Film-capolavoro stanotte in tv: STRAY DOGS di Tsai Ming-liang (venerdì 20 marzo 2020, tv in chiaro)

Stray Dogs, un film di Tsai Ming-liang. Rai 3-Fuori Orario, ore 3:15, venerdì 20 marzo 2020. Anche su RaiPlay.
Recensione scritta a Venezia 2013 dopo la presentazione in concorso del film.
Stray Dogs (Jiaoyou), regia di Tsai Ming Liang. Con Lee Kang Sheng, Lu Yi Ching, Chen Shiang Chyi. Taiwan. Presentato in concorso.
Un uomo alla deriva con i due figli in una Taipei anticamera dell’apocalisse e dell’inferno, dove tutto è sporco, degradato e miserabile, dove una pioggia malsana non dà tregua. Un film-sudoku, che costringe lo spettatore a mettere faticosamente insieme i pezzi di una trama impazzita. Trama? Il regista ha detto in un’intervista di aver voluto piallare via ogni narrazione. Film comunque di potenza assoluta, disturbante e ipnotico, di una magnificenza visuale rara. Voto 9
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Quest’anno a Venezia han deciso di farci giocare al sudoku, con film rompicapo di cui si capisce poco o niente e dei quali tocca allo spettatore ricostruire faticosamente la storia, sempre che storia ci sia. Il tedesco La moglie del poliziotto, Under the Skin di Jonathan Glazer, adesso Stray Dogs di Tsai Ming-liang, autore taiwanese che adoro da almeno dieci anni e al quale tendo a perdonare tutto (gli amori son così). Ecco, caro Tsai Ming-liang – mai capito quale sia il nome e quale il cognome – ieri sera vedendo questo tuo ipnotico film di 138 minuti (centotrentotto) ho messo al lavoro tutti i miei neuroni per rintracciarvi una storia, una trama, un plot. Alla fine ero convinto di avercela fatta e di aver incastrato i frammenti del puzzle in un insieme coerente. Tutto mi sembrava tornasse, e invece stamattina leggo una tua intervista in cui dici che la trama non c’è, che ti sei voluto sbarazzare di ogni possibile coerenza di racconto e dei relativi vincoli, che hai voluto spingere fino al limite estremo il tuo cinema. Maledizione, dunque quello che mi era parso di capire era pura illusione. Quel che avrei dovuto capire da subito è che non c’è niente da capire. Ma in amore si perdona tutto, e allora dico, nonostante la trama-non trama: viva Tsai Ming-liang, viva questo film immenso. Si procede per blocchi, anche di dieci e più minuti, quasi tutti a camera fissa a inquadrare cose e persone. Blocchi che per una mezz’ora almeno appaiono scollegati tra loro, finché cominciamo faticosamente a riconoscere persone, a connettere qualche pezzo. Lo scenario è quello di una Taipei al massimo livello del degrado, straziata, ferita e straziante. Hsiao-Kang è un relitto, un uomo buttato ai margini o che si è buttato ai margini. Fa l’uomo sandwich pubblicizzando appartamenti in vendita, piscia dove capita, beve e beve e mangia grufolando. Ha due figli, un ragazzino e una bambina, che condividono quella vita sventurata, tutti e tre alloggiati in una baracca senz’acqua né luce. E intanto piove e piove, una pioggia cattiva che sporca, rovina cose e persone, non dà tregua, come peraltro assai spesso in Tsai Ming-liang (se ricordo bene, anche nel Fiume e in Il buco). Un edificio moderno già distrutto, magnificamente lurido e brutalizzato, percorso da rari esseri umani che vi pisciano, dan da mangiare a cani randagi, percorrono corridoi da incubo con passo lento, spariscono e riappaiono. L’altro mondo, opposto a quello del degrado, sono gli shopping center o gli enormi showroom dove Hsiao-Kang e i suoi figli si intrufolano per mangiare, rubacchiare, dormire. Appaiono delle donne: una signora che lavora in un supermercato e nota la bambina, ne intuisce la disgraziata situazione e forse si dà da fare per aiutarla. Forse. C’è la madre, la moglie di Hsiao-Kang, che poi se ne va, e la scena di lei col marito – camera fissa sui loro volti per quasi un quarto d’ora – lei che piange e lui devastato, è un pezzo di cinema che non si dimentica e che basterebbe da solo a fare la grandezza di Stray Dogs. Con abbondanti citazioni di Antonioni (il primo piano su Lucia Bosè in La signora senza camelie) e autocitazioni (il finale di Vive l’Amour! che fece vincere a Tsai Ming-liang il Leone d’oro nel 1994). Ma le sequenze magnifiche son tante, il padre che carica i figli sulla barca nella notte di tempesta, la donna ferma di fronte alla parete-affresco, la carrellata (è tra i pochi movimenti di macchina del film) lungo le pareti della casa segnata dall’alluvione, gli uomini e le donne-sandwich fermi a un incrocio. Scena di culto, Hsiao-Kang che divora il cavolo su cui la figlia aveva disegnato un volto di bambola dopo averlo baciato, e dopo aver avuto (mi pare) un orgasmo. Tsai Ming-liang si spinge fino al limite estremo di quella cosa chiamata cinema, sta a noi decidere se accompagnarlo nell’impresa o lasciar perdere. Se non l’ho messo al primo posto nella mia personale classifica, ma solo al terzo, è perché nonostante l’amore e la devozione qualche perplessità mi resta. No, non riguardo alla radicale antinarratività dell’operazione, piuttosto per l’evidente manierismo, anzi automanierismo che trasuda da ogni inquadratura, come l’umidità corrosiva che regna a Taipei. Automanierismo: come se Tsai Ming-liang si fosse blindato in una stanza chiusa, in una stanza degli specchi e avesse tagliato ogni ponte con l’esterno per inseguire i propri fantasmi. A momenti si ha l’impressione di essere, noi spettatori, una presenza non necessaria e perfino non richiesta e non voluta. In corsa per il Leone, naturalmente, anche se ritengo più probabile un premio speciale o qualcosa del genere. Certo Stray Dogs lascia parecchio indietro per radicalità e audacia il film che finora era apparso il più sperimentale di Venezia 70, La moglie del poliziotto, che al confonto di questo stinge fino all’evanescenza.

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