Recensione: HAMMAMET, un film di Gianni Amelio. Viali del tramonto

Hammamet, un film di Gianni Amelio. Sceneggiatura di Gianni Amelio e Alberto Taraglio. Con Pierfrancesco Favino, Renato Carpentieri, Silvia Cohen, Livia Rossi, Claudia Gerini, Omero Antonutti, Giuseppe Cederna, Luca Filippi, Federico Bergamaschi.
Il film più controverso del nostro cinema recente. Critici divisi (con maggioranza di contrari m’è parso), mentre il pubblico accorre oltre ogni previsione: siamo, in pochi giorni, a quasi tre milioni al box office. Un film fondamentale su un personaggio divisivo come Bettino Craxi. Amelio riesce nell’impresa moltiplicando, tra politica e dimensione “umana”, i percorsi e le ricognizioni intorno al suo main character, osservandone gli ultimi mesi di vita chiuso nella villa di Hammamet. Anche, un film sul corpo del potente e del potere, sulla sua dissoluzione e putrefazione. Voto 8+
Divisivo, come pochi altri film del nostro cinema recente. Fino dall’anteprima stampa qui a Milano, dove i presenti si sono distribuiti tra maggioranza di fervidamente contrari e minoranza di favorevoli. O, meglio, non ostili. Differenze d’opinione spacciate per critico-estetiche, in realtà perlopiù, consciamente o inconsciamente, dettate da ideologismi e passioni politico-personali. A vent’anni giusti dalla morte per varie patologie e forse stanchezza esistenziale e sconfitta politica di Bettino Craxi a Hammamet, nella vicina-lontana Tunisia, il paese reale e anche quello percepito resta spaccato su di lui, la sua vita, le opere, la gloria, l’hybris (la tracotanza, anzi l’orgia del potere), la caduta, l’esilio (o la fuga-latitanza a seconda del punto di vista), la malattia, la fine. Nessuna conciliazione pare all’orizzonte, nessuna lettura storica – di quei fatti, di quella parabola – condivisa a colmare la frattura. Rispuntano gli odiatori di Bettino il Grande Satana, vaso di ogni nefandezza e ignominia, rispuntano e rimpiangono i tempi del lancio delle monetine e del linciaggio in piazza, e naturalmente additano questo Hammamet come vergognosa operazione riabilitativa di un criminale che si sarebbe meritato di marcire nelle peggio galere, “altro che l’esilio dorato tunisino” (questa l’ho appena letta su facebook, ma scusate, ancora con queste fole di un Bettino che si rotola come un paperone perverso nelle banconote rubate agli italiano?). Mai che si cerchi con uno sguardo distante, non dico obiettivo, non dico equanime, di ricollocarlo nel suo tempo e nelle contraddizioni di un sistema Italia allora spaccato tra due chiese diverse eppure sotterraneamente affini, la cattolica e la comunista, con lui, l’odiatissimo, a incunearsi in cerca di uno spazio di laico riformismo. Poi certo quel suo presentarsi arrogante come un orco vorace, vorace di ogni possibile piacere, dal cibo al potere al sesso, non aiutarono, lo posero in urto con i fedeli delle due chiese, entrambe geneticamente e antropologicamente ostili a quel fare smargiasso, a quell’esibizione di appetiti, loro che coltivavano pur se su opposte rive gli stessi valori di frugalità, sobrietà, penitenzialità, sacrificio, repressione del desiderio.
Saggiamente Gianni Amelio ha preferito tenersi lontano dalla polemica, si è ben guardato dal ricostruire la traiettoria craxiana secondo gli schemi del classico biopic o dell’affrescone sociopolitico che lo avrebbero esposto alla guerra tra opposte bande per concentrarsi sul Bettino ormai sconfitto, ormai condannato, esule (latitante per i colpevolisti, contumace preferisce dire Amelio) a Hammamet e divorato dalla malattia, dai suoi fantasmi, ormai prossimo alla morte. Viali del tramonto. Gli ultimi mesi mentre la fine è segnata, fine che lui stesso intuisce pur tra soprassalti di orgogli e rabbie.
Gianni Amelio l’umanista – di quell’umanesimo che nel nostro cinema segnato dal cinismo non è mai stato così diffuso, tra le eccezioni penso a Ermanno Olmi e Vittorio De Sica – non imbastisce processi e nemmeno, nonostante i molti critici del suo film lo sostengano, una riabilitazione, a interessarlo è la parabola discendente di un uomo che era stato al vertice, il buco nero della sconfitta. L’implosione di una galassia, di un sistema di cui il suo main character era il motore e il simbolo. Un film, anche, che ci parla del corpo del potente – del potere – e la sua dissoluzione, che ce lo mostra, quel corpo, come i mausolei le mummie imbalsamate dei leader, come fece Alexander Sokurov in un film che Hammamet riporta alla memoria, Taurus, intorno ai mesi terminali di un Lenin ormai invalido spiato, controllato, frugato dagli sguardi di cortigiani, amici e finti amici.
Il corpo in putrefazione già in vita di Craxi (attenzione, mai nominato, come quasi tutti gli altri personaggi, chiamato solo il presidente, mentre la figlia si chiama Anita e innominato è il politico avversario che gli fa visita) è messo in scena dal regista come in un tela barocca secentesca di santi devastati da piaghe purulente, configurando Hammmet come la sacra ostensione di membra disfatte, forse corrose dai vizi forse vessate dal martirio, fino a suscitare nello spettatore sentimenti contrastanti, dalla pietà alla commozione all’orrore al ribrezzo.
Peccatore e martire. Tra questi due poli, che sono anche quelli tra cui si è spaccata l’Italia di fronte a vita opere e morte di Bettino Craxi, oscilla il film, fino a inglobarli entrambi e renderli indistinguibili. Amelio riesce nel miracolo di umanizzare Craxi senza tacere il suo lato oscuro (“lo abbiamo fatto per il partito”, si giustifica lui; “però qualcosa restava attaccato alle nostre dita”, gli risponde il democristiano in visita). Occorreva uno sguardo che sapesse andare al di là delle cattive cronache e inoltrarsi nel tempo lungo della storia per realizzare l’impresa. Amelio – la statura di un autore la si misura anche da questo – sa tenere sempre la giusta distanza rispetto all’oggetto della sua osservazione grazie anche a alcuni dispositivi narrativi. Il più evidente è l’emanciparsi dalla riproposizione tale-e-quale dei fatti per creare un dominio indipendente in cui ciò che è stato si mescola inestricabilmente a tratti finzionali. Paradossalmente, il regista gira nella villa di Hammamet in cui Craxi si rifugiò e morì, ma la distorce, la derealizza, ne fa il palcoscenico de-naturato dei suoi personaggi. Che sono coloro che la abitarono e la visitarono ma anche altro, una sorta di modello di quelli, in un’astrazione-universalizzazione cui contribuisce la scelta di non dare nomi o nomi fittizi (la figlia si chiama Anita, non Stefania) a figure centrali e laterali. Scelte che avranno deluso chi si aspettava una puntuale ricostruzione, ma che concede a Amelio una libertà altrimenti impossibile. In questa dimensione insieme storica e metastorica viene ricreato il mondo dell’esule. L’azione è concentrata in un universo chiuso, pochi i personaggi, lui, la moglie, la figlia, il nipotino. Il figlio arriverà in visita, come il politico avversario e l’amante (mi spiace, ma non riesco a trovare altra definizione altrettanto eloquente). Amelio azzecca parecchio. A partire dalla claustrofobia di quella villa – altro che dorata latitanza – vigilata dentro e fuori da soldati armati dell’esercito tunisino, mandati dal presidente Ben Ali a proteggere ma forse anche a tenere d’occhio le mosse dell’ingombrante ospite del suo paese. Ospite e in qualche modo prigioniero. Si comincia benissimo con un lungo piano sequenza con mdp a seguire quattri ragazzini diretti correndo verso l’interno della villa, che dunque appare ai nostri occhi attraverso i loro occhi, come un luogo dell’incanto, del mistero, della minaccia. Subito si afferma uno degli assi drammaturgici del film, la relazione tra l’esule e la figlia, la più determinata a stare vicina al padre, a difenderne le ragione e se necessario i torti, in un impasto di devozione filiale e forza ferina. C’è qualcosa di Lear e Crudelia, come di Agamennone e Elettra. La pietà verso il genitore anche qui è soprattutto donna, mentre il figlio appare a intermittenza, meno coinvolto negli umori e malumori del ‘presidente’. Ma la figura più interessante nel suo porsi come emigma, come soavemente distaccata dagli eventi, chiusa in una dimensione parallela e lontana, è la moglie. Interpretata da un’attrice, Silvia Cohen, che mi ha ricordato nella sua elusività Valentina Cortese (e allora come si fa a non pensare a un altro film su un politico braccato dai suoi fantasmi e dai suoi nemici, chiuso in una villa fortino, L’assassinio di Trotsky di Joseph Losey in cui era proprio la Cortese a interpretare la moglie). Hammamet si distacca definitivament dal puro resoconto cronachistico quando entra in scena il personaggio di totale invenzione di Fausto, il figlio di quel tesoriere del Psi Vincenzo (l’attore è Giuseppe Cederna) che all’inizio avevamo visto mettere in guardia l’amico leader per la deriva affaristica del partito. Fausto penetra nella villa di notte, mentre gli allarmi scattano, si accendono i fari, i militari perlustrano (una delle sequenze migliori del film, livida e cupa), per consegnare al padrone di casa una lettera del padre morto. Diventerà un elemento centrale nella tessitura del racconto, amico e nemico del ‘presidente’, intenzionato a ucciderlo per vendicare il genitore, ma anche tentato dalla devozione per quel nuovo padre di cui raccoglie attraverso una mdp i ricordi, le confessioni, le rabbie, il punto di vista sui fatti che l’hanno travolto, le invettive (in un formato 4:3 diverso da quello del resto del film, “come a virgolettare le parole di Craxi” ha spiegato Amelio nella conferenza stampa post anteprima). In una gran sequenza di metafisica astrazione – la visita dei due a un tank della WWII arenato sulla spiagga -, Fausto scompare. Lo ritroveremo nel finale, in uno dei tre o quattro finali , a fornire una delle chiavi di interpretazione – che ha a che fare più con gli archetipi mitici e la psicologia del profondo che con la politica – di questo apparentemente lineare e invece stratificato Hammamet. Che in fondo si configura come una tragedia classica in forma di kammerspiel, un a porte chiuse dove si muovono, ora intersecando le proprie traiettorie ora allontandosi, le figure del dramma. Con rare e sempre vigilate escursioni all’esterno, vere fughe dalla villa-prigione, come la visita al reperto bellico in spiaggia o come in una delle scene più dure e perturbanti, quando Craxi (anzi il ‘presidente’) viene riconosciuto e insultato da un gruppo di turisti italiani, quasi una replica tunisina del famigerato linciaggio con lancio di monetine fuori dal Raphael, pagina tra le più vergognose dell’Italia repubblicana. Sono pochi attimi, ma bastano a restituirci il risentimento feroce di cui è capace il nostro paese verso i potenti quando i potenti cadono, l’altra faccia del servilismo e dell’abiezione conformistica verso il potente in carica.
Più passano i giorni dalla visione e più mi convinco della levatura di questo film che rischia di porsi come futuro modello non di racconto politico ma sulla politica, il potere, i suoi uomini e donne. Quanto alla performance impressionante di Pierfrancesco Favino non aggiungo altro a quanto s’è già detto, se non quello che lo stesso Favino ha spiegato in corso di conferenza stampa: “La maschera, come nel teatro No, per l’attore è un ponte, un passaggio”. A questo film bellissimo mancano, e non è detto che sia un limite, la perfezione abbagliante, l’armonia assoluta della costruzione, la compattezza. Hammamet è un film sghembo che si nutre dei suoi salti, delle sconnessioni, che ci mostra in corpore vili, davanti ai nostri occhi e nel suo farsi, la propria ricerca incessante e sempre fustrata di una stabilizzazione drammaturgica. Un metafilm che mette in scena non solo le parabola dei personaggi ma il proprio meccanismo interno e i tentativi di comporre le tante linee narrative. Due anunciate fin dall’inizio, profondamente diverse tra loro – quella intima con il bambino con la fionda, quella politica con il congresso del Psi all’Ansaldo e la famosa piramide disegnata da Panseca -, fino ai tanti finali che confliggono e rischiano di elidersi. Ma forse, nella segnaletica di Gianni Amelio, stanno a indicarci la pluralità di direzione del suo Hammamet e i molti percorsi che si aprono a noi spettatori. Hammamet come opera contraddittoria e aperta, di un autore che finora aveva perlopiù costruito congegni narrativi conchiusi e che qui sembra volersi liberare da quei vincoli. (Comunque lo si guardi, un altro film sulla morte, la malattia, il disfacimento del corpo. Un segno dei tempi. Come Totentanz*, questo Amelio è il perfetto equivalente italiano di The Irishman.
* Il primo a parlare di Totentanz a proposito di Hammamet è stato Emanuele De Nicola nella sua recensione.)

 

 

 

 

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7 risposte a Recensione: HAMMAMET, un film di Gianni Amelio. Viali del tramonto

  1. Kos scrive:

    Come già detto, ti seguo e ti stimo. Quando guarderò il film avrò in mente anche la tua recensione. Anche tu (come dici di Amelio) sembri imparziale, tranne che in un punto:
    “famigerato linciaggio con lancio di monetine fuori dal Raphael, pagina tra le più vergognose dell’Italia repubblicana”
    A meno che anche questa frase si legga nei due sensi.
    Cordialmente

  2. Ugo Malasoma scrive:

    Visto con molto piacere e condivido parola per parola (anche quando non sono d’accordo non mi perdo una sua recensione) Film che al di là dei collegamenti storico-politici mi ha impressionato per aver sottolineato l’umanità di un “potente”, e certamente protervo e un po’ antipatico, ma che di fronte alla morte ben percepita sa essere “nudo” come ogni umano. Forse il finale di Fausto in psichiatria è un po’ gratuito ma è un film che cresce dentro man mano che lo si rimembra. E Favino è assolutamente incredibile e ben al disopra del già perfetto suo Buscetta!!! Pur sapendo quanto sia divertente il “giochino” dei pareri contrapposti (ne so ben io che scrivo di teatro musicale, con i melomani che si scannano come allo stadio) ho finito per polemizzare con Meale su Quinlan che rifila un 9 a Tarantino per un film scemo come pochi con tutte le “maniere” viste e riviste del “pompato”( definito come “sguardo che redime la storia”, come se l’oltraggio ai 5 morti veri uccisi dalla furia di pazzi potesse essere redento dalla morte finta di tre perfetti imbecilli col lanciafiamme) e un 5 ad Hammamet affermandone l’inutilità. Da una parte l’ok per una “rivisitazione” della storia che mi fa infuriare dall’altra se l’operazione la fa Amelio non va bene…. De gustibus, in fin dei conti mi tengo il mio parere come faccio da sempre. Salutandola e augurandole un buon 2020 le dico che questa sera sono alla Scala per Roméo et Juliette di Gounod. Se le fa piacere leggermi la Recensione presumo appaia entro venerdì 17 gennaio su operaclick.com

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