Il film imperdibile stasera in tv: E LA NAVE VA di Federico Fellini (domenica 19 gennaio 2020)

E la nave va di Federico Felini (1983). Rai Storia, ore 21:10, domenica 19 gennaio 2020.
Domani, 20 gennaio, saranno 100 anni dalla nascita di Fellini.get-3 get-4Un Fellini della fase matura e più autoreferenziale. Che quando nel 2015 venne proiettato in Piazza Grande a Locarno come prefestival il direttore artistico Carlo Chatrian giustamente lo definiì in sede di presentazione quasi sconosciuto. O, quantomeno dico io, dimenticato. Bisogna averci una certa età per ricordarselo (risale all’anno 1983, che poi anche tra chi se lo ricorda pochi l’hanno amato davvero. Quella riscoperta locarnese – ufficialmente per celebrare i 120 di fondazione della Gaumont – fu una dele rare occasioni per rivederlo su grande schermo. Ricordo anche la proiezione di una copia traballante all’Oberdan di Milano, per il resto buio.
Ci si genuflette davanti al Fellini di La dolce vita, Otto e mezzo, di Amarcord (un film, questo, che io detesto mentre adoro i primi due), ma quello dagli anni Settanta in avanti resta oscurato. Ci sembrava allora, il regista venuto da Rimini a reinventare sogni e visioni nei teatri di Cinecittà, ormai prigioniero di se stesso, recluso in un solipsismo e ombelicalismo senza vie d’uscita e di fuga. Produttore di film sempre più claustrofobici, di cui ti pareva di respirare il tanfo del chiuso, e mai una finestra aperta sul mondo là fuori, mai un refolo a rinfrescare e rendere respirabile quell’aria pesante da stanza di vecchina allettata da un’infermità mortale. E la nave va è l’esemplare puro di questo cinema soffocato e soffocante, claustrofobico e decomposto, tutto girato com’è da Fellini negli amati teatri di Cinecittà, in una finzione spudorata e perfino sgangherata da teatro di provincia, ma finzione dichiarata senza infingimenti e senza inganni con quella chiusa della troupe al lavoro che ci mostra il backstage, con quella battuta sulla “luna che sembra finta” detta da uno dei personaggi, con quei fondali e quell’incredibile mare di cellophane e quell’improbabile nuvola di fumo disegnata e immobile sopra la corazzata austroungarica. Cinema già allora fuori dal tempo e da ogni possibile gusto del pubblico, che il cinema lo aveva abbandonato per la tv e che tutt’al più si lasciava sedurre dalla comicate basso-panettonare.
E però a rivederlo oggi E la nave va, fuori dalla coordinate della sua epoca, ci sembra assai più interessante. Tra le cose terminali di Fellini risulta la più strutturata, la più narrativa, innervata da una storia robusta, sostenuta da un asse di racconto che tiene e non si spezza mai, anche se l’apparenza è quella del solito brogliaccio di schizzacci e appunti, dell’accumulo casuale e caotico di bozzetti e materializzazioni di ricordi e suggestioni in una destrutturazione-frammentazione-polverizzazione tipo Roma o L’intervista, o anche Amarcord. Scritta da Fellini con Tonino Guerra, la cui presenza si sente nel bene (le deviazioni surreali e mattocche) e nel male (il poeticismo cattivo e il ricorso coatto e irrefrenabile alla metafora), la sceneggiatura non sbaglia un colpo nel raccontare la sua folla di aristocratici, potenti, burocrati, plutocrati, esteti, fanigottoni e imbroglioni della Belle Epoque in viaggio funerario sulla nave che porterà le ceneri del maggiore soprano di tutti i tempi – una Callas anticipata diciamo così – a essere disperse di fronte alla sua isola (ionica? egea?) natale. A bordo colleghi e devoti della defunta, con perfino un femmineo e glabro granduca d’Austria e la sua cieca e intrigante sorella (Pina Bausch!, e già questo), a costituire la classe dei signori che stanno là sopra, mentre laggiù nella pancia infernale della nave lavorano tra i fuochi della sala macchina i proletari sudati e abbrutiti dalla fatica e dalla fuliggine.
Fin troppo evidente, e dichiarata in ogni intervista di allora, e in ogni pressbook, l’intenzione di metaforizzare con questo viaggio marino verso il disastro la fine dell’Europa – siamo nel 1914 difatti – e il suo inabissamento nel carnaio della grande guerra. Cioè quello che fu il suicidio dell’Europa e la sua definitiva perdita dell’egomonia mondiale, mai più recuperata da allora. Se l’impianto didascalico (poveri contrapposti a ricchi, e la nave Europa che si avvia incosciente verso il nulla) risulta oggi vetusto, irresistibile più che mai è la capacità felliniana di mettere in scena la folla e follia di tipi svariatamente umani, disumani e mostrificati, quelle facce che tanto adorava e che ricercava con ossessiva meticolosità. E dove mai, oggi, si trova in un film tanto scialo di sapere e di talenti? Andrea Zanzotto chiamato a scrivere i testi delle arie operistiche confezionate per l’occasione (e molte invece son riprese dal repertorio del melodramma, trasformando questo Fellini in uno dei pochi veri film-opéra della storia del cinema, con scene impressionanti, come la salita quasi danzata sulla nave, ritmata in movimenti perfettamente sinconizzato su musica e canto, o lo spargimento delle ceneri nel mare di Grecia). Un Dante Ferretti al massimo del suo massimo, con scene di sovrumana perfezione e rigore filologico (quegli interni di cabina). Ma il botto vero di E la nave va son quei profughi serbi, scappati dagli austriaci incazzati neri dopo l’attentato di Sarajevo al loro arciduca Ferdinando per opera di un serbonazionalista, e raccolti in mare dal comandante italiano della nave: “È la legge del mare, non si abbandonano i naufraghi”. Da quel momento sono i profughi sequestrare il film, attirando su di sé l’attenzione di ogni altro passeggero, e di noi spettatori. E la nave va si trasforma in una minuziosa, precisissima analisi e messinscena delle relazioni di attrazione-repulsione tra gli sciuri del bastimento e i profughi straccioni, però variopinti e seducentemente esotici, raccolti dalle zattere alla deriva. Sembra di leggere le cronache di ieri, oggi, e pure di domani sugli arrivi da Lampedusa, e sugli assalti agli scogli di Ventimiglia e dello “sciame” al tunnel di Calais. Non sta bene, non è cool dire che E la nave va è un film profetico, non si usa più. Però fa una certa impressione vedere le ossessioni e le cose dell’oggi così meticolosamente previste e descritte trentasei anni fa.

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