Film da non perdere stasera in tv: BORG McENROE (poi anche su RaiPlay) – domenica 5 aprile 2020

Borg McEnroe di Janus Metz Pedersen, Rai 3, ore 21:20. Domenica 5 arile 2020. Poi anche su RaiPlay.
Non è, come parrebbe al primo sguardo, il solito racconto di sfide tra campionissimi, di duelli sportivi leggendari, tipo i pur pregevoli Rush di Ron Howard (James Hunt contro Niki Lauda) o il recente Ford v Ferrari. Sì, scendono in campo in questo film a combattersi, su erba, due colossi del tennis come Björn Borg e John McEnroe, ma il focus, benché benissimo dissimulato dagli autori, si colloca altrove, non nella furia agonistica, non nel supremo scontro tra maschi alfa, ma nei pesi psicologici, nelle ferite in corpo e anima, nei costi esistenziali che fanno di un campione un campione. Il lato oscuro della gloria sportiva. E lo scontro ultimo – in questo caso il leggendario finale di Wimbledon 1980 che il giorno 5 di luglio oppose lo svedese disciplinato all’americano tutto estro e bizzarria – se mai diventa l’ordalia, assoluzione o condanna per chi ha messo in gioco se stesso e anche di più, e ha osato sfidare gli dei per diventare oltreumano.
Titolo ingannevole. Perché poi il protagonista di questo film è uno solo, è Björn Borg, di cui si indaga e ricostruisce il tragitto lungo che l’ha portato a quel Wimbledon, alla sua quinta finale del torneo massimo (dopo averne vinte quattro). Borg, del quale non si tacciono i problemi, le nevrosi, le ossessioni, le fobie, le incrinature profonde. Passato alla storia e al mito come una sorta di muscolare taglialegna scandinavo prestato al tennis con racchetta e pallina al posto dell’ascia, come un implacabile robot vichingo in grado di annientare con la sua forza selvaggia ogni avversario, Borg era invece, come vien fuori da questo film, un groviglio di contraddizione e tensioni, una forza pronta a deflagrare contro il nemico su terra battuta ma anche contro se stesso e chi gli stava vicino. L’infanzia è quella di un ragazzino che ossessivamente si dedica alla racchetta, in rotta con il mondo, a perenne disagio con quanto sta fuori di sé. Diventerà una promessa, un campione precoce, ma si scontrerà con i vertici della federazione sportiva, incapace di gestire il suo talento. Sarà un trainer a capirne le potenzialità, a fargli da mentore, a vegliare su di lui e a stabilizzarlo emotivamente, almeno quel tanto che gli consentirà di arrivare ai risultati che sappiamo. Borg McEnroe distrugge dall’interno il cliché dello svedese incapace di emozioni, del terminator teso alla pura distruzione dei propri avversari, del tennista programmato in laboratorio in cui la tecnica e l’invenzione scompaiono per lasciare il posto alla pura volontà di potenza fisica. Altro che campione glaciale. Borg – come si diceva ai tempi della Dolce vita della sua conterranea Anita Ekberg – è ghiaccio bollente pronto a eruttare la propria rabbia. Che magnifico rittratto di un campione, senza condiscendenze e senza fare sconti, senza reverenze alla ‘gloria nazionale’, fuori di ogni retorica celebrativa. Anche, che magnifico ritratto di una virilità complicata, come ogni tipo di virilità peraltro, di un maschio alfa da giovane che deve trovare attraverso una ferrea disciplina autoimposta il modo di governare il Sé distruttivo. Uno dei pochi racconti cinematografici degli ultimi anni che osi confrontarsi col tema oggi pressoché tabù della costruzione di un uomo, di un vir. Oggi, che ogni virilità viene immediatamente definita tossica e aditata al ludibrio. McEnroe? Più che il deuteragonista, in questo film (del 2017; produzione in maggioranza svedese, diretta da un danese, buonissimo successo in tutta Europa e negli Stati Uniti) è l’Avversario con il compito di stanare l’Eroe, di metterlo alla prova e mostrarne luci e ombre, anzi luci e tenebre. Interpreti eccellenti. Sverrir Gudnason è un Borg introverso, incredibilmete somigliante all’originale. Shia LaBeouf, in una delle sue performance istrioniche, è un altrettanto perfetto John McEnroe. A interpretare il Borg ragazzino c’è suo figlio, convincente e credibile. Un film che coniuga il racconto sportivo a introspezioni e scandagli davvero – non ce la faccio a evitare il cliché – bergmaniani. Dopo questo un altro film, uno dei docu più belli degli anni Dieci, tornerà nel 2018 a raccontare il tennis, stavolta indagando solo la figura e le imprese di John McEnroe, il francese L’impero della perfezione di Julien Faraut. Se vi capita, non perdetevelo.

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