Un film da riscoprire stasera in tv: TI HO SPOSATO PER ALLEGRIA di Luciano Salce (martedì 17 marzo 2020, tv in chiaro)

Ti ho sposato per allegria di Luciano Salce (1967). Tratto dalla commedia di Natalia Ginzburg. Cine34, ore 22:53,  martedì 17 marzo 2020.
Anomalo film, di ardua classificazione e collocazione negli archivi del nostro cinema. Commedia, ma senza niente da spartire con quella detta all’italiana di quegli anni Sessanta dei Risi-Monicelli-Scola. Commedia più borghese che proletaria e sottoproletaria, tratta da un testo di Natalia Ginzburg che molto bene aveva funzionato a teatro grazie a un’Adriana Asti ai suoi vertici e a un Renzo Montagnani non ancora re del cinema bis e degli eroticarelli. Con alla regia Luciano Salce che dopo un paio d’anni – arriviamo al 1967 – decide di portarla in cinema con un cast di maggiore richiamo. E dunque ecco Monica Vitti post-Antonioni (che curiosamente però interpreta un personaggio di nome Giuliana, come la sua immortale eroina depressa di Deserto rosso) ma non ancora Ragazza-con-la-pistola e Giorgio Albertazzi, allora divo televisivo più che cinematografico. All’interno di un progetto che piega il testo della Ginzburg – lieve e intriso di una grazia rara nella scena italiana di allora – a un’operazione assai consapevolmente pop, outfit della protagonista e décor e interni disegnati secondo un’estetica allora trionfante ma non così comune nel nostro cinema, mi vengono in mente certo Bava fine Sessanta e La decima vittima di Elio Petri (e Vitti sembra in certi passaggi riproporre la sua stessa icona pop di Modesty Blaise). Un film bolla di sapone, fragile fino all’inconsistenza, come fatto d’aria, di parole che scorrono veloci e gaie in una lingua volutamente dimessa a mimare il banale quotidiano. Eppure Ginzburg, cui il film resta fedele nel testo più che nella messinscena, riesce nell’apparente nulla dei materiali narrativi a costruire personaggi solidi e eloquenti, soprattutto la protagonista, in grado di restituire tipologie, caratteri e antropologie del tempo, di quella Roma anni Sessanta divisa tra conservatorismi ultracattolici e gli ambienti opposti della bohème di via Margutta. Ma a incantare è il dialogo, uno small talk intorno a questioni minime anzi minimissime che finisce col risolversi in un arabescato marivaudage.
Eppure, in questo apparente nulla Ginzburg affronta senza la minima pesantezza questioni non di poco conto, le differenze clamorose di classe dell’Italia di allora (Giuliana è una povera provinciale a Roma che ricorda per certi versi la Sandrelli di Io la conoscevo bene), il divorzio, perfino l’aborto. Demitizzando, soprattutto, la convenzione dell’amore come passione. Ti ho sposata per allegria, dice l’avvocato Pietro a Giuliana, conosciuta a una festa solo un mese prima e diventata sua moglie con rito civile nel giro di due settimane. Non dicono di amarsi, anzi lo negano risolutamente. E Giuliana – col candore con cui si racconta e si mette a nudo nel corso dei tre atti (e del film) – ammette di aver detto sì alla proposta di matrimonio di Pietro per disperazione, per bisogno. Per soldi. Ginzburg senza darlo troppo a vedere smonta davanti ai nostro occhi il mito romantico, figuriamoci poi quello dell’amour fou, derubricandol’amore a casuale convergenza di interessi  e sentimenti minori e a bassa intensità. Come la simpatia. E l’allegria. Film forse datato. Ma in grado di rivelarci qualcosa di quel tempo, di quel cinema, di quell’Italia. Occhio a Maria Grazia Buccella, strepitosa quale servetta.

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