Un film-capolavoro stasera (tardi) in tv: TOBY DAMMIT di Federico Fellini (venerdì 17 gennaio 2020)

Toby Dammit di Federico Fellini (uno dei tre episodi di Tre passi nel delirio, 1968). Rai 3, ore 1:15, venerdì 17 gennaio 2020.
Finalmente ritorna questa meraviglia, uno dei vertici nella filmografia di Fellini, anche se tra le sue cose più rimosse e meno celebrate, di sicuro meno universalmente conosciute. Lo scorso novembre inserito nella per la verità disomogenea, generica e abbastanza ratatouille retrospettiva horror al Torino Film Festival, stanotte (il buio gli si addice) a Fuori Orario insieme con altri omaggi a Fellini a cent’anni dalla nascita (per quanto mi riguarda, l’ho sempre collocato nelle posizioni di testa della mia personale lista Fellini’s Best Movies insieme a Otto e mezzo, La dolce vita, Satyricon).
Di quel bizzarro Tre passi nel delirio, film a episodi tratto da altrettanti racconti di Edgar Allan Poe o a lui ispirati (gli altri erano di Louis Malle: assai bello, e di Roger Vadim: insomma), Toby Dammit resta la parte migliore, la più riuscita, anche la più fedele all’universo tenebroso e allucinato dello scrittore americano, nonostante l’apparente tradimento operato dal regista nel trasportare Mai scommettere la testa col diavolo di Poe in tempi moderni, nella Roma fine anni Sessanta del Novecento. Apparentemente anomalo nella carriera di Fellini nel suo deciso collocarsi all’interno del gothic e dell’horror, Toby Dammit rifulge oggi più di allora, malcompreso come fu da tanta critica e dal pubblico, derubricato a cosa minore, a svagata e disimpegnata vacanza del genio Federico. Un film la cui media durata non ne ha impedito l’ascesa a classico adorato da generazioni nuove e seminuove di cineasti: si veda Somewhere, il discusso Leone d’oro di Sofia Coppola, in cui si cita esplicitamente Toby Dammit nella traiettoria di un attore americano in Italia per una sgangherata cerimonia di premiazione. E credo che anche il Quentin Tarantino di C’era una volta… a Hollywood con la sua star hollywodiana in crisi emigrata a Cinecittà per un paio di macaroni western lo abbia visto e rivisto.
Divo Usa sul viale del tramonto, Toby Dammit arriva difatti a Roma per girare un western. Anzi, un western ‘cattolico’ e cristologico (che invenzione magnifica di sceneggiatura). Per convincerlo gli hanno promesso una Ferrari e allora eccolo, devastato dall’alcol e dagli incubi, planare nella città che per lui sarà davvero, letteralmente, eterna. Fellini si scatena subito in una danse macabre, traducendo le visioni offuscate del suo alcolico protagonista, la sua perdità di lucidità, in immagini spettrali, dipingendo una Roma anticamera dell’inferno, percorsa da inquietanti presenze, densa di oscuri segni premonitori. “Lei crede in Dio?” chiedono al già delirante Toby Dammit, e lui: “No, credo nel diavolo”. Che gli appare, o almeno gli si palesa come allucinazione, quale ragazza ghignante che gioca con una palla bianca (citazione, i detrattori dicono plagio, di Mario Bava). Memorabile la sequenza della premiazione, con una galleria di personaggi e freaks eruttati dalle viscere della più lutulenta Cinecittà. Guitti, procaci soubrettone, maschere del comico diventate tragiche nel solito omaggio e/o sfregio di Fellini all’avanspettacolo, un grande attore ormai cieco (ogni riferimento credo non fosse per niente casuale). E una luce accecante a intorbidire la già provata mente di Toby. Il quale, salito sulla sua Ferrari, si lancerà nella notte in un folle corsa. Stop, se no sono spoiler. Terence Stamp, benché non così in là con gli anni per il ruolo di un attore al tramonto, è indimenticabile con quella sua bella faccia da santo devastata dal vizio e da un ghigno luciferino (in quell’anno, nella sua stagione italiana, avrebbe girato un altro capolavorissimo, Teorema di Pasolini). Buona visione. E che Toby Dammit non vada di nuovo disperso nelle nebbie.

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