Film stanotte in tv: KOMMUNISTEN di Jean-Marie Straub (venerdì 24 gennaio 2020)

Kommunisten di Jean-Marie Straub, Rai 3 (Fuori orario), ore 2:40, venerdì 24 gennaio 2020. Prima tv.
Recensione scritta dopo l’uscita in sala (il film era già stato proiettato al festival di Locarno).

189636Kommunisten di Jean-Marie Straub. 70 minuti.
193855Mistero gaudioso della distribuzione italiana: arriva incredibilmente al cinema un film – presentato a Locarno 2014 – del maestro del rigore Jean-Marie Straub. Dove a un episodio nuovo se ne accostano altri cinque tratti da lavori precedenti, già storici, del regista. Ma qual è il senso di questa autocompilation (con inedito)?
186042Certo che la distribuzione italiana è piena di misteri, qualche volta gaudiosi, come l’uscita – in un pugno di sale, ovvio, mica è Spectre – di questo Kommunisten, al momento ultimo lungometraggio conosciuto di Jean-Marie Straub, il guru ultraottantenne di ogni rigorismo, ascetismo, avanguardismo cinematografico al cui cospetto un Godard sembra per godibilità Cecil B. De Mille. Anziché aspettare che Fuori orario lo mandi in onda per qualche carbonaro della cinefilia estrema alle 3 del mattino*, come è d’uso per Straub e per quella che è stata a lungo la sua compagna di vita e di lavoro Danièle Huillet, stavolta si può andare al cinema, in qualche cinema (merito di un’etichetta distributiva ultraindipendente di nome Boudu: il riferimento è a un Jean Renoir), ed è occasione da prendere al volo, che ne valga o no la pena, che si ami o si detesti Straub, perché lui e il suo fare cinema sono imprescendibili e meritano rispetto. Si potrà non essere d’accordo (ed è il mio caso) con l’ideologismo spesso e veteronovecentesco che avviluppa tanti suoi film, ma quello sguardo nitido, puro, quella messinscena scarna di giansenistica austerità, quel fare del cinema, anche quando si tratta di finzione, sempre e inesorabilmente una visione del reale, quel rossellinismo naturale, spontaneo, sono attributi di un maestro vero. Châpeau. Kommunisten denuncia già nel suo titolo il suo essere cinema politico e nostalgico, anche se alla maniera peculiarissima e mai trombona e mai smaccatamente propangandistica (nessun sventolio di bandiere) del suo autore. Era in prima mondiale a Locarno 2014, ricordo la proiezione una domenica mattina al Kursaal introdotta dal direttore artistico del Festival Carlo Chatrian e presentata come un evento. Lo era, lo è? Mah. Kommunisten si compone di sei parti di cui solo la prima – l’interrogatorio di due militanti comunisti tedeschi arrestati e interrogati dopo l’incendio del Reichstag tratto da un racconto di André Malraux, peraltro non compreso nelle raccolte ufficiali – è davvero nuova. Le altre sono tutte estratte da precedenti film di Straub. Un auto-riuso, un’auto-antologia, un the best of fatto da sé. Con l’aggiunta del pezzo inedito come si fa nelle compilation musicali. Non è ben chiaro il perché del titolo, e neanche il senso dell’operazione, a dire tutta la verità. I comunisti son solo nel primo episodio Il tempo del disprezzo, quello da Malraux, negli altri si parla di operai, resistenza, antifascismo, che non son mica la stessa cosa, giusto? Anche se riconducono tutti alla rive gauche del fiume politico che ha attraversato il ‘900. Utile come ripasso dell’estetica e della visione straubiana, ma disomogeneo, con accostamenti tra i vari episodi non così motivati e necessitati. Ecco, dopo l’inedito, i cinque capitoli tratti da film passati straubiani: La speranza, da Operai, contadini (2001), Il Popolo, da Troppo presto, Troppo tardi (1982), Le Apuane, da Fortini/Cani (1976), L’utopia comunista, da La morte di Empedocle (1987), Nuovo mondo, da Peccato nero (1989). Il meglio è Franco Fortini in Fortini/Cani che sul nazismo e l’Olocausto riesce a turbarci con un pensiero per niente omologato, parente di quello della Arendt di La banalità del male (peccato che subito dopo dica sul Vietnam e sull’America delle enormità che oggi non le si regge proprio). Assai interessante, se confrontato con l’immagine che oggi ci viene restituita dei paesi arabi, è Il Popolo, da Troppo presto, Troppo tardi, dove vien filmata l’uscita degli operai da una fabbrica egiziana, a riprendere e citare in chiave di lotta di classe e pure terzomondista la fondativa Sortie de l’usine dei fratelli Lumière. Dimenticavo: come massima penitenza per lo spettatore, sennò che Straub sarebbe?, il film a Locarno è stato dato, a seconda degli episodi, in francese, italiano e tedesco senza nessun sottotitolo. Immagino che adesso li abbiano messi. O no?
* nota del 24 gennaio 2020: questa recensione è stata scrita cinque anni fa. La ‘profezia’ è sbagliata di soli 20 minuti.

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