Il film imperdibile stasera in tv: LA CITTÀ DELLE DONNE di Federico Fellini (sabato 18 gennaio 2020)

La città delle donne di Federico Fellini, Rai 3, ore 21:30. Sabato 18 gennaio 2020.
Il prossimo lunedì 20 gennaio saranno cent’anni esatti dalla nascita di Federico Fellini, e non occorre aggiungere altro. Ovvio che questo 2020 sarà un anno di torrenziali iniziative, proiezioni, convegni, talk, tavole rotonde, mostre, rievocazioni (a FF sarebbero piaciute medianiche) intorno a lui, alla sua opera infinita. Anche i palinsesti tv fanno e faranno la loro parte. Già la scorsa notte Rai3 ha trasmesso in Fuori Orario quella meraviglia ritrovata che è Toby Dammit, anche se l’acme lo si raggiungerà ovviamente il 20 gennaio con il nuovo canale Mediaset in chiaro interamente dedicato al cinema italiano, Cine34 (34 DDT), che dedicherà il suo primo giorno di programmazione solo a Fellini. E in programa ci sono La dolce vita, Otto e mezzo, Amarcord, Boccaccio 70, Giulietta degli spiriti e altro ancora, ovvero il meglio del grand’uomo venuto da Rimini.
Intanto, stasera Rai3 in prima serata manda in onda un suo film del 1980, La città delle donne, di una fase felliniana ormai, purtroppo, discendente, fase nella quale si fatica a trovare capolavori all’altezza della produzione somma degli anni Sessanta primissimi Settanta (forse solo E la nave va si situa a quei livelli stratosferici). E però, sempre di Fellini si tratta, anzi questo centenario potrebbe essere l’occasione perfetta per una rivisitazione di quella fase ritenuta di decadenza e per rintracciarvi i guizzi e l’impronta del Fellini maggiore. Anche perché sappiamo bene che il genio può mascherarsi, nascondersi, ma non va mai perduto, spetta a noi rilevarne le tracce anche quando sono tutt’altro che evidenti o mimetizzate in un’apparenta qualunquità. Approccio che si può mettere in atto già fin da stasera con La città delle donne, 1980, per il quale Federico Fellini ritrova il suo attore totem, anzi il suo alter ego, Marcello Mastroianni. Ed è attraverso di lui e il personaggio affidatogli, Marcello Snaporaz, che FF si misura con l’enorme tema del femminismo arrembante di quegli anni, con la crisi del maschio o la sua perdita di status di fronte all’avanzata delle donne (un tema assai presente nel cinema dei Settanta, si pensi al Marco Ferreri di Ciao maschio e L’ultima donna). Sarà (anche) il pretesto per il regista di catalogare, antologizzare, sistematizzare, rimettere in scena in una sorta di summa e compilation il suo immaginario femminile, la galleria di donne del suo cinema e della sua vita. Coadiuvato alla sceneggiatura da Bernardino Zapponi (come nel capolavorissimo Satyricon), Fellini piega lo Zeitgest alle proprie ossessioni, usa la cronaca dei femminismi arrembanti per, ancora una volta e più che mai, ricreare il suo mondo a parte, un soliloquio per immagini.
Mentre è in treno, Snaporaz si lascia irretire da una signora. La seguirà quando lei, scesa a una stazione remota, si inoltrerà in un luogo sconosciuto (e sembra di essere nel meraviglioso, surrealista Una sera, un treno di André Delvaux). L’approdo di Marcello è in un hotel in cui si sta preparando un’assemblea di femministe, dalle quali verrà messo sotto processo in quanto ‘maschio patriarcale e fallocrate’. Cosa non del tutto nuova, nella cinematografia felliniana. A ripensarci oggi, già la leggendaria sequenza dell’harem di Otto e mezzo – apparentemente un manifesto dello sciovinismo maschile – ci raccontava sì della sottomissione delle donne schiave al maschio padrone, ma anche della loro successiva ribellione, per quanto timida, poco convinta e destinata alla sconfitta.
La città delle donne funzionò discretamente in Italia e in America ma al festival di Cannes i francesi lo distrussero. Fellini non era più un totem intoccabile, incominciava per lui il duro confronto con una critica sempre più aspra e un pubblico sempre più distratto da un altro cinema. Stasera, quarant’anni dopo, è l’occasione per riguardare il film con pacatezza, fuori da quella temperie, da quelle polemiche.

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