Film stasera in tv: SPLIT di M. Night Shyamalan (martedì 3 marzo 2020)

Split di M. Night Shyamalan, canale 20, ore 21:11. Martedì 3 marzo 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.SplitSchermata 2017-01-31 alle 16.55.03Split, un fim di M. Night Shyamalan. Con James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley.
SplitGran ritorno del signor Sesto senso M. Night Shyamalan con un film che, partendo da un caso di multiple personalità, cita il glorioso genere psicanalitico holywoodiano (da Lo specchio scuro a Io ti salverò), per poi virare deciso verso il fantastico e il supernatural (come sempre in Shyamalan). Tour de force di James McAvoy che si sdoppia, anzi moltiplica, senza mai eccedere né sbracare. Voto 7 e mezzo
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Tutte le foto: Courtesy Universal Pictures

Tutte le foto: Courtesy Universal Pictures

Bel ritorno di Mister Sesto senso M. Night Shyamalan, che firma con questo Split un film multistrato, felicemente sospeso tra orrorifico ultrapop e sofisticato cinema iperconsapevole e citazionista. Perché in questa storia di un signore segnato dalla sindrome della personalità multipla (ne ingloba la bellezza di 23), sindrome che non avrà gran consistenza clinico-scientifica ma come innesco drammaturgico funziona alla meraviglia, ci soni echi precisissimi di tanto cinema glorioso del passato, in primis l’Hitchcock di Psycho e Io ti salverò. Di questo film con la coppia Bergman-Peck (e con gli incubi disegnati da Salvador Dalì) si riesuma il rapporto tra psicanalista e paziente che si fa spintae narrativa, con il medico della psiche a fungere da detective e indagatore non solo di anime turbate, e di deliri e ossessioni e compulsioni e perversioni, ma anche di oscuri misteri di sangue, di crudeltà e ammazzamenti. Che è poi un illustre genere che fiorì a Hollywood tra la fine degli anni Trenta e i primi Cinquanta, comprendendo oltre a Io ti salverò altri capolavorissimi come Lo specchio scuro di Robert Siodmak e Improvvisamente l’estate scorsa di Joseph Mankiewicz. Sono tutti film che adoro, ed è forse per le risonanze e affinità che ho ritrovato in Split che questo nuovo M. Night Shyamalan mi è piaciuto e mi ha convinto ben oltre le mie aspettative (che non erano altissime). Anche se qui siamo in un cinema della contemporaneità e della ipermodernità con nette differenze rispetto a quello della Golden Era hollywoodiana, differenze marcate soprattutto dalla parte finale di Split con il suo viraggio verso il supereroistico e il supernatural. Un côté peraltro assai à la Shyamalan, tale slittamento nel fantastico, tale deriva in altre dimensioni, che è il marchio di fabbrica e ricoscimento del regista dal tempi del Sesto senso.
Tre ragazze vengono rapite e poi tenute prigioniere nei sotterranei di quella che sembra essere una fabbrica dismessa, una centrale energetica obsoleta, tra ruggini e vapori e clangori assai steampunk da rovina industriale perfettamente adeguati a metaforizzare la rovina psichica del protagonista, l’enigmatico rapitore. Enigmatico perché racchiude in sé 23 diverse personalità, buone e cattive, arrendevoli e aggressive, e in conflitto tra loro per l’egemonia e il controllo su tutte le altre. Se l’identità con cui il protagonista si presenta al mondo là fuori è quella di Kevin, sgomitano in lui per farsi largo le malvage personalità di Dennis e Patricia (sicché il nostro si può esibire anche in un ruolo femminile alla Psycho: niente travestimenti però, gli bastano una pashmina e un accenno di rossetto per femminilizzarsi), mentre quella benevola e disponibile incarnata da Barry cerca di arginarle e reprimerle. Di tutto questo tramestio interiore veniamo a conoscenza attraverso le sedute terapeutiche del tenutario di multiple personalità con una psicanalista tra lo junghiano e il freudiano. Una signora assai acuta (è la migliore invenzione del film), la quale intuisce quello che alla polizia e alle altre autorità preposte all’ordine pubblico e al contenimento del crimine sfugge completamente, e che man mano, attraverso i suoi colloqui con il paziente Kevin/Barry, si avvicina alla decifrazione dell’enigma. Shyamalan è abilissimo nell’alternare occultamenti e disvelamenti, vere e false piste e a fare di una dissociazione, anzi esplosione, psichica una fonte di tensione e produzione narrativa. Chi prevarrà, la parte buona o cattiva? E le tre fanciulle riusciranno a salvarsi? Perché intanto si profila minacciosa e letale una ventiquattresima personalità, la Bestia, che tutte le sovrasta e le ingloba, con poteri terrificanti da super eroe del male (e qui si sentoni echi, anche per via di una trasparente citazione in sottofinale, di un classico del cinema fantastico come Il bacio della pantera di Jacques Tourneur e del remake che ne fece Paul Schrader, film evocati anche da Nicolas Winding Refn in The Neon Demon). Shyamalan gioca anche duro e pesante – col pubblico popcorn globale bisogna andar giù a colpi di scimitarra, mica di fioretto – , ma senza mai tradire il fondo nobile di un film che è un omaggio a tanto cinema della nostra vita. James McAvoy si ritrova per le mani un personaggio a molte facce che è il sogno di ogni attore. Difatti non si lascia sfuggire l’occasione, ed eccolo passare dal perfido Dennis al buono e modesto (e gay) Barry, alla satanica signorina Patricia all’innocente bambino Hedwig, in un tour de force in cui riesce a suggerirci ogni possibile variante senza sbracare e strafare. La più sveglia delle tre rapite ha la faccia antica, come fuori dal tempo, di Anya Taylor-Joy, un’attrice di cui si sentirà parlare parecchio e vista qualche mese fa nell’horror autoriale The Witch. Ma la migliore è Betty Buckley quale dottoressa Fletcher (che sia un omaggio alla Louise Fletcher di Qualcuno volò sul nido del cuculo?). Plurimi finali, e l’ultimo assai perturbante, di cui naturalmente niente si può rivelare (anche se il film l’hanno ormai visti in tanti, come dicono i 2 milioni di euro al box office italiano nel suo primo weekend e gli 80 incamerati in meno di due settimane a quello americano).

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