Berlinale 2020. Recensione: MALMKROG di Cristi Puiu. Ecco il film grandissimo di questo festival

Malmkrog, un film di Cristi Puiu. Adattamento di Tre conversazioni di Valdimir Solovyev. Con Frédéric Schulz-Richard, Agathe Bosch, Diana Sakalauskaité, Marina Palii, Ugo Broussot. Sezione Encounters.
L’evento di questa Berlinale è il ciclopico Malmkrog. Tre ore e venti in cui il rumeno Cristi Puiu (Sieranevada, La morte del signor Lazarescu) mette in scena pensieri e parole del filosofo russo del secondo Ottocento Vladimir Soloyev. In una villa di campagna sotto la neve un gruppo di aristocratici discute (in francese) intorno a Male e Bene, alla liceità o meno della guerra, al Cristianesimo, all’avvento dell’Anticristo. Mentre la servitù silenziosamente lavora dietro le quinte. Sontuosità e bellezza, come in un Cecov diretto da Visconti. Piani sequenza vertiginosi, confronti dialettici strabilianti. Il pensiero si fa cinema, mente la macchina da presa si muove a disegnare spazi e scrutare i personaggi. Puiu abbandona il neo-neorealismo dei film precedenti e si inoltra nel territorio solo parzialmente esplorato del film-saggio. Cinema eroico per spettatori altrettanto eroici. Voto 9
Un film, questo Malmkrog, al cui confronto stingono e paiono minori tutti gli altri visti finora a questa Berlinale 70 (siamo al quarto giorno, domenica), compresi anche i belli o bellissimi, come a oggi il più solido candidato all’Orso: intendo First Cow di Kelly Reichardt, una meraviglia, western assai anomalo e eco-socio-intimista proiettato ieri mattina in press screening e subito amatissimo (ne riparleremo, ovvio; intanto lei favorita per meriti veri, mica in quanto donna: il che comunque le potrebbe anche dare una mano verso il massimo premio).
Il rumeno Cristi Puiu, etichettato come padre del nuovo cinema rumeno insieme a Cristian Mungiu per via di quel Signor Lazarescu che tanto piacque in ogni festival e fondatore di un neo-neorealismo che poi avrebbe fatto scuola, stavolta con Malmkrog sterza e va con decisione verso un altro cinema, come in una rinascita autoriale, come in un ricominciamento che non mette però in discussione il passato ma lo ingloba e lo trasfigura. A Cannes quattro anni anni fa si era visto di suo quello che oggi ci appare uno dei picchi degli anni Dieci, Sieranevada, prova impressionante di funambolismo tecnico-registico, con una macchina da presa mobilissima e nevrile a seguire in un interno – per quasi tre ore e in lunghi piani seqeenza – una famiglia riunita a scoperchiare le proprie intime tensioni i e le piaghe sempre taciute e mai sanate, tutto un mondo (e anche la Storia di una nazione, dal comunismo al capitalismo alla democrazia) rievocato dal prodigioso Puiu in pochi metri quadri scrutati, frugati, esplorati in ogni anfratto. Che film. Avrebbero dovuto premiarlo, là a Cannes, prevalse invece il Ken Loach di Io, Daniel Blake (neanche un posto nel palmarès trovarono per Puiu, niente). E però anche in Sieranevada il gran rumeno sperimentava e avanzava spericolatamente pur senza darcelo troppo a vedere, portava al virtuosismo la sua peculiare idea di messincena e di regia, ma confermando la propria vocazione al realismo minuzioso. Malmkrog stupisce e seduce per come Puiu si rimette in gioco applicando la sua raggiunta padronanza della macchina cinema a un film-saggio, a un conte philosophique, letteralmente, perché adattamento non so quanto libero (a me è sembrato assai fedele) del testo terminale, Tre conversazioni, di un pensatore russo del secondo Ottocento a me, confesso, sconosciuto, Vladimir Soloyev. Non rinuncia alla sua muscolarità registica, tutt’altro, mettendola però al servizio del testo e delle idee tra il profondo e il sublime che vi stanno racchiuse. Puiu incornicia sontuosamente come in un Cecov rifatto da Visconti, muove gli attori con sapienza inaudita, soprattutto usa la mdp in maniera libera e mai ortodossa, esattamente come in Sieranevada (in fondo, anche qui siamo in un interno claustrofobico: se là era un appartamento di Bucarest in cui si affollava un clam familiare piccoloborghese, stavolta è la villa di campagna immersa nella neve di un giovane e intellettualmente affilato aristocratico si imagina russo di nome Nikolaj). Con gran sprezzo del bon ton direttoriale, Puiu usa la mdp in modo non accademico e tutt’altro che ortodosso piazzandola alle spalle e ‘di nuca’ rispetto ai personaggi, o a inquadrare uno spazio assente, vuoto, mentre le voci e i corpi restano celati dietro una parete o fuori schermo e fuori campo. Il massimo dell’audacia sperimentatrice applicata a quadri di un passaggio di secolo russo, come di un cechovismo meno indulgente e crepuscolare e più incattivito, con già presagi assai precisi dei cambiamenti che in Russia avverranno di lì a qualche anno. Siamo ancora nella Belle Époque, ma i segni del suicidio europeo, della guerra che verrà e della rivoluzione che ne sarà uno dei frutti, ci sono a volerli rintracciare già tutti. Nel pressbootk (ogni tanto servono a qualcosa) Puiu racconta di aver scelto il testo di Solovyev per il suo sguardo anticipatorio, per come tematizza lacerazioni e conflitti interni all’anima russa di fine Ottocento per estrarne delle profezie.
Si apre con un mirabile piano sequenza, gli esterni innevati della villa di Nikolaj, una donna chiama un bambino, un gregge avanza maestosamente guidato da un pastore e da un cane, fino a invadere il giardino. Scena ambigua, difficile da collocare – come vedremo in corso di film – nella sequenza dei fatti, ma densa di simboli e allusioni, scena chiave per penetrare l’inconscio dell’opera. Nikolaj con i suoi ospiti – la francese Madeleine, il cosmopolita bon vivant, di mestiere diplomatico, Edouard, l’aristocratica Ingrida, la pura e idealista Olga – si apprestano alla cena, mentre in una stanza un anziano colonnello  malato viene amorosamente assistito (sarà un’allusione o metafora della Russia moribonda? del tramonto dell’Occidente? della follia del militarismo?). I sani e il malato. Se fossero invece già tutti fantasmi di se stessi e di un mondo votato alla distruzione? Intanto si parla e parla e discute, come in un salotto settecentesco di dame sapienti e philosophe. I temi di Solovyev vengono scrupolosamente affrontati in un confronto serratissimo tra visioni opposte, ognuna incarnata da un personaggio in scena. Si parla della prevalenza del male sul bene nel mondo, sulla liceità e necessità o meno della guerra (questo è il tema dominante della prima delle conversazioni cui assisteremo), sulla venuta prossima di un Anticristo che sotto le vesti scintillanti e amabili di un pacificatore porterà il male al potere. Si resta intrappolati da questo incessante ping pong dalle parti del Sublime, di una conversazione a più voci – condotta in francese, la lingua franca allora degli uomini e delle donne delle classi alte e dell’intellettualità europea – che ci costringe a concentarci su questioni fondamentali quanto desuete. Ma naturalmente quando si tratta di parlare con la servitù si passa al russo (o è magiaro?) e non mancano inserti in altre lingue, come il tdesco e l’inglese. Le tre ore e venti di questo film ciclopico sono scandite in più capitoli, ognuno con un nome, quello dei conversatori cui si aggiunge quello di Istvan, l’uomo a capo della servità, il rappresentante, l’emissario del potere in mezzo ai servi (ancora un film, dunque, sulla dialettica servi-padroni e su una strisciante lotta di classe, come molti in questi ultmissimi anni). Ogni capitolo è, anche, un nuovo punto di vista per guardare e giudicare l’immane apparato teorico di cui si disquisisce appassionatamente e a volte animosamente, pur nei modi coltivati dell’aristocrazia. Si condensano in queste interminabili dialoghi (nella prima parte c’è uno spossante quanto ipnotico piano sequenza di quaranta minuti) molte anime e visioni. La profondamente religiosa-cristiana e pacifista Olga, che non può accettare che il male vinca sul bene. La disincantata e fattualistica Ingrida, convinta della necessità della guerra, della sua irrinunciabilità in un mondo di lupi. C’è chi si sente profondamente europeo e sogna un’Europa dall’Atlantico agli Urali nel segno di una sotterranea ma solida unità culturale e chi sente il richiamo della diversità slavo-russa, delle sue parentele e affinità con il mondo di Bisanzio e quello asiatico. Che meraviglia, quanta intelligenza al lavoro. Ci sarà un colpo di scena, a immettere la Storia dentro la Teoria, a contaminare il pensiero, la sua purezza, attraverso il sangue. Di più non si può dire. Ma onore a Puiu, che osa l’impensabile con un film volutamente impervio, che non somiglia a nessun altro. Che lavora sul pensiero come sulla messinscena con lo stesso impeto. Un enorme film europeo, eroico per chi lo ha progettato e relaizzato. E che richiede anche a noi spettatori di essere eroici, di consegnarci al flusso delle immagine e delle parole senza paura. Con dentro quel senso del tragico  della Storia, con quella ineluttabiilità che ormai non ha più cittadinanza nel cinema euroccidentale o in quello americano e rintracciabile solo in quello dell’est europeo (penso anche a Tramonto di Laszlo Nemes). Tre ore e venti. Si esce spossati, altro che le cinemaratone di Lav Diaz. Ci si chiedeva come mai non fosse stato messo in concorso: dopo la visione lo si intuisce. Malmkrog sarebbe uscito distrutto dagli screening di stampa e pubblico, metterlo in Encounters, la sezione seconda, è stata un’intelligente mossa per proteggerlo. Chi mai oserà distribuire questo film, di fronte al quale anche molti critici istituzionali, soprattutto anglofoni, hanno storto il naso? Se poi pure la critica chic francese gli volterà le spalle, sarà davvero durissima per Malmkrog. Però, prendere nota, e se capiterà l’occasione precipitarsi a vederlo.
Updating. Aprendo solo un giorno dopo aver scritto il pezzo che Malmkrog è il nome tedesco del vilaggio rumeno Mălâncrav (in magiaro Almakerék).

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Berlinale 2020. Recensione: MALMKROG di Cristi Puiu. Ecco il film grandissimo di questo festival

  1. Barbara scrive:

    Se il film è bello la metà di questa recensione, corro a vederlo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.