Un meraviglioso film stanotte in tv: FRANCOFONIA di Alexander Sokurov (venerdì 24 gennaio 2020)

Francofonia di Alexander Sokurov, Rai 3 (Fuori orario), ore 1:15, venerdì 24 gennaio 2020. Prima tv.
Recensione scritta dopo la proiezione alla Mostra di Venezia 2015.19448-Francofonia_1Francofonia – Il Louvre sotto occupazione, un film di Alexandre Sokurov. Con Louis-Do De Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth, Johanna Korthals Altes. 21410-Francofonia_5_-_Louis_Do_De_Lencquesaing__Benjamin_Utzerath21424-Francofonia_4Con il pretesto di un viaggio nel passato e nell’oggi del Louvre, il regista grande-russo compone un film ibrido che è insieme documentario, diario personale, ricostruzione ora immaginata ora rigorosa di episodi storici. Che, volendo omaggiare la Francia e l’Arte, finisce invece col tornare a parlare dell’identità russa. Uno zibaldone incoerente e perfino folle, ma pieno di sequenze sublimi, che sta al cinema di Sokurov come Adieu au langage a quello di Godard. Voto 7 e mezzo
21438-Aleksandr_Sokurov_-_Francofonia_-_Rehearsal_In_Louvre____Vale__rie_CoudinDi chi sarà stata l’idea di affidare un film sul Louvre ad Alexander (che però nei crediti del film vien francesizzato in Alexandre) Sokurov? Dello stesso regista russo? Della tv bon chic bon genre Arté, che appare quale coproduttore? Perché, diciamolo, questo Francofonia ha tutta l’aria di essere un film su commissione, da parte di chi, avendo visto e giustamente ammirato Arca russa di Sokurov (girato in un solo, mirabolante take lungo quasi due ore all’interno dell’Ermitage di San Pietroburgo), ha pensato di fargli replicare l’operazione a Parigi nel museo di tutti i musei, uno dei segni massimi della Francia e della sua potenza culturale. Ma il risultato è un prodotto cinematografico assolutamente anomalo e inclassificabile, che è documentario e il suo contrario, un film che dal Louvre parte per toccare poi infiniti altri territori, che rientra sì nella cinematografia di Sokurov ma nello stesso tempo se ne discosta e ne fuoriesce. Mi aspettavo che si ripetesse la vertigine di Arca russa, con un progetto e un concept magari diversi ma altrettanto compatti, invece macché. Il grande russo, Leone d’oro a Venezia 2011 con Faust, molla gli ormeggi, si butta in un’operazione sconnessa, folle e insieme fascinosa e ipnotica che – nella sua destrutturazione di ogni coerenza narrativa – sta a lui come Adieu au langage sta a Jean-Luc Godard. In entrambi i casi, due maestri veri del cinema (anche se S. ha un bel po’ di anni meno di G.) si concedono il lusso della massima libertà, fabbricando un film anarchico apparentemente sconnesso da ogni ratio, sciolto da ogni vincolo, scatenato e irregolare nel seguire ogni pulsione e perfino capriccio del proprio autore, nel dar corpo e immagine ai suoi sogni e pure ai deliri. Inutile cercare in Francofonia una qualsiasi grammatica e sintassi, rintracciabili semmai solo penetrando nell’inconscio a noi inaccessibile del regista. Vien da sorridere a leggere il diligente pressbook che cerca di imbrigliare questa assoluta follia d’artista e di mettere un po’ di ordine raccontandola come un viaggio nello spazio-tempo del Louvre, in particolare nel tempo dell’occupazione tedesca di Parigi, e come la storia “di due uomini rimarchevoli, il direttore del Louve Jacques Jaujard e il tedesco occupante, il conte Franziskus Wollf-Metternich – nemici ma collaboratori – la cui alleanza permise di preservare i tesori del museo”. Per carità, in Francofonia c’è anche questo, ma chi, all’irrompere dei due suddetti personaggi, rievocati in parte con documenti d’epoca e in parte messi in scena con l’apporto di attori, spera – dopo una ventina di minuti inafferabili di film – di poter finalmente assistere a una storia, resta subito deluso. Sokurov molla presto i due nemici-amici parimenti innamorati del Louvre per riprendere a costruire il suo labirinto, salvo poi riproporceli capricciosamente e quasi per caso più tardi. Ma allora, cos’abbiamo mai visto? Un lungo soliloquio di Sokurov che, col pretesto di (dover) parlare del Louvre, in voce fuori campo ci ricorda la necessità del Bello, dell’Arte, della conservazione della Cultura Europea (mi raccomando le maiuscole). Mescolando e delirando, assemblando assai liberamente materiali molto diversi, giostrando tra documentario e pura invenzione, stabilendo proprie e soprattutte improprie associazioni tra fatti e campi del sapere, frullando presente e passato prossimo e remoto, parlando della Francia ma finendo inevitabilmente, fatalmente, a parlare della Russia. Sokurov percorre i corridoi del museo, quasi violentando con la macchina da presa le opere, ingrandendone impudicamente i dettagli, buttandocene in faccia tutta la matericità, il colore condensato e rappreso, in un trip quasi lisergico (e notturno) tra Géricault, Delacroix, Leonardo, i sarcofagi egizi, i fregi assirobabilonesi. Si comincia, chissà perché e incongruamente, con le vecchie foto di glorie letterarie russe come Tolstoj e Cecov, e poi via con i racconti da bigino o da Wikipedia o da pedante professore di liceo su come il Louvre sia nato, chi l’abbia voluto, e come dal corpo originale si sia man mano fatto grande. Con Marianna che, elle même, irrompe nel film a declamare ovviamente Liberté Fraternité Egalité!, e con Napoleone che pure lui si materializza e, narciso, ci ricorda che quel che si vede lì è opera sua, nel senso che al Louvre le opere ce le ha portate lui dalle sue campagne d’Europa. Ma poi si passa alla Francia occupata dai nazisti, a Pétain, a Vichy, ai due amici-nemici che, senza mai dirselo, salvano il museo dalle mire di Hitler e degli altri gerarchi. Aggiungeteci un cargo che trasporta container stipati di opere d’arte (da dove? per dove?) con il cui comandante Sokurov (da dove?) parla via Skype, e intanto si avvicina la tempesta (ma dove siamo? sul Baltico? sul Mare del Nord?) e il collegamento salta, e Sokurov si dispera per quelle opere che potrebbero finire in fondo al mare. Inutile cercare un qualsiasi senso e una qualsiasi coerenza, non ci sono. Meglio abbandonarsi al flusso e godere delle sequenze celibi, autoreferenziali, che Sokurov riesce a mettere in piedi, soprattutto quando ci son di mezzo i nazisti e le due guerre mondiali, temi e osssessioni ricorrenti nel suo cinema. Si finisce, incongruamente – del resto l’incongruo è la cifra dominante di tutto il film – non con la Marsigliese, ma con l’ex inno sovietico, proposto in una versione rovinata e corrotta. Perché tanto lo avevamo capito che a lui, Sokurov, sempre e soltanto della Grande Madre Russia importa, e che quel viaggio in Europa, verso Parigi, era, è, solo un viaggio apparente, per tornarsene poi a casa. Da dove, forse, non si è mai davvero mosso. Con inguaribile nostalgia ci ricorda che se l’Europa si è salvata dai tedeschi è per merito della Russia (e, tanto per non lasciare dubbi, ci fa vedere uno Stalin benedicente). In una lezione di storia alquanto datata che assolve l’Urss e che forse necessiterebbe di un qualche revisionismo. Come datata, e però commovente, è la devozione sokuroviana per l’Arte, luogo del Sublime in cui rifugiarsi per dimenticare il brutto e il volgare. Quasi la confessione o il diario intimo di un uomo radicato, inchiodato nel passato, che però sa ancora parlarci e, qualche volta, in qualche momento, riesce ancora a farci credere nella forza salvifica dell’Arte.

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