Berlinale 2020: ecco i 6 FAVORITI all’Orso d’oro

DAU. Natasha

There Is No Evil

Ormai manca una manciata di ore alla proclamazione dei vincitori di questa Berlinale edizione 70. I 6 favoriti alla vittoria secondo me (che non coincidono perfettamente con i miei preferiti).

1) Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman. Chance di vittoria: 25%.
Molto indie, molto New-New American Cinema. Cronaca ai confini del documentarismo di una diciassettenne della Pennsylvania che con il solo supporto della cugina se ne va a New York per abortire. Sarà un’odissea. Molto dalla parte delle donne, benissimo girato dalla talentuosa Hittman (di cui si era visto a qualche Locarno fa Beach Rats, più interessante e meno predicatorio di questo) con mdp nervosa e mobile. Uno di quei film cui nessuna giuria può resistere. Quanto a me, l’ho trovato un po’ troppo dimostrativo e programmatico, nonostante Hittman immetta una nuova energia e una nuova indignazione in una storia già troppo raccontata. Non così esplosivo come fu a suo tempo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu di cui inevitabilmente ricalca l’arco drammaturgico, pur nella profondissima diversità di ambienti e sfondi sociopolitici. Potrebbe nuocergli che sia già stato presentato al Sundance. Il mio voto: 6

2) There Is No Evil
di Mohammad Rasoulof. Chance di vittoria: 20%.
Arrivato per ultimo in concorso e subito schizzato in testa alla lista dei possibili Orsi. Di un regista iraniano che, dopo essersi conquistato stima e rispetto qualche anno fa a Un certain regard con un energico film di denuncia dei misfatti del regime, I manoscritti non bruciano, è stato messo in quarantena professionale dal suddetto regime e impedito a girare. Come Panahi, più di Panahi. Torna con questo bellissimo There Is No Devil, realizzato in semiclandestinità, ed è ancora un atto d’accusa durissimo al potere. La questione affrontata è la pena di morte (l’Iran è un dei paesi con più esecuzioni capitali al mondo, se ricordo bene subito dopo la Cina), ma vista attraverso le vite, le scelte, i dilemmi morali di un pugno di soldati incaricati di un’esecuzione. È lecito eseguire un ordine ingiusto e disumano? E quanto può costare dire di no? Qui c’è chi si ribella, come il contadino obiettore di coscienza verso la guerra nazista dell’ultimo Malick. Scandito in quattro capitoli sotterraneamente connessi in un gioco di rimbalzi spaziotemporali, There Is No Evil è un film vigoroso e di inaudita tempra morale che sa mescolare la denuncia politica a un andamento da melodramma alla Jia Zhangke. Bellissimo. Sarà distributo in Italia da Satine. Il mio voto: 8+

3) Rizi (Days)
di Tsai Ming-liang. Chance di vittoria: 15%.
Il gran maestro di Taiwan riappare con il suo film più bello da molti anni a questa parte. Più riflessivo e pacatamente zen dello straziante capolavoro dei primi anni Dieci Stray Dogs. Film non parlato, solo voci e rumori di fondo, in una trama di silenzi, gesti, movimenti (lenti), echi dal mondo di dentro e fuori. Un uomo e un ragazzo a Taipei di cui vediamo separatamente i minuscoli gesti quotidiani, la qualunquità che si fa resistenza umana in una metropoli al solito, come in ogni Tsai Ming-liang, degradata, piovosa, sozza, labirintica, zeppa di cibo, odori e luci sgargianti. Le traiettorie dei due si incroceranno e sarà breve incontro. Ma qualcosa nell’uno e nell’altro resterà. Il vertice del concorso. Ma Tsai è un maestro riconosciuto e già premiato, il che potrebbe penalizzarlo. Il mio voto: 9

4) First Cow di Kelly Reichardt. Chance di vittoria: 15%.
Come rivitalizzare il western e renderlo nostro contemporaneo. Nella Frontiera di fine Ottocento, tra trapper e cercatori d’oro, si incontrano due uomini. Il primo è un cuoco che sogna di aprire un risto-hotel nel West, il secondo un avventuriero cinese dal passato oscuro. Metteranno su casa insieme e, grazie al latte rubato nottetempo alla mucca di un vicino, impianteranno un piccolissimo business di frittelle. Ma il destino è in agguato, come già in un’altra coppia western di aspiranti imprenditori-capitalisti del cinema, I compari di Robert Altman. Reichardt unisce il massimo del rigore formale a un’abilità di storytelling che francamente non le si conosceva. Sarebbe un orso al femminile, e meritatissimo, mica per questioni politicalcorrette o di metooismi. Il mio voto: 8 e mezzo.

5) Undine (Ondina) di Christian Petzold. Chance di vittoria: 15%.
Sempre molto apprezzato alla Berlinale, mai premiato con l’Orso. Ce la farà stavolta Christian Petzold, l’esponente più conosciuto della Scuola di Berlino? Che con questo film va a riesumare una figura classica del romanticismo tedesco, la creatura dell’acqua Ondina che, forzando i limiti imposti alla sua natura, si innamora di uomini della terra. Storia successivamente rivisitata e riscritta nel 1939 dal drammaturgo francese Jean Giraudoux. Petzold fa a modo suo, immerge Undine nella Berlino di oggi, ne fa un’anima divisa tra due uomini, il solito stronzo sposato che sempre promette e mai mantiene e un onesto bravo ragazzo specializzato in manutenzioni subacque. Una storia d’acqua, di amore e di perdita molto, molto tedesca, e come sempre capita con i film di Petzold, abbastanza malcompresa dalla stampa italiana a Berlino. Il regista riesce nella difficile impresa di passare con naturalezza e senza goffaggini dal realismo al linguaggio mitico. Gran coppia protagonista: Paula Beer, come al solito bellissima, e Franz Rogowski. Il mio voto: tra il 7 e l’8.

6) DAU.Natasha di Ilya Khrzhanovsky e Jekaterina Oertel. Chance di vittoria: 10 per cento.
Il vero evento del concorso e, insieme a
Malmkrog di Puiu, di questa Berlinale. Si continuerà a parlare parecchio nei prossimi mesi di Dau. Natasha, il primo film ad arrivare sugli schermi di un progetto titanico e folle, e ovviamente maudit, del quarantenne russo Ilya Khrzhanovsky. DAU, come l’Istituto sovietico in cui negli anni Cinquanta e anche oltre parecchio si sperimentò segretamente in vista della creazione di un homo novus, si suppone comunista, di un umano diciamo così potenziato. Sono 15 anni che Khrzhanovsky ci lavora, ricostruendo in Ucraina il DAU con ossessiva aderenza al reale. Immaginando al suo interno storie di vari personaggi, costringendo gli attori a un realismo esasperato: vere sbornie e, si dice, scene di vero sesso (o sarà leggenda?). Mentre sto scrivendo al cinema Cubix è in corso lo screening del film di sei ore in cui il cineasta illustra il suo colossale progetto-sogno (o forse delirio?). Ho rinunciato, per problemi di tempo, alla visione. Ma questo DAU. Natasha, il primo dei film tratti dalle 700 ore girate, l’ho visto sì. E son rimasto folgorato, anche se non pienamente convinto. Responsabile di un bar presso il DAU, l’energica ma frustrata Natasha intrattiene con cibo e molto, molto alcol i suoi avventori, compreso uno scienziato francese con cui farà l’amore (scena di sesso non simulato). Finirà nella macchina repressiva poliziesca degli iuterrogatori, delle torture, delle minacce, dei ricatti, della delazione. Una delle molte storie viste in qusta Berlinale sul potere corruttore del socialismo realizzato sulle vite e le menti. Mirabile, anche per la forza rabbiosa con cui è girato. Ma resta un dubbio: come giudicare un film che è solo un frammento di un immane progetto, che è il primo di altri tredici (o sono quattordici)? Divisivo. Difficile che la giuria gli dia l’Orso d’oro, più probabile anzi certo un altro premio. Il mio voto: 8+

Possibili sorprese: The Woman Who Ran di Hong Sangsoo e Todos Os Mortos di Caetano Gotardo e Marco Dutra.

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