Il film imperdibile stasera in tv: IL CRATERE di Silvia Luzi e Luca Bellino (lunedì 9 marzo 2020, tv in chiaro)

Il cratere di Silvia Luzi e Luca Bellino, Rai 5, ore 21:52. Lunedì 9 marzo 2020.
C’è un cinema italiano asai indipendente, semisommerso, letteralmente underground, ai limiti dell’invisibilità. Eppure vitale, sempre più diffuso, unc inema che dal basso, anzi dal profondo, sta cambiando lentamente la stessa identità del nostro prodotto filmico. Il cratere, dell’anno 2017, presentato nello stesso anno alla Settimana della Critica di Venezia, ne è un esempio quasi paradigmatico. Un film ‘giovane’ che unisce all’osservazione neo-neorealistica e ipernaturalistica di ambienti derelitti un linguaggio visivo assai consapevole e mediato, che poco ha da spartire con il giovanottismo delle mdp impazzite e ipercinetiche e molto di più, inaspoettatamente, con le forme rarefatte di un Antonioni. In un combinato disposto raro nel nostro cinema indie-undergorund che fa di Cratere un caso a sé, difficilmente apparentabile. Anche se il mero dato narrativo e di contesto ambientale sembrerebbe inserirlo nella nuova onda napoletana tesa a scandagliare disagi e a restituire il turgore dramatico e melodrammatico di tante vite desolate e deviate in criminalità.
Come in Indivisibili di Edoardo De Angelis, Il vcratere (gran bel titolo, che rimanda all’epicentro simbolico di un’eruzione di forze e rabbie a lungo represse e dimenticate) si parla di aspiranti cantanti neomelodici e di famglie che quell’aspirazione cercano di capitalizzare in agognato, rapido salto sociale. La tredicenne Sharon accompagna il padre Rosario nella sua miseranda riffa nei mercati rionali, vedendo biglietti, sistemando i pupazzi in palio. Ma coltiva il sog no di divehtare una stella della scena neomelodica campana, spalleggiata anzi sospinta a coltivare ossessivamente il sogno dal padre-impresario. Siamo all’ennesima variazione sull’archetipo Bellissima, con un genitore che non esita a sfruttare quella figlia bella e ambiziosa. Si passa da una sgangherata tv locale all’altra tra improbabili talent vesuviani, da uno studio di incisione all’altro, ma il successo non si lascia mai agguantare davvero, mentre si rafforza sempre più l’ossessione di Rosario, convinto che solo da Sharon potrà arrivare la svilta dela sua, della loro, vita. Critica dello società dello spettacolo lumpenproletaria che si salda a quella dei corpi esposti in fiera, oferti all’occhio cannibale del pubblico, secondo una genealogia cinematografica che ci porta a Freaks di Todd Brwning, La donna scimmia di Ferreri, Veenre nera di Kéchiche. Con un finale elusivo, che affida alle vdeocamere, ai sistemi digitali di controllo, la missione forse impossibile di registrare la, il cosa-è-successo, e di restituircelo. Impossibile, perché il reale e il vero sono solo ombre sfuggenti su uno schermo (e anche qui non si può non pensare a Antonion, soprattutto a quello di Blow-up). Silvia Luzi e Luca Bellino usano i modi apparenti del neorealismo napoletano per andare parecchio in là nell’esplorazione delle forme cinema e per consegnarci quasi un saggio teorico sul cinema come depistaggio e ilusione, mescolando arditamente – in questo inserendosi in una tendenza forte degll’ultima decade – il documentaristico alla finzionalizzazione. A interpretare Sharon e Rosario sono Sharon Caroccia e Rosario Caroccia, figlia e padre nella vita. A suggerirci quanto siano labili anzi da tempo evaporati i confini tra reale e rappresentazione.

Questa voce è stata pubblicata in Container e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.