Un film-capolavoro stasera in tv: IL DESERTO ROSSO di Michelangelo Antonioni (martedì 21 gennaio 2020)

Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni, Cine34 (canale 34 dt), ore 21:10. Martedì 21 gennaio 2020.
Il titolo che chiude nell’anno 1964 la fase dell’alienazione nella filmografia di Michelangelo Antonioni, che anzi quella stagione tutta riassume e nello stesso tempo se ne distanzia grazie alla scelta così eloquente e connotativa del colore al posto del bianco e nero e dei grigi dei precedenti L’avventura, La notte e L’eclisse. Per girare Deserto rosso Antonioni sceglie Ravenna, a due passi dalla sua Ferrara, ed è una Ravenna lontana da ogni fulgore bizantino ma luogo della modernità tecnoindustriale, con le sue raffinerie e lo skyline delle ciminiere che sputano fumi gialli sul mare plumbeo. E a sottolineare il dominio del cinema e della finzione sul reale, e il potere assoluto del regista-demiurgo, letteralmente fa ridipingere (sì, con la vernice) le vie della città, i muri, le case, gli alberi per adeguare il paesaggio ai suoi sogni e alle sue visioni, e per accordarlo cromaticamente ai tumulti interiori della sua nevrotica protagonista.
Ne esce un film visivamente magnifico, manifesto di un fare cinema che influenzerà successive generazioni di autori fino ai giorni nostri. La storia è quella di Giuliana (naturalmente interpretata da Monica Vitti), moglie in crisi, coniugale e non solo, che si sottrae a ogni tentativo di comprensione e di aiuto da parte del marito, dirigente in raffineria, e si perde nei labirinti della sua deriva psichica. Una donna dall’infelicità senza causa, dunque inafferrabile, inesplicabile  e non curabile. L’unico che riesca a sintonizzarsi con lei è un ingegnere (Richard Harris): diventeranno amanti, ma Giuliana continuerà a restare blindata nel suo mondo. Memorabile la battuta, sbeffeggiata a suo tempo da Alberto Arbasino, “mi fanno male i capelli” (ma si sa che Antonioni è sempre meglio vederlo che ascoltarlo, soprattutto quando a firmare la sceneggiatura, cioè quasi sempre, c’è Tonino Guerra). Monica Vitti, alla sua ultima performance antonioniana, deambula dissociata lungo tutto il film, feticizzata e iconizzata da una macchina da presa che non la molla un attimo. E qua e là sembra ormai schiava dei manierismi dei suoi personaggi alienati e disturbati, e già involontariamente autoparodistica, come se la Monica Vitti della successiva, imminente stagione di commediante si fosse già messa a caricaturizzare la Vitti dell’incomunicabilità. Deserto rosso del resto è maniera e autocitazione, film maturo, anzi estremo e terminale, un vicolo cieco, una strada senza più sbocchi. Meraviglioso e malato, da fine cinema, o almeno di un certo cinema. Antonioni dopo svolterà verso altri lidi con Blow-up, Monica Vitti se ne andrà a fare la commedia all’italiana, lasciando entrambi dietro di sé questo capolavoro. Leone d’oro a Venezia, tra qualche mugugno. Detto senza retorica: il cinema dopo Deserto rosso non arebbe più stato lo stesso.

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