Film-capolavoro stanotte in tv: LO ZIO BOONMEE CHE SI RICORDA LE VITE PRECEDENTI di Apichatpong Weerasethakul (venerdì 20 marzo 2020, tv in chiaro)

Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, un film di Apichatpong Weerasethakul. Rai 3-Fuori Orario, ore 1:15, venerdì 20 marzo 2020. Da domani su RaiPlay.
Recensione scritta nell’agosto 2010.
Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul, con  Natthakarn Aphaiwonk, Sakda Kaewbuadee, Geerasak Kulhong. Thailandia 2010. Palma d’oro a Cannes 2010.
Nella foresta di Zio Boonmee succede di tutto, vita e oltre-vita si affiancano, l’umano trasmuta nell’animale e viceversa. Un film che è flusso di visioni mitologiche e fiabesche. Capolavoro senza se e senza ma. Voto 9
Nel giorno in cui si è annunciato il programma della Mostra di Venezia chissà perché mi è venuta voglia, forse per associazione-opposizione, di parlare di Cannes e del film che si è portato a casa tra molte polemiche l’ultima Palma d’oro, Lo zio Boonmee che si ricorda delle vite precedenti. Certo, quando a Cannes lo scorso a maggio hanno annunciato che il vincitore era un thailandese dall’impronunciabile nome di Apichatpong Weerasethakul, molti si sono arrabiati duri, e l’hanno pure poi scritto sui loro giornali e siti. Gli stessi che alla proiezione di Uncle Boonmee who can recall his past lives (il titolo inglese, con quel “può richiamare le sue vite passate”, ha qualche finezza in più rispetto a quello italiano) a un certo punto avevano mollato, sfiancati dall’insostenibile impenetrabilità del film di Weerasethakul a ogni logica razionale, nonché dalla sua programmatica antispettacolarità. Lo stesso è accaduto a Milano alla proiezione di ‘Cannes e dintorn’i cui ho assistito. Metà del pubblico se n’è andato prima della fine, degli altri che sono rimasti pochi erano quelli convinti, pochissimi gli entusiasti, molti i perplessi.
Eppure Uncle Boonmee non è ponderoso, chiede solo di mettere tra parentesi la ragione e di abbandonarsi al suo racconto, dopo di che scorre via senza intoppi. A suo modo è lieve, emozionante e qua e là anche divertente, non ha insomma la ferrigna pesantezza delle corazzate Potemkin. Ha un che di aereo, sottile, ondivago, fluttuante, con quel permutare continuo tra questa vita e l’oltre-vita, quei passaggi tra umano e naturale, tra animale e vegetale. Uncle Boonmee è cinema di flusso, una visione che si dipana di quadro in quadro che ha più a che fare col fiabesco e il mitologico che col realistico-razionale quotidiano. La storia è minima. Zio Boonmee è malato, con lui c’è una fedele badante che lo accudisce e lo aiuta nella dialisi senza cui morirebbe. Si è ritirato nella sua tenuta di campagna nel Nord della Thailandia, al limite della grande foresta. Segue i raccolti, i frutti che crescono sugli alberi, gusta in semplicità la vita che gli resta. Non è solo però. A tavola, una sera, ritorna il fantasma della moglie morta, che da allora non lo abbandonerà più e continuerà ad amarlo. Dalla foresta torna il figlio scomparso da tempo, e adesso mutato in scimmione gentile. Ma è tutta la foresta che sembra respirare, percorsa da presenze che si materializzano o svaniscono.
Zio Boonmme vede (sogna? immagina?) anche una principessa che col suo corteo si ferma ai bordi di un lago e dialogo con un pesce gatto, finché si lascia sedure da lui (il pesce gatto) e penetrare in una scena d’amore tra le più folli mai viste al cinema. Garantisco però che non si ride per niente, anzi la scena è una delle migliori del film e ha una naturalezza sorprendente. Ecco, da questo esempi forse si riesce a capire cosa sia il film del neoquarantenne Apichatpong Weerasethakul (il compleanno è stato il 16 luglio, happy birthday Apichatpong). Si capisce anche come a premiarlo sia stata una giuria presieduta da quel visionario che è Tim Burton, uno che di sicuro non si scompone di fronte a principesse che amoreggiano con i pesci.
Molti temi di Uncle Boonmee erano già presenti nel precedente lavoro di Weerasethakul, il meraviglioso Tropical Malady. L’ossessione per la foresta, luogo dedicato, come nello shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate, a ogni follia e magia, a ogni scambio tra umano e animale. In Tropical Malady c’era un uomo che scompariva e (forse) si faceva tigre, qua ci sono uomini che diventano scimmia e tornano a trovare, pietosi e devoti, il padre malato. Il cinema di Weerasethakul è mondo a parte, difficile accostargli altri nomi e titoli, è di un visionario che crede nei suoi sogni e perfino nella sua pazzia, come un bambino che chiami per nome i suoi amici immaginari e ci giochi senza volersi render conto della loro non-esistenza. È cinema profondamente differente, che potrebbe aprire nuovi varchi. Ma è troppo presto per dire se il pur bellissimo (e meritata Palma d’oro) Zio Boonmee si limiterà a essere il capolavoro di una sola stagione cinematografica. O segnerà una svolta nel fare cinema e nel guardarlo.

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