Film stasera in tv: LA PELLE DELL’ORSO di Marco Segato (martedì 6 aprile 2020, tv in chiaro)

La pelle dell’orso di Marco Segato, Rai 5, ore 22:12. Anche su RaiPlay.
Quei film italiani di nuova generazione, poveri di mezzi ma con dentro idee e visioni, semisommersi, al limite della clandestinità, che stanno ridisegnando silenziosamente il panorama del nostro fare (e vedere) cinema. Rai 5 da un po’ li sta recuperando e mettendo in mostra in una meritoria rassegna chiamata Nuovo Cinema Italia. Stasera tocca a La pelle dell’orso, anno 2016, opera prima di narrazione del già documentarista Marco Segato. Un cinema austero, scabro, ligneo, di lentezze contemplative, da sempre poco praticato dalle nostre parti, anche poco compatibile linguisticamente con il nostro sistema di produzione-comunicazione audiovisuale romanocentrico. Cinema di altri paesaggi, altre facce, altri suoni e voci. Siamo nel Nord-est, area Dolomiti, ma di Dolomiti aspre e selvatiche non quelle carucce e levigate da stazioni alpine international e olimpiche, in un mondo separato di fatica di vivere, fame, lavori duri di muscoli e sudore. E siamo in un tempo sospeso del quale il regista non ci fornisce segni certi di datazione, ma che somiglia parecchio agli anni Cinquanta-inizio Sessanta prima del benessere diffuso e del turismo massificato .
Tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Matteo Righetto, interpretato e co-sceneggiato da un attore-autore che del nostro Nord-est ha sempre indagato i lati oscuri, Marco Paolini, La pelle dell’orso si muove tra minuzioso realismo, fino a sfiorare il naturalismo e il cinema etnografico-antropologico, e pudiche accensioni visionarie, slittamenti nell’onirico se non nel fantastico. Con una belva che incombe minacciosa pur nella sua invisibilità in ogni scena, il Grande Orso che tutti evocano e temono, pronto a fare vittime e a lasciare il suo segno sulla piccola comunità all’ombra della montagna (e si pensa qua e là al visionario, ossessivo Monte di Amir Naderi). È qui che si muove l’escluso Pietro, tornato al paese dopo una detenzione in carcere, forse implicato nella morte mai chiarita della moglie. Un uomo rabbioso, ai confini dell’animalesco, duro nei confronti del figlio quattordicenne Domenico, cui lo lega-separa un rapporto cupamente edipico. Per riscattarsi dalla miseria e dal suo stato di reietto sigla un patto con il padrone della cava: andrà a caccia dell’orso. Se lo ucciderà verrà premiato con una forte somma, se non ce la farà lavorerà nella cava senza paga, da schiavo, per un anno. Parte la sfida al mostro, nella quale anche Domenico verrà coinvolto (e sarà, ovvio, racconto di formazione). Lotta per la sopravvivenza in un’Italia arcaica che oggi fatichiamo a riconoscere come nostro passato. Quello di Marco Segato è un racconto volutamente anacronistico, affondato nel tempo del mito, del racconto popolare, della fiaba crudele. Echi della narrativa di Mario Rigoni Stern e del cinema di Ermanno Olmi. Affinità, nell’evocazione di un microcosmo immobile e feroce del nostro Nord-est, con un altro film notevole (visualità potente ma qualche fragilità narrativa) di questi ultimi anni, Menocchio di Alberto Fasulo.

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