Berlinale 2020. Recensione: TODOS OS MORTOS, un film di Caetano Gotardo e Marco Dutra. Padroni e (ex) schiavi

Todos Os Mortos (Tutti i morti), un film di Caetano Gotardo e Marco Dutra | with Mawusi Tulani, Clarissa Kiste, Carolina Bianchi, Thaia Perez, Agyei Augusto. Competition.
Nei modi indolenti e mélo delle telenovelas il duo brasiliano Gotardo-Dutra ci racconta di padroni del caffè impoveriti e ex schiavi in cerca di dignità sociale: mentre le paure, la frustrazione, i sensi di colpa alimentano la follia di una delle due figlie. Il cinema di genere al servizio del ‘discorso politico’, come in altri film di quesi ultimi anni. Ma qui i risultati non sempre sono sono all’altezza delle intenzioni (degli autori) e delle aspettative (nostre). Voto 6+
Del brasiliano Marco Dutra si era visto a Locarno 2018  As Boas Maneiras (Le buone maniere), dove con la coregista Juliana Rojas conduceva un’operazione interessante e molto riuscita sul genere orrorifico-mutante per trattare di corpi biotecnolgizzati, di fantasmi nascosti dietro alla maternità, della forza tellurica della sessualità. Qui lo si è ritrovato in concorso (a ribadire l’asse Locarno-Berlino via Chatrian) con Tutti i morti, ma stavolta in coppia registica con l’a me finora sconosciuto Caetano Gotardo. Con un esito inferiore alle aspettative alimentate dal lavoro precedente. Quando a un certo punto in corso di narrazione entrano in scena gli (ex) schiavi e le pratiche animistiche africane attraverso di loro trasmigrate in Brasile si pensa, e si spera, in un altro esempio di rielaborazione dei generi – magari lo zombesco, magari per innestarvi una metafora o allegoria politica sul colonialismo come nei recenti La Llorona di Bustamante e Zombi Child di Bonello. In effetti, quella è l’intenzione evidente degli autori, peccato però rimanga allo stato larvale e non si materializzi in un racconto efficce. Sicché alla fine si rimane perplessi per come Todos Os Mortos butta via parecchie ddegli spunti di cui pure è ricco. Nel cambio di partnership, da Juliana Rojas a Catano Gitardo, Dutra sembra averci perso qualcosa. O forse è lo stesso progetto a non essere perfettamente a fuoco.
Eppure è ottima l’idea di rifare la novela brasiliana, le classicissime tipo La schiava Isaura degli anni Ottanta, con i suoi languori e furori, con il suo andamento lento e la prolissità di trame, con quegli ambienti e decori da borghesia brasiliana ancora nostalgica dell’Europa-madre e,a far da sfondo e contenitore, una società spaccata tra élite di origine portoghese e schiavi africani di fresca emancipazione. La data, emblematica fin troppo, è il 1899, a indipendenza appena proclamata (dal Portogallo suppongo) e altrettanto recente abolizione della schiavitù: a farci capire come Dutra-Gotardo intendano raccontare una storia esemplare e, nei modi del romanzo popolare, assai politica. Quel che segue si attiene a questa intenzionalità dimostrativa, in un brechtismo feuillettonizzato e tropicalizzato, ma senza mai condensarsi in picchi davvero significativi. Un impianto ideologico che avrebbe anche potuto produrre ottima e avvincente drammaturgia. Ma è precisamente questo il puno di fragilità dell’operazione: che i molti messaggi si aggrovigliano, si confondono, si elidono, non danno vita se non raramente a intrecci interessanti, e nemmeno un finale mélo e  orrorifico basta a dar senso alle trame e chiuderle.
Muore la governante ex schiava della famiglia Soares portandosi dietro parecchi segreti legati alle pratiche animisteì. Un tempo proprietari di piantagioni di caffè (“il migliore del Brasile”, proclama la matriarca), sono poi decaduti e, costretti a riunciare alla fazenda che aveva fatto la loro fortuna, si sono ritirati in un dignitoso ma non così lussuoso appartamento di San Paolo pieno di memorie. Non hanno più schiavi, solo servi che faticano a pagare. La matriarca mantiene nei modi la grandeur di un tempo e il senso del proprio status, una figlia s’è fatta suora, l’altra è una zitella prigioniera dele sue ossessioni e dei suoi fantasmi. Vede, sente, orde di uomini e donne, di coloro che furono gli schiavi di famiglia, invadere la casa e minacciare lei e la madre. La sorella suora disperata per quella deriva folle, va a cercare una loro ex schiava perché con le sue arti magiche guarisca la povera malata. Le figure del dramma a questo punto ci sono già tutte, basta muoverle, intersecare le loro traiettorie, far scattare cortocircuiti pericolosi tra le due famiglie (nonché classi sociali). Come in altri film di questi ultimi anni, Parasite su tutti, la magione dei ricchi – diventa campo di confronto, scontro, battaglia, manovre di offesa e difesa anche se mascherato dall’educazione dei modi. Impeccabile messinscena nei tempi avvolgenti delle novelas e in un tripudio di ambienti e costumi tropical-colonial-ottocenteschi. Si finisce in carnevale – ovvio, siamo in Brasile – di cui la coppia registica ci mostra il lato misterico legato ai culti africani, ed è durante il sabba, tra mostri e maschere, che avviene l’ineluttabile. Forse un’allusione alla mai sanata frattura tra bianchi e africani di origine in Brasile. Un film che è più un’occasione mancata che un risultato pieno.

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2 risposte a Berlinale 2020. Recensione: TODOS OS MORTOS, un film di Caetano Gotardo e Marco Dutra. Padroni e (ex) schiavi

  1. Gianni scrive:

    A proposito di Locarno, in Encounters è passato l’esordio al lungometraggio di Camilo Restrepo (di cui ho visto tempo fa, su Mubi, due corti clamorosi, premiati – entrambi mi pare, o forse solo uno dei due – a Locarno). Non so se l’hai visto – so che è difficile incastrare le proiezioni, quelle del concorso con quelle delle sezioni collaterali – se sì attendo commento/recensione (se no – se puoi – recuperalo).

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