Berlinale 70 il giorno prima (anzi la sera prima)

‘My Salinger Year’, il film di apertura

Sarà poi vero, come diceva Karl Kaus, che quando il tempo stringe e devi consegnare il pezzo (o devi postarlo) scrivi meglio?* Se il Gran Fustigatore della Finis Austriae, che i giornalismi e i giornalisti ben conosceva, non sbagliava, allora i festival di cinema con i loro ritmi infernali, i parossismi cinefili, i film spossanti per smisurata lunghezza sono il luogo perfetto del bello scrivere. Vedremo da domani. Intanto, qui a Berlino è ancora vigilia, è la sera prima di, prima dell’opening della Berlinale numero 70. Con un film magari interessante ma non proprio travolgente sulla carta, My Salinger Year, Il mio anno salingeriano, starring Margaret Qualley, la meravigliosa creatura che in C’era una volta … a Hollywood trascinava Brad Pitt nel ranch maledetto e qui immagino in versione eroticamente depotenziata quale ragazza che si ritrova a lavorare per il mitologico Salinger, nel senso di rispondere alle lettere dei suoi fans. Sarà un Diavolo veste Prada letterario, con il genio intrattabile e misterioso a far impazzire e bullizzare la povera ragazza? Oppure Salinger neanche lo si vedrà? Non che la sinossi sia chiarissima. Tratto naturalmente da ‘una storia vera’ subito diventata libro autobiografico e adesso cinema, con Sigourney Weaver a fare l’agente letteraria scafata e alla regia il québecois Philippe Falardeau di cui nella decade appena passata si videro un paio di film tra il dignitoso e il bello a Locarno: compreso quel Monsieur Lazar che l’avrebbe poi portato alle soglie dell’Oscar (categoria film in lingua straniera). Meglio di sicuro di certe aperture delle scorse Berlinali, non meglio però di certe altre aperture come Grand Budapest Hotel e L’isola dei cani di Wes Anderson.
Locarno, ecco. Come direttore artistico questa è la prima volta del valdostano Carlo Chatrian, che succede allo storico e lungoregnante Dieter Koslick (almeno un ventennio credo). E che, come ogni informato dei fatti saprà, è stato per gran parte di questi anni Dieci il responsabile del Locarno Festival, da lui indirizzato con decisione e con successo verso il cinema più audace. L’impressione guardando qua e là il più che nutrito anzi debordante programma (come da tradizione) è che questa Berlinale 70 somigli a una sorta di Locarno Expanded. Quanta gente transitata là e approdata qui. Ad esempio domani 20 febbraio ecco il nuovo film del bergamasco Luca Ferri (sezione Forum), che giusto a Locarno aveva portato a suo tempo Dulcinea. Hong Sangsoo, grande vero del cinema sudcoreano (c’è mica solo Bong Joon-ho sant’Iddio), qui in concorso, ha ottenuto la sua unica vittoria festivaliera so far proprio a Locarno. Il rumeno Radu Jude, presente a Forum con ben due titoli, era là qualche stagione fa con il magnifico e sottovalutato Scarred Hearts, il brasiliano Marco Dutra, in concorso con Todos Os Mortos, si è rivelato sempre sul lago Maggiore parte svizzera con il bellissimo Le buone maniere. Chatrian, che alla Competition ha aggiunto la nuova sezione Encounters (non rischierà di sovrapporsi e entrare in rotta di collisione con Panorama e Forum?), sembra essere riuscito a evitare certi abissi di cinema laido-teutonici che si trovavano solo qui e in nessun altro festival (dico solo Touch Me Not insignito di Orso d’oro un paio di anni fa). E però una Berlinale da salotto bon ton e denaturata non rischia di perdere un po’ della sua identità ribalda? L’anno scorso abbiamo assistito inorriditi e affascinati a Il mostro di Sankt Pauli di Fatih Akin, apoteosi del film da Berlinale: quest’anno sarebbe stato ammesso a Palazzo (del cinema)? Ma è solo la vigilia, sono solo illazioni, ci sono undici giorni di forsennati screening in tutta la città per cambiare idea e opinione e pentirsi dei cattivi pensieri.
Intanto però quanti cambiamenti. Arrivati oggi in una Berlino piovosa e poi nevischiante, in una PotsdamerPatz e dintorni più spettrali che mai – chi può vivere in questa città artificiale proiezione delle megalomanie da archistar? – ci siamo trovati di fronte a una mezza rivoluzione organizzativa e logistica. Del resto, l’avevamo letto sui siti cercando di decifrare il sempre ostico tedesco: chiuso da dicembre il CineStar, che era una delle venue fondamentali con le sue otto sale, oltretutto con un Imax a mostrarci documentari spagnoli e film di esordienti russi su schermo gigantesco che neanche Star Wars. Senza, la Berlinale è stata costretta a cercare nuovi cinema, e però lontano dall’epicentro che resta la PotsdamerPlatz, complicando tempi e ritmi dei consumatori di film. Non bastasse, chiusa per lavori in corso nella direzione da Alexanderplatz verso Berlino Ovest la strategica (per i festivalieri) fermata PotsdamerPlatz della linea U2 della metropolitana. Non bastasse, deserte e vuote per non precisata ristrutturazione le Arkaden, il mastodontico mall con negozi e negoziacci e ristorantini e ristorantacci (più i secondi) dove tutti gli accreditati si fiondavano a rifocillarsi vista la vicinanza. Vero, si mangiava male, ma qualcosa da ingurgitare trovavi sempre tra un film e l’altro. Adesso? Adesso si prevedono le folle nei punti ristoro rimasti aperti in zona, tipo un vegetariano, non saprei se anche vegano, dalle insalate impossibili (oggi ne ho presa una ‘orientale’; quando non si sa come definire un insieme improbabile di ingredienti e sapori – qui di buono c’era solo la zucca – le si spalma sopra l’etichetta ‘orientale’ e l’orrore è servito). Non bastasse, chiusa l’area stampa nel basement del Palazzo del cinema, ottimo wifi, tanti tavoli per scrivere tranquilli, e invece adesso si deve andare in un palazzone d’archistar (di cui non faccio il nome) non lontanissimo ma certo meno comodo del Palast, il che significa aggiungere spostamenti e complicare ulteriormente i tempi. Sperando che in un paio di giorni ci si abitui e tutto si aggiusti in una nuova rassicurante routine.
Per il press-accreditato si comincia alle 9.30 di domani, con un docu dell’illustre Jia Zhangke, maestro assai amato del cinema cinese, quasi due ore su come si sia trasformata la regione in cui Jia è nato nei turbolenti ultimi decenni post-maoisti. Domanda che tutti si fanno ma si vergognano a esternare: i cinesi verranno a presentare i loro film? e i giornalisti cinesi, così determinati e militarizzati (sono implacabili ai festival a occupare gli spazi migliori destinati alla stampa) ci saranno? Nel pomeriggio, sempre in proiezione stampa, un altro film cinese a Forum. L’impressione – saranno anche le suggestioni indotte dalla spettrale PotsdamerPlatz sotto il nevischio – è che quest’anno ci sia meno gente. Dimenticavo: tra i cambiamenti anche il poster ufficiale. Addio agli orsetti e agli orsoni che in ogni possibile variante ci hanno allietato in questi ultimi anni, invece tutta una cosa di grafismi (mai dare il potere ai grafici) sul logo 70. Con gli zero che sembrano delle uova. Ridateci gli orsi.

* Le esatte parole di KK sarebbero – condizionale d’obbligo in attesa di verifica che non ho potuto fare – “il giornalista è stimolato dalla scadenza, scrive peggio se ha tempo”.

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