Un cult-movie assoluto stasera in tv: JESUS CHRIST SUPERSTAR (venerdì 10 aprile 2020, tv in chiaro)

Jesus Christ Superstar di Norman Jewison, Rete 4, ore 0:31. Venerdì 10 aprile 2020.
Datatissimo ma fragrante tuttora, con quell’odore di tarda Swinging London capellona e libertaria-goduriosa che si porta dietro, di hippismo e frikkettonismo così adorabilmente Sixties/early Seventies. Sì, certo, è Gesù Cristo raccontato in musical (ed è l’esordio nel settore del signor Andrew Lloyd Webber), è la modernizzazione-giovanilizzazione secondo i canoni della pop culture di allora della grande-storia-che-ha-cambiato-il-mondo, ma è soprattutto una delle opere manifesto dell’antiautoritarismo e ribellismo di massa di una stagione irripetibile della nostra vita. Gesù è pacifico e pacifista, lui e gli apostoli sembrano una comune libertaria, lui stesso prova palpiti e slanci molto umani e di una qualche carnalità verso Maddalena (o meglio, è lei a provarli, in una scena-canzone indimenticabile). Perché allora la rivoluzione era (anche) sessuale o non era. L’operazione è, palesemente, quella di riduzione all’umano della figura di Gesù, in un’ansia di de-sacralizzazione che in quei momenti sembrava assai progressiva e che oggi si rivela solo ingenua e piccina. La musica di Lloyd Webber ha comunque poco a che spartire con quella della scena londinese del tempo se non assai superficialmente, è davvero più operistica e operettistica sulla scia dela tradizione britannica di Gilbert and Sullivan, ariosa, furba, melodizzante, piacionissima e irresistibile. Non ce n’è, ancora si continuano a cantarne i pezzi, di questo Jesus Christ Superstar, e si continuerà. Nato prima come lavoro discografico, poi approdato a teatro, poi nel 1973 (un filo in ritardo bisogna dire) al cinema per la regia dell’americano e onestissimo mestierante Norman Jewison, uno che davvero poco c’entrava con il clima, la temperie culturale e sottoculturale che in Inghilterra aveva generato quel musical, mica era Richard Lester, il regista dei Beatles-movies. Ma incredibilmente l’hollywoodizzazione funzionò, e il film è bello e godibile ancora oggi. Se ne apprezzano certe finezze come il fatto che la vicenda sia rappresentata da una compagnia itinerante di teatranti hippie, con rispecchiamenti tra dentro e fuori scena, e soprattutto la profetica intuizione di Cristo come star popolare, prefigurazione della società dello spettacolo che ci avrebbe ingoiato di lì a poco, e ancora ci divora. I tre attori-cantanti protagonisti (Ted Neeley/Gesù, Yvonne Elliman/Maddalena, Barry Dennen/Poinzio Pilato) son stati riesumati un paio di mesi fa da Massimo Piparo per una messinscena italiana di JSC, e chi li ha visti, ormai ultrassessantenni, se ne dichiara entusiasta.

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