Berlinale 2020. Recensione del fim vincitore THERE IS NOT EVIL di Mohammad Rasoulof

There Is No Evil (Sheytan vojud nadarad) di Mohammad Rasoulof. Orso d’oro alla Berlinale 2020.
Arrivato per ultimo in concorso e subito schizzato in testa alla lista dei possibili Orsi. E difatti Orso d’oro è stato questa sera, dopo aver un bel po’ di premi collaterali e non ufficiali rastrellati nel pomeriggio. Orso meritato, per un film bello e importante, politicamente e civilmente impegnato ma senza prediche e didascalismi, anzi adottando una foma cinema ardita a concatenazioni e incastri. Opera di un regista iraniano che, dopo esserci conquistato stima e rispetto qualche anno fa a Un certain regard a Cannes con un energico film di denuncia dei misfatti del regime, I manoscritti non bruciano, è stato messo in quarantena professionale dal suddetto regime degli imam e impedito a girare. Come Panahi, più di Panahi. È tornato adesso, a Berlino, con questo There Is No Devil, realizzato in semiclandestinità, ed è ancora un atto d’accusa durissimo al potere. La questione affrontata stavolta da Rasoulof è la pena di morte (l’Iran è un dei paesi con più esecuzioni capitali al mondo, se ricordo bene subito dopo la Cina), ma vista attraverso le vite, le scelte, i dilemmi morali di un pugno di soldati incaricati di un’esecuzione. È lecito eseguire un ordine ingiusto e disumano? E quanto può costare dire di no? Qui c’è chi obbedisce e chi si ribella, come il contadino obiettore di coscienza verso la guerra nazista dell’ultimo Malick La vita nascosta. Scandito in quattro capitoli sotterraneamente connessi in un gioco di rimbalzi spaziotemporali, There Is No Evil è un film vigoroso e di inaudita tempra morale che sa mescolare la denuncia  a un andamento da melodramma alla Jia Zhangke. Sarà distributo in Italia da Satine. Dimenticavo: in uno dei momenti climax si sente Milva cantare Bella ciao nella versione originale delle mondine (incisione del 1971!). Voto 8+
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