Film stasera in tv: THE FOUNDER (giovedì 16 gennaio 2020)

The Founder, un film di John Lee Hancock (Usa, 2017). Rai Movie, ore 23:00, giovedì 16 gennaio 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
TF_D33_DM_07162015-12114.cr2The Founder, un film di John Lee Hancock. Con Michael Keaton, Laura Dern, Nick Offerman, John Carroll Lynch, Linda Cardellini, Patrick Wilson.
TF_D09_DM_03827.cr2Così nacque e si espanse l’impero McDonald’s, così l’hamburger divenne il simbolo nella stessa potenza americana nel mondo. The Founder va alle radici della storia, ai due geniali fratelli che misero a punto la mitica polpetta, per raccontare poi dell’uomo che entrò in società con loro e li estromise. Restando padrone unico e assoluto. Una parabola con parecchie affinità con quella di The Social Network (gli amici ingannati, ecc.), solo che qui non c’è Aaron Sorkin, e nemmeno David Fincher. Michael Keaton non fa niente per togliere sgradevolezza al suo personaggio di capitalista senza scrupoli. Buon film, buona storia, e però quanto moralismo. Voto 6 e mezzo
THE FOUNDERSarà stata la crisi finanziaria del 2006-2008 a riportare l’attenzione di Hollywood, e più ancora del cinema indipendente, sull’economia, la finanza, il gran circo del denaro e della ricchezza, dell’accumlazione e della dissipazione tra scarne virtù e molti farabuttismi publici e privati. Da allora non si contano più i film in tema, perlopiù improntati alla condanna dell’avidità e della smania del soldo facile e istantaneo. E alla meticolosa ricostruzione di come nascono e magari muoiono fortune e imperi del dollaro. Da una parte il cinema ha lavorato di narrazione sul sistema per così dire, sulle company, sulle loro organizzazioni e disorganizzazioni interne e sui loro meccanismi di produzione non solo di denaro, ma anche di controllo e consenso. Penso al notevolissimo Margin Call di un autore talentuoso e alquanto sottostimato come J.C. Chandor, dove gli uomini e le donne si fanno pure funzioni di un gioco quasi astratto e disincarnato di potere e di dominio, o al più recente La grande scommessa, racconto e resoconto grottesco e survoltato di come arricchirsi sulle catastrofi di Wall Street. L’altro lato di questo cinema del e sul denaro è quello del biopic, dove si tracciano parabole con al centro figure possenti e esemplari promosse a incarnazioni dello Zeitgeist. All’inizio, se ricordo bene, fu The Social Network, ascesa irresistibile senza alcuna caduta del signor MZ di Facebook, dipinto dallo sceneggiatore Aaron Sorkin – autore del film anche più del regista David Fincher – come un nerd luciferino posseduto dalle sue visioni e a tutto disposto per realizzarle. Arrivano poi Martin Scorsese con The Wolf of Wall Street e ancora Aaron Sorkin con Steve Jobs (regia di Danny Boyle), meno riuscito di The Social Network. Tutti con protagonisti pescati da cronache recenti o recentissime ma sublimati in simboli di un’era, e di una ricchezza  sempre più liquida e immateriali e inafferrabile ma non per questo meno pesante, anzi. A rendere parecchio interessante il genere è la muniziosità con cui scava nei meccanismi dell’economia e della finanza. E soprattutto il suo trasformare il denaro- i modi per crearlo, e magari per dissiparlo – in un vero motore drammaturgico, più degli stessi personaggi che gli girano intorno. Con un’attenzione che potremmo dire, certo con qualche forzatura, marxiana e brechtiana alla struttura, all’economia come produttrice della Storia e delle storie pubbliche e private. Il denaro, benché esecrato e malmostosamente condannato, diventa sexy, incandescente oggetto di ogni desiderio e manovra, il demone che tutto e tutti possiede. Francamente sbalorditivo, in un tempo come l’attuale in cui il cinema si è andato via via semplificandosi, scrollandosi di dosso ogni complessità, espungendo ogni pensiero, per dare vita ai piatti colossi tecnologici che sappiamo. Il genere economia & finanza è tra i pochissimi in controtendenza, e allora ben venga, nonostante il moralismo da cui troppo spesso è segnato. Perché, ebbene sì, nella gran parte di questi film chi vuol fare i soldi, e li fa, è perlopiù additato (con l’eccezione importante di Steve Jobs) come un nefasto übermensch disposto a tutto pur di soddisfare le proprie ambizioni e appetiti, e la propria volontà di potenza. Anche a Hollywood si condanna e ci si indigna, secondo una visione pauperista e populista che non muore mai, che anzi oggi sembra riaccendersi in fiammate altissime. Nel filone antipatizzante verso i signori del capitale si inserisce in pieno The Founder, dove il titolo sta  indicare il fondatore dell’impero mondiale McDonald’s, impero diventato il simbolo dello stesso spirito imprenditoriale, e per molti della rapacità e del desiderio di dominio. dell’America. Solo che il titolo è volutamente ambiguo. Perché il signor Ray Kroc, di lui si sta trattando (lo interpreta un per niente amabile Michael Keaton), non può dirsi in senso stretto il fondatore del regno universale dell’hamburger – il ruolo spetta agli oggi dimenticati fratelli Dick e Mac McDonald  -, è invece colui che intuendo la potenzialità della polpetta globale l’ha esportata prima in tutta l’America e poi nel mondo. Si parte con i due fratelli che a San Bernardino, California, capiscono prima degli altri – siamo nell’America appena uscita dalla guerra e vogliosa di godersela – che se si offre un prodotto semplice ma di ottima qualità, poi i clienti accorreranno. E difatti i due McDonald, i personaggi più interessanti del film e quelli cui non ci si può non affezionare – sono ossessionati dalla qualità, dall’organizzazione del lavoro e della produzione, fino ad applicare genialmente all’hamburger le leggi fordiste della produzione seriale e della catena di montaggio. È un enorme successo, ma inesorablmente locale, perché i due occhiuti fatelli che tutto tengono sotto controllo delegando pochissimo anzi niente, non sono disposti a transigere e ad abbassare gli standard di qualità per conquistare nuove fette di mercato. Loro sono degli artigiani, innamorati del proprio lavoro e orgogliosi del loro, benché limitato, successo. Ma Ray Kroc, un rappresentante sfigato che non può non farci pensare a tutti i commessi viaggiatori del teatro e cinema americani – a partire da quello di Arthur Miller – capisce che si può, e si deve, fare di più. Circuisce i fratelli McDonald, li convince a mettersi in società con lui e poi, come un cobra, li fa fuori per restare lui padrone assoluto. Tenendosi pure il marchio con il nome dei fondatori ormai estromessi. Con un’ansia espansionistica al limite dell’invasamento e del delirio di onnipotenza, Kroc conquisterà gli Stati Uniti, installando dappertutto i suoi templi della polpetta tutti rigorosamente uguali nel designe riconoscibilissimi (un’altra invenzione geniale dei due fratelli circuiti e beffati), e nella produzione e nell’offerta. Sembra di rivedere il protagonista di The Social Network quando ruba l’idea ai suoi amici e la fa, senza troppi scrupoli, propria. Come nel film di Fincher, anche in The Founder la figura centrale è un bucaniere dei tempi nuovi, uno che straccia le regole e frantuma ogni morale per affermare se stesso. Spietato, Ray Kroc, anche nella faccende private, si veda come sbatte fuori dalla propria vita la moglie, certo non propensa a supportarlo ma più che degna persona. Solo ci si chiede: Kroc era così o il film lo dipinge in toni fin troppo antipatizzanti? Eterna questione che si pone di fronte a ogmi biopic, un genere spesso polarizzato tra la smaccata agiografia e l’ostilità pregiudiziale verso il proprio soggetto. The Founder si lascia vedere volentieri per quanto racconta, ma qualche perplessità la suscitano la carica di ripovazione etica con cui ritrae un’ascesa dallo zero al milione e al miliardo, e il come guarda al denaro come qualcosa di immondo e intimamente peccaminoso. Sterco del demonio, ecco. Siam sempre lì, all’urlo secondo cui i ricchi son tutti dei porci, e se han fatto i soldi è perché hanno ingannato, tramato, tradito, turlupinato, rubato, frodato. Malvagi, anche quando con idee geniali. The Founder è, in questo senso, fin troppo esemplare e dimostrativo, rischiando la predica e la parabola veterobrechtiana e neopolitcamente corretta. Si sente che alla scrittura non c’è Aaron Sorkin, dei suoi dialoghi pirotecnici non c’è traccia, anche se lo script di Robert D. Siegel è di impeccabile mestiere (avercene dalle nostre parti). Michael Keaton fa di tutto per accentuare la sgradevolezza del suo personaggio, la lynchiana Laura Dern rende assai bene il sottile disprezzo e il senso di superiorità antropologica della moglie borghese verso un marito plebeo e pure un po’ losco. Ma la nostra simpatia va tutta a Nick Oferman e John Cafoll Lynch, che sono i due meravigliosi e truffati fratelli McDonald. Eroi dimenticati che finalmente questo film riscopre e riabilita. Sono loro la faccia buona del capitalismo, opposta alla hybris sfrenata del minaccioso e anche turpe Ray Kroc. E però, non ci fossero gli animal spirits (vedi John Maynard Keynes) che spesso albergano in persone pessime come lui, forse il capitalismo mai sarebbe diventato la macchina produttrice di ricchezza che è. E mica solo per i padroni.

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