Recensione: JOJO RABBIT di Taika Waititi. Serio candidato a peggiore film dell’anno

Recensione scritta dopo la proiezione al Torino Film Festival 2019.

Jojo Rabbit, un film di Taika Waititi. Con Roman Griffin Davis, Scarlett Johansson, Sam Rockwell.

Arrivato al Torino Film Festival sull’onda del travolgente successo aToronto, Jojo Rabbit si è rivelato delusione cocentissima. Peggio, un film sciagurato su temi sensibili come il nazismo, la Shoah, la caduta della Germania. Raccontando di un bambino intossicato dalla propaganda hitleriana il regista Taika Waititi non ce la fa a bilanciare il registro della commedia e della satira con quello del tragico (perché poi in tragedia svolta il film). Imbarazzante. C’è una meravigliosa Scarlett Johnsson, ma non basta (delle sei nomination appena sndalosamente ottenute dal film agli Oscar la sua è l’unica meritata). Candidato a peggior film dell’anno. Voto 3

Trionfatore a Toronto (è stato il più votato dal pubblico). Ottimamente piazzato per la stagione dei premi che si va ad aprire, Oscar compresi, potendo anche contare sul propellente di un un bel po’ di recensioni estatiche. Adesso eccolo finalmente qua al Torino Film Festival il film miracolo, a far da titolo di apertura all’edizione numero 37. Si parla.pvvio, di Jojo Rabbit del neozelandese Taika Waititi, del quale proprio al Torino FF molto piacque qualche anno fa un filmuccio estroso sui vampiri, Whar We Do in The Shadows (il giovane Waititi è stato poi a Hollywood, per dare qualche coordinata ulteriore, il regista di Thor: Ragnarok, secondo i fan più accreditati il meglio della saga del signore dei martelli). Davvero la gran cosa di cui da settembre si parla tanto sulla stampa Usa? Per me, devo dire, una cocentissima delusione con pure arrabbiatura di quelle devastanti. Da farmi dire che Jojo Rabbit si candida con ottime probabilità di farcela al titolo di peggior film del 2019. A essere indulgenti, film imbarazzante (verrebbe da dire molto peggio). Non è certo la prima volta che si tratta di nazismo, presecuzione degli Ebrei, disfatta della Germania in chiave di commedia, da Lubitsch a Benigni passando per lo stupendissimo e acuminatissimo Mel Brooks di Per favore, non toccate le vecchiette (e successivo autoremake). Si può fare, come no, si può demolire hitlerismi e nazi-bestialità con l’arma della satira, pure il Chaplin del Grande dittatore insegna. Però bisogna averci la testa, il senso della Storia, la consapevolezza dell’alta sensibilità e infiammabilità di un simile tema. Tutte qualità di cui lo sciagurato Taika Waititi sembra sprovvisto nella sua grullaggine. Tratto da un libro (che non ho letto) su un bambino intossicato dalla nazi-propaganda e imopregnto di fanatisimi e odio degli Ebrei mentre la Germania si avvia verso la disfatta, Jojo Rabbit butta in risata facile e in gag di sconcertante pochezza quella che fu una tragedia immane senza che il suo autore si renda conto dello scempio. Il reato, perché quello di Waititi tale è, non è tanto di aver cercato di raccontare quel delirio di un bambino di dieci anni (non troppo lontano nella sua dipendenza psichica e nella sua distorsione cognitiva dal giovane Ahmed dell’ultimo film dei Dardenne) come un’escursione nel fantastico, come un sogno infantile a occhi aperti e a occhi chiusi, perché un progetto simile avrebbe avuto un suo senso e una sua coerenza, ma di non essersi reso conto dei rischi connessi. Dilatando oltremisura il registro della commedia anzi della farsa grossolana, Waititi poi non ce la fa più più a riatterrare e riequilibrare il racconto quando la storia del suo infante protagonista svolta in foschissima tragedia. Anzi, tanto incosciente Waititi, da riprendere con il suo battutario e il suo repertorio di scemenze (vedi l’incontro di Jojo con l’amichetto mentre stanno arrivando tra le macerie della città gli americani e i russi vincitori) anche dopo che il dramma di tutti i drammi ha colpito il povero Jojo, e di più purtroppo non si può dier per via della paranoia-spoiler. Se l’intento di ridurre all’infantile e al pensiero bambino la truce vicenda del nazismo poteva esere una scommessa assaio richiosa ma non impossibile,Waititi fallisce per palese inadeguatezza al compito. Oltretutto ha la pessima idea (che pare che nel libro nom ci sia, dunque tutta e solo sua) di inventarsi come amico immaginario e confidente del nazistissimo benché innocente Jojo lo stesso Adolf Hitler, naturalmente da lui interpretato. I cui dialoghi con il pargolo sono tra le cose più indecenti che sia capitato di vedere al cinema negli ultimi anni e una perfetta lezione di cosa non si deve fare. L’Hitler di Waititi non è truce (e passi, se l’intenzione era di evitare i più ovvii cliché), è invece mellifluo e imsinuante, però, e qui vengono i brividi, anche goffo e a modo suo simpatico e affabile. Un Hitler pasticcione, innocuo e un po’ codardo, un peluche im forma umana che in fondo ogni bambino adorerebbe avere come suo protettore immaginario. Si dirà: ma è solo una proiezione di Jojo. Sì, ma intanto la dolcificazionee è passata, si è compiuta, quell’Adolf così amabile e non allarmante si è insediato nell’inconscio dello spettatore o. E non si tiri in ballo per favore il Chaplin del Grande dittatore perché quel grand’uomo riusciva a divertirci distruggendolo, Hitler, con il suo senso del comico che era anche senso del tragico, dote di cui il povero Waititi manca vistosamente. Ridurre questa storia di un bambino nei momenti più bui del Novecento, di sua madre (l’unico personaggio complesso e ricco, quello di una donna resistente alla barbarie meravigliosamente interpretata da Scarlett Johansson che da sola illumina questo brutto film), della ragazzina ebrea nascosta nella loro casa dietro una parete come Anne Frank, a un’occasione di satira grossolana – vogliamo parlare delle risatacce strappate alla platea con la pantomima dell’Heil Hitler ossessivamente ripetuto -, significa, semplicemente, banalizzare il male. Qualche raro momento di grazia, soprattutto nel rapporto tra madre e figlio, non ce la a bilanciare la resa imbarazzante del resto. Soprattutto dell’ultima parte, quando la Storia entra pesantemente in scena (e non basta qualche modesta battuta a esorcizzarla), svelando tutta l’intrinseca e irrimediabile stupidità del film. Che il tribunale del cinema condanni lo sciagurato regista di Jojo Rabbit sa rivedere all’infinito, a occhi spalancati in cura Ludovico, Germania anno zero di Roberto Rossellini. Perché impari come si racconta di un bambino intossicato dalla propaganda nazista.

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