Il film imperdibile stanotte in tv: P’TIT QUINQUIN di Bruno Dumont (poi anche su RaiPlay) – sabato 4 aprile 2020

P’tit Quinquin di Bruno Dumont, Rai 3/Fuori Orario, ore 0:10 (206 minuti). Poi anche su RaiPlay: link

Alane Delhaye e Lucy Caron

Bernard Pruvost e Philippe Jore

Julien Bodard, Corentin Carpentier e Alane Delhaye

Sì, film, anche se questo manufatto audiovisivo si presenta ufficialmente come una miniserie in quattro puntate commissionata dall’assai cool rete franco-tedesca ARTE. Film. Allo stesso modo e secondo gli stessi criteri di valutazione con cui s’è unanimemente definito tale il Twin Peaks 3 di David Lynch. Cinema in purezza, per come P’tit Quinquin rifugge ogni idea e formato di serialità per puntare anzi al suo opposto, all’unicum, alla non replicabilità e non riproducibilità (tutt’al più si può parlare di autoriproducibilità). Anche, uno dei vertici del cinema degli anni Dieci. E un cinema che osa dire la propria diversità collocando il suo regista Bruno Dumont definitivamente nelle sfere superiori dell’autorialità. Quando P’tit Quinquin venne presentato a Cannes alla indipendente Quinzaine (che svista per il festivalissimo non averlo incluso nella propria selezione) si intuì subito come il suo regista avesse compiuto un salto formidabile. Dumont riesce qui a essere perfettamente sé stesso, con il suo senso del desolato paesaggio nord-francese, con la sua passione per i personaggi-freaks, e insieme a andare oltre sé stesso e il proprio precedente lavoro. Nella sua regione-feticcio, teatro di gran parte delle sue opere (fino alle ultimissime Jeannette e Jeanne d’Arc), il Pas de Calais, e in un tempo recente non identificato e come parallelo alla Storia, si agitano  personaggi stralunati e tarati nel corpo e nell’anima. Un trionfo lombrosiano in terra di Francia e nel suo cinema, il più signorile, colto e snob che ci sia. Una messinscena di deformazioni psicofisiche che riportano a certe comunità umane d’altri tempi separate dal mondo, chiuse e introflesse, replicatesi di generazione in (de)generazione attraverso rapporti endogamici e combinazioni incestuose. Facce insieme canagliesche e innocenti, affondate anzi scagliate in una detective story dove niente e nessuno somiglia a qualunque altro noir visto e conosciuto finora. Un cinema della consapevole mostrificazione in cui Dumont porta all’estremo e al punto di non ritorno il suo già noto senso per il bizzarro, il non omologato, il differente. Mescolando uno sguardo contemplativo e perfino mistico – mistico nel senso in cui lo è, per dire, il suo L’Humanité – a un voluto, esibito, tono plebeo-sgangherato, con parecchi prestiti che vanno dal cinema corporale comico-popolare (per stare in Francia: Louis De Funès) allo slapstick alla fissità deadpan di un Buster Keaton, in un esperimeno espressivo mai tentato prima. Al centro un ragazzino di un fattoria, P’tit Quinquin, i suoi familiari, gli amici, tutti in una qualche misura deragliati  e scostati rispetto alla linea mediana della presentabilità, e rispettabilità, sociale. Una serie di bizzarri delitti – si parte da un cadavere di donna trovato nella carcassa putrescente di una mucca – su cui indaga un commissario svagato con assistente tonto. Intanto il discolo Quinquin incuriosito assiste, partecipa e combina guai come un Gianburrasca in versione nord-francese. Preparatevi a un’esperienza spiazzante e feconda per come P’tit Quinquin costringe a fuoruscire dagli schemi assestati di visione e ricezione. Successo clamoroso presso il solito pubblico di nicchia fatto di cinefili coraggiosi, pochi ma in grado di stabilire valori e disvalori nel panorama del cinema globale (i Cahiers du Cinéma l’hanno collocato al terzo posto dei migliori film della decade). P’tit Quinquin è del 2014: a Locarno 2018 Bruno Dumont ha presentato l’atteso sequel, altre quattro puntate, dal titolo – sempre nel francesce popolare, puntuto e asprigno, del Pas de Calais – Coincoin et Les Z’Inhumains. Ritroviamo Quinquin cresciuto, ma più lunare e adorabile che mai, e torna la coppia scemo e più scemo dei poliziotti indagatori. Stavolta il mistero da chiarire sono certe enormi deiezioni bovine piovute incongruamente dal cielo. Film sempre stratosferico, ma, ovvio, meno esplosivamente nuovo della piccola serie fondatrice.

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