ragazzina di rara perspicacia e intelligenza, e il marito genio siliconvallico al servizio di un colosso del digitale, B. vive in un quartiere di ceto alto californiano di cui la degna-indegna, comunque emblematica, rappresentante è la vicina di casa con cui lei è in perenne rotta di collisione. Universi opposti. Se B. è imbrigliata nella rete delle sue nevrosi, impedita per anarchia quasi naturale a una vita ordinaria e medionormale, eternamente incasinata e in opposizione al mondo, la vicina è la moglie e la madre perfetta, profondamente conformista e adeguata ai modi dominanti anche quando, soprattutto quando, quei modi si fingono non conformisti e alternativi: di quell’alternativismo californiano erede diretto della controcultura anni Sessanta-Settanta e che qui diventa ecologismo salottiero fino alla caricatura e alla demenza, e multiculturalismo accondiscendente (quella scuola in cui i bambini mettono in scena una favola africana!). Bernadette è, per come è e per la sua impossiilità di essere altrimenti, un’inconsapevole sabotarice di quell’ordine, ferreo pur nella sua apparente apertura libertaria. Scopriamo cos’abbia segnato la sua vita chiudendola in quella sua bolla psicologica, lei che, partita come un talento precoce dell’architettura con premi e commesse importanti e riconoscimenti internazionali, ha poi visto andare in fumo un suo inventivo progetto. Per non dire della sua stessa casa, da lei progettata secondo criteri di compatibilità ambientali in anticipo sui tempi, comprata e poi distrutta da un volgare uomo televisivo di successo. Traumi che Bernadette non è riuscita a elaborare e l’hanno spinta a isolarsi, a autonegarsi come professionista per dedicarsi tutta alla famiglia, in primis all’adorata figliola. Ora, questa parte del film chimiamola di opposizione è semplicemente magnifica, con Richard Linklater che riesce a immettervi dosi massicce di quel suo particolare realismo fatto di pedinamento dei personaggi, di mimesi ossessiva del vero, di simbiosi tra macchina da presa e uomini- donne-cose ripresi. Non siamo alle vette di Boyhood, ma, anche grazie alla performance di una Cate Blanchett che non ha paura di restituire come già in Blue Jasmine asprezze e sgradevolezze del suo personaggio, ci troviamo pur sempre nei territori di un cinema non omologato. Pensi solo a cosa (non) avrebbe cavato dallo stesso script un regista qualunque, mentre a Linklater riesce ancora una volta il miracolo di squarciare il velo della finzione per farvi penetrare la vita. Poi certo deve scendere a patti con la parte seconda e con un finale che tutto sistema, accomoda e smussa. Succede che Bernadette decida giustamente di scappare via dal marito che la considera una pazza, succede che il marito pentito si mette a cercarla e inseguirla con la figlia attraverso un’Antartide assolutamente non verosimile, addomesticata e priva di ogni senso del meraviglioso naturale (si vede benissimo che Linklater a questa parte di racconto non crede per niente): fino all’apoteosi conclusiva alquanto posticcia che ci fa rimpiangere l’ostinata diversità della Bernadette degli inizi. Ma va bene anche così, sperando che da noi il film ce la faccia a trovare un pubblico meglio di quanto non gli sia riuscito in patria. Se non altro per una Cate Blanchett ormai nella schiera delle divine.

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