Berlinale 2020. Recensione: MY SALINGER YEAR, un film di Philippe Falardeau. Una discreta apertura di festival

My Salinger Year, un film di Philippe Falardeau. Con Margaret Qualley, Sigourney Weaver, Douglas Booth, Seána Kerslake, Brían F. O’Byrne. Berlinale Special.
Anni Novanta, New York. Arriva dalla California una ragazza ansiosa di sfondare come scrittrice. Troverà lavora in un’agenzia letteraria vetusta e carica di gloria che ha avuto tra i suoi clienti Salinger. Sarà lui, presenza fantasmatica ma incombente, a cambiare la vita di Joanna. Il rapporto tra la ragazza ingenua ma non sprovveduta e la boss ricorda un po’ troppo Il diavolo veste Prada, ma va bene lo stesso. Un film abbastanza evanescente, però girata con delicatezza e grazia. Vehicle per Margaret Qualley, la meravigliosa creatura che in C’era una volta.. a Hollywood trascinava Brad Pitt nel ranch maledetto. Voto 6 e mezzo
Assai decorosa apertura di Berlinale, benché film non in concorso ma collocato tra gli Specials (contenitore comune a tutti i festival dove ci sta dentro di ogni, ovvero tutto ciò che non rientra nelle altre sezioni). Se si pensa a certe brutture degli ultimi anni a far da opening, non c’è da lamentarsi. Film che alla mancanza di una storia forte, di un baricentro narrativo, sopperisce con il garbo, perfino la grazia, della confezione, con la delicatezza nel tratteggio di personaggi e ambienti, nella rievocazione di una NY anni Novanta prima della catastrofe dove ancora molto si leggeva e scriveva e la parola non aveva del tutto abdicato all’ìmpero dell’immagine. Tratto dal solito pezzo di vita vissuta diventata presto un libro (se ti capita, come succede alla protagonista, di avere a che fare benché di sguincio con una leggenda come J.D. Salinger non sprechi l’occasione, un libro è il minimo). Alla regia Philippe Falardeau, canadese del Québec, credo qui al suo primo film in inglese o comunque decisamenta Usa-centrico (se mi sbaglio qualcuno mi corregga, grazie). Quel Falardeau, per capirci, che qualche anno fa mise a segno un bel film del genere professore-e-allievi, Monsieur Lazar, che molto piacque a Locarno, vincendo pure il Variety Prize Piazza Grande. E che sarebbe poi finito in nomination Oscar categoria film straniero.
Ma l’elemento d’attrazione di questo My Salinger Year (tradurrei con: Il mio anno salingeriano) è la presenza di un’attrice giovane e già amatissima, la Margaret Qualley figlia di Andie McDowell che in C’era una volta… a Hollywood ammaliava in ultramimnishorts Brad Pitt. Ammaliando con lui folle di spettatori, non solo masculi. Come non volerle bene dopo quella folgorante tarantinata? La si è rivista, per niente sexy e castigata fino assere irriconoscibile quale moglie frustrata nel brutto biopic Seberg proiettato a Venezia lo scorso settembre. Dev’essere ben decisa a farsi largo per le sue doti di attrice mica per quelle del suo corpo perfettissimo (le vecchie zie avrebbero detto del suo ‘personale’), se anche qui depotenzia ogni suo appiglio erotico immediato, deludendo i suoi adoranti sparsi ovunque, quale ragazza di provincia californiana aspirante scrittrice (quanti aspiranti scrittori nel primo giorno di Berlinale, tra il docufilm di Jia Zhangke e questo My Salinger Year). Mettendosi camicette e gonnelloni tra i più castiganti e brutti che si siano visti al cinema da parcechi anni in qua. Ovviamente la sua Joanna approda in  cerca di fortuna a NY, capitale delle lettere e dell’editoria e di tutto quanto le gira intorno. Siamo nel 1996, in una città che ancora non ha conosciuto il trauma dell’11 settembre, non ancora appiattita sui miti tecnodigitali, dove ancora conta qualcosa quella cosa che si chiama cultura. Agognando di entrare in qualche modo nei gironi dellè’editoria e della scrittura e avendo bisogno di guadagnare finisce con l’accettare un lavoro di dattilografa-segretaria in una polverosa ma onusta di gloria agenzia letteraria. Dove la tecnologia è bandita, dove l’analogico resiste (l’hipster ci impazzirebbe), dove la gran capa ovviamente ruvida, cinica e stronza regna da imperatrice, tra ubbie e idiosincrasie. La prima l’avversione ai computer, sicché la povera Joanna deve battere sulla macchiuna da scrivere e usare per interloquire con la signora un dittafono da fiera del modernariato. Però che polvere chic quella che copre gli scaffali e  gli archivi colmi di tracce dei grandi che dell’agenzia furon clienti. In primis lui, l’autorecluso, irraggiungibile Salinger. Mai divulgarne indirizzo e numero di telefono, intima alla neoarrivata la boss, che enaturalmente non perde occasione per tiranneggiarla. L’ingenua ma tutt’altro che sprovveduta californiana imparerà parecchio e imparerà presto come si campa e ci si fa valere nella New York intellò. Scoprirà il suo piccolo tesoro negli anfratti dell’agenzia, i pacchi di lettere indirizzate a Salinger dai lettori variamente folgorati dal suo Giovane Holden, richieste d’aiuto e di consigli letterari, confessioni, frammenti di vita che si fanno racconto. L’ordine per Joanna è: inviare risposta standard ai troppi ammiratori del Genio Scorbutico in cui si dice che il suddetto genio non è accessibile. Intanto Joanna si innamora di un simpatico marxista piacionissimo, comincia a destreggiarsi nei cunicoli e cenacoli letterari, avrà anche modo di parlare al telefono con Salinger (“ricorda, devi scrivere tutti i giorni”, le ripete), fino a sfiorarlo un certo giorno a Washington. Disobbedendo agli ordini aziendali, risponderà ai molti ammiratori di Saliger dispensando consigli e empatia, finché la cosa non verrà scoperta. Altro è meglio non dire. Chiaro che la relazione tra la giovane e l’affermata ricalca parecchie matrici cinematografiche, quella di Eva contro Eva inannzitutto, poi Una donna in carriera, esplicitamente richiamato anche attraverso la presenza di una Sgiurney Weaver perfetta e acuminata al punto giusto quale boss. In certi momenti sembra Il diavolo veste Prada in versione lettere newyorkesi. Però la bitch lo è molto meno dei suoi archetipi di riferimento, la finta ingenua è invece già astuta come i precedenti. Un film cui si addice la dicitura carino, se fosse ancora un lemma spendibile (per la verità non lo è mai stato). E però, cos’è mai a conti fatti questo My Salinger Year? Un racconto di formazione, pardon: coming-of-age, tutto femminile innanzitutto. Anche, il ritratto di una New York perduta. Anche, il riuso e abuso del cliché della Letteratura come rifugio  destino delle anime superiori. Falardeau, rendendosi conto dell’evanescenza del materiale a disposizione, moltiplica le tracce  secondarie, come dar faccia corpo voce ai lettori che scrivono al Genio. Ne esce un film che a scrutarlo e scomporlo risulta poca cosa, una bolla di sapone sempre sul punto di scoppiare e dissolversi, ma che pure a modo suo tiene fino alla fine. Impazziranno le signore del cinema creduto colto e ammodo (lo distribuirà Academy Two). Conferma per Margaret Qualley che forse sbarra un po’ troppo gli occhioni ma radiosa com’è tutto le si perdona. Come dicevano quei film-leggenda di Hollywood? A star is born, ecco.

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