Recensione: LA DEA FORTUNA, un film di Ferzan Ozpetek. Il quarto miracolo

La Dea Fortuna, un film di Ferzan Ozpetek. Con Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Barbara Alberti, Serra Yilmaz, Pia Lanciotti, Filippo Nigro.
Il quarto miracolo italiano al box office delle feste. Perché dopo gli incassi di Zalone, Garrone e Ficarra-Picone ecco anche Ferzan Ozpetek con gli insperati sette milioni (e più) incamerati con La Dea Fortuna. Un film che, al di là e al di sotto dei soliti manierismi del suo autore (le tavolate, la comunità “da terrazza a terrazza” di vicini e amici ecc.), mostra una gravitas, e uno sguardo lucido sul reale, che non ci aspettava. Radiografia di una coppia gay stanca e corrosa dai reciproci tradimenti costretta a guardarsi dentro e a riformulare le proprie priorità quando un’amica affiderà loro i due figli. Voto tra il 6 e il 7
Miracoli del cinema italiano. Si parla, e giustamente, dei quasi 40 milioni incassati finora dallo zalonesco (o mediceo?, perché ormai siamo alla schizofrenia tra Dottor Medici e Mister Zalone) Tolo Tolo, ma chi mai si aspettava i 14 del Pinocchio garroniano maltrattato neanche fosse lo Zalone di una volta da tanta parte dei recensori. E sarebbe il caso di ricordare pure un altro miracolo, quello di Ferzan Ozpetek, che stavolta si firma solo Ozpetek, come un brand di qualità certificato, alla maniera (ormai da anni) di “questo è un film di Almodovar” e mai “di Pedro Almodovar”: quarto miracolo, dicevo, giacché il suo La Dea Fortuna è arrivato alla boa dei 7 milioni incamerati: si ipotizzano a questo punto almeno gli 8 a fine sfruttamento. Intanto, s’è creato intorno al film un piccolo culto nato dal passaparola e condiviso su whatsapp, con gruppi di entusiasti che tornano a rivederselo e rivederselo ancora come in un rito laico (è giunta notizia certa del fenomeno dal gestore di un cinema di Milano).
Se l’esito di Pinocchio è una sorpresa, quella di La Dea Fortuna lo è il doppio. Figuriamoci, un film a Natale – nel tempo del cinema per famiglie riunite sotto l’albero e una volta tanto anche davanti allo schermo grande – che si inoltra nei territori lgbtqi abituali del regista stanbuliota-romano, con tanti amori e stavolta pure tradimenti tra soli masculi. Invece. Invece il pubblico ha intuito che se c’era un family movie in circolazione questo era paradossalmente (mi correggo: niente “paradossalmente'”) La Dea Fortuna. Ove si celebrano valori perduti o a rischio eclisse totale quali la coniugalità, la responsabilità degli adulti verso i bambini, la messa in mora dei propri narcisismi e egolatrie quando ci son di mezzo questioni più grandi come il disagio-malessere di minori incolpevoli. Anche se il nocciolo del film, il suo imbattersi in questioni importanti, si cela sotto un cumulo di ozpetekismi stucchevoli, sicché per scoprirlo bisogna sfrondare, soprassedere al banale, non fermarsi all’eterna commedia del regista fatta di pranzi e cene affollatissime e interminabili (eppure quanto son belli e perfettamente fit i suoi personaggi, maschili o femminili che siano, nonostante le calorie ingurgitate), chiacchiere alle suddette tavolate, relazioni di buon vicinato con un vociare e salutarsi e scambiarsi saluti e ricette da terrazza a terrazza (siamo a Roma, non saprei dire però in quale zona), il tutto affondato nella retorica delle nuove famiglie postmoderne postbiologiche post-tutto, quelle che-si-fondano-sugli-affetti-e-le-scelte-non-sui-legami-di-sangue. In effetti, La Dea Fortuna (il riferimento è alla statua di Cerveteri che sarà la meta di una gita fuori porta) incomincia nell’ozpetekismo più déjà-vu. Su una terrazza, luogo emblema della romanità solidale del regista, si festeggia un matrimonio gay tra amici, canti, balli, baci, commozioni, emozioni, tutto un ciarlare garrulo e abbracciarsi e frullare complimentoni agli sposini. Eppure in tanta celebrazione di quello che Bret Easton Ellis nel suo ultimo e corrosivo Bianco chiama il gay Elfo Magico – il gay caruccio, depotenziato di ogni carica perturbante, angelicato, matrimoniabile, il gay ammorbidito che oggi la media sensibilità occidentale esige -, spunta di colpo una scheggia di autentica crudeltà. La terrazza in cui si festeggiano le nozze appartiene a un’altra coppia gay ma di meno recente stampo, non ancora matrimonializzata, composta da Arturo, traduttore e ex aspirante scrittore, e Alessandro, idraulico. La classica coppia intellettual-proletaria di opposti-che-si-bilanciano. Ecco, succede che in tanta festa vediamo Alessandro sbucare in compagnia di un giovanotto con il quale ha in tutta evidenza appena cornificato il longtime companion (“gli ho mostrato la cabina armadio” è la disastrosa spiega fornita a Arturo). E di colpo il quadro gay a tinte pastello si oscura, il velo della narrazione dolcificata si squarcia lasciando intravedere quell’imperfetto della vita irriducibile a ogni correttismo politico. Quello che seguirà confermerà questo strappo iniziale, fino a comporre un ritratto verosimile e senza sconti di una coppia omosessuale corrosa dentro che si regge a fatica tra reciproche menzogne. E se a sembrare il sabotatore della stabilità sembra Alessandro il proletario, scopriremo che anche il fine intellettuale Arturo, sempre così sentenzioso e moraleggiante, ha i suoi piccoli luridi segreti da nascondere. Certo intorno il coro di amici e vicini continua a iniettare dosi di melassa, ma quando Ozpetek resta ben fisso sui suoi due protagonisti, quando non distoglie lo sguardo dalla loro storia fatta sì di inganni ma pure di un’indiscutibile solidità d’affetti, La Dea Fortuna assume una dignità che ricorda il miglior esempio di cinema gay dell’ultima decade, Weekend di Andrew Haigh (e anche qui leggere quanto ne scrive Bret Easton Ellis in Bianco). Quando poi arriva una vecchia amica di Alessandro, Annamaria, con i suoi due bambini, il film assume definitivamente la sua tonalità, quella di un family drama a più voci e presenze, complessificandosi e raggiungendo una profondità insospettabile all’inizio. La giovane donna dalla vita incasinata che è Annamaria deve essere ricoverata in ospedale, sicché i pur sbigottiti e riluttanti Alessandro e Arturo dovrano occuparsi di quei due figli rimasti soli, dovranno finalmente concentarrsi su qualcosa che non sia la loro stanca vita a due. In questa conversione e capovolgimento sta il nocciolo di verità del film e il suo riscatto dalle pur molte retoriche di cui è infarcito. Quando vediamo Arturo e Alessandro costretti contro le loro abitudini e probabilmente la loro stessa volontà a occuparsi di quei due fratelli con madre malata e nonna-vampiro anzi strega e a riformulare “le loro priorità”, avvertiamo che la vita con i suoi casini è penetrata nel recinto a suo modo corazzato dei due stanchi amanti. Ferzan Ozpetek – ed è un merito grande – riesca a trattare il tema assai caldo e divisivo del desiderio di paternità di tanti gay senza cadere negli ideologismi, lasciando che siano i fatti, le storie, le persone con le loro scelte anche sbagliate a parlarci e convincerci.
La Dea Fortuna sta tutto nello scoprire da parte di Alessandro e Arturo la paura della responsabilità e la necessità di assumersela, la raggiunta consapevolezza di poter essere genitori e di volerlo essere. Basta questo poco, che è moltissimo, a salvare il film e a renderlo significativo forse oltre le stesse intenzioni del suo autore. Resta da dire degli attori. Edoardo Leo (Alessandro, il buon idraulico) è, semplicemente, una scoperta, perché quel che di legnoso delle sue interpretazioni precedenti stavolta scompare e si scioglie. Stefano Accorsi, uno dei nostri attori chissà perché più detestati, conferma la crescita degli ultimi anni, almeno da Veloce come il vento in avanti, ed è un più che credibile Arturo, scrittore mancato, risentito e rancoroso anche verso il compagno. Un personaggio non gradevole che va a confermare come stavolta Ozpetek adotti una lucidità di sguardo e un disincanto raramente mostrati prima. Barbara Alberti è la nonna strega, un’aristocratica ingabbiata nei suoi pregiudizi e vezzi da ancien régime, da “prima della rivoluzione”, una figura odiosa che nega e rovescia la vera Barbara Alberti che conosciamo paladina da tempo immemorabile di ogni teoria e pratica di liberazione sessuale e di genere. E anche uso capovolto di un’icona si segnala come un ulteriore gesto di audacia di Ozpetek.

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3 risposte a Recensione: LA DEA FORTUNA, un film di Ferzan Ozpetek. Il quarto miracolo

  1. chiccoconti scrive:

    Sicuramente è il miglior Ozpetek da un bel po’. Ma mi ha lasciato perplesso la vicenda della nonna-strega che ho trovato “appiccicata” ma non ben integrata, un facile escamotage per riavvicinare la coppia ai due bambini. Splendido invece il momento della “lite in parallelo” degli adulti e dei fratellini.

  2. rebecca49 scrive:

    Mi risulta che il film sia stato girato in Via della Lega Lombarda a Roma, in una casa dell’Istituto Case Popolari del Tiburtino II.

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