Il film imperdibile stasera in tv: SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA di Marco Bellocchio (mart. 14 aprile 2020, tv in chiaro)

Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (1972), Cine34, ore 21.10. Martedì 14 aprile 2020.
Non so a rivederlo oggi, non so se si possa ancora dirlo un gran film, non saprei dire nemmeno se rappresenti una tappa fondamentale nell’itinerario del suo regista, Marco Bellocchio, ma di sicuro Sbatti il mostro in prima pagina è uno di quei lavori che si portano dietro più che il profumo odori e afrori del suo tempo. Una dei cinemanufatti che meglio rappresentano e sanno restituire il clima peculiare, irripetibile, intossicato da ideologismi e fanatismi e oscure manovra nell’alto e nel profondo del corpo sociale, avvelenato da complotti veri e complottismi paranoici, di quei primi anni Settanta, dell’immediatio post-Sessantotto. Soprattutto, delpost-Piazza Fontana, un trauma che segnò e trasformò la stessa psiche collettiva del paese. Se ricordo bene, ma potrei sbagliarmi, la locuzione Sbatti il mostro in prima pagina, da allora entrata in ogni esecrazione e indignazione nei confronti delle malefeatte della stampa ‘serva del potere’ e mai più uscita (ancora oggi rispunta nelle cronache e nei commenti social), non nacque con questo film ma fu ripresa per l’occasione dagli sceneggiatori – Sergio Donati e, ebbene sì, Goffredo Fofi, e già questi fa culto – dalle campagne della sinistra extraparlamentare. Campagne contro l’uso e l’abuso da parte di molta stampa, anzi per la fabbricazione vera e propria di capri espiatori poi rivelatisi innocenti come Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Sbatti il mostro in prima pagina, per dire di che stoffa ossequiosa e prona ai poteri fossero fatti i media di allora, giornali e tv, adusi a intorbidare le acque e costruire falsi colpevoli per coprire ben altre ocure manovre (di servizi segretio deviati, di gruopoi di estrema destra ecc.). Tutta questa costellazione sociale, storica, anche antropologica, questa nebulosa di sospetti e veleni, precipita esemplarmente – precipita nel senso chimico, intendo – in questo film dell’anno 1972. Con la sua storia esemplarissima di un caporedattore di un quotidiano di destra borghese chiamato Il Giornale (no, quello montanelliano ancora non esisteva, sarebbe nato qualche anno dopo) che, trovatosi ad affrontare in cronaca l’assassinio di una ragazza, addita come respinsabile uno studente ovviamente della sinistra extraparamnetare. Allo scopo, chiaro, di influenzare l’opinione pubblica e spostarla a destra. Come vedete, un esplicito film di denuncia, più un apologo dimostrativo che un racconto (e però, anche Brecht costruiva storie a tesi, ma era così able da renderle avvincenti e convincenti,non solo manifesti ideologici). Schematico, semplificatorio, con qualche affinità con il precedente Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, con cui divide il protagonista-mattatore Gianmaria Volontè  ma di cui non raggiunge l’altitudine espressiva e stilistica. E però sempre di un film di Bellocchio si tratta, la sua prima volta nel cimentarsi con un cinema certo assa coerente con la sua militanza e visione polituca (non so se a quel tempo già si fosse avvicinato a Servire il popolo e al marxismo-leninismo, ovvero maoismo), ma di sicuro più aperto e comunicativo, più accessibile e diretto a un pubblico più largo dei suoi lavori precedenti, I ougni in tasca, La Cina è vicina, Nel nome del padre. Guardare oggi Sbatti il mostro in prima pagina nin solo per come rivela e fa riemergere quei tribolatissimi primi anni Settanta, ma per scorgere dietro a un lavoro su commissione (Bellocchio ereditò il film dopo che Sergio Donati riunciò a dirigerlo si dice per screzi con Volontè: sarà vero?) i segni inequivocabili del suo autore, del bellocchismo, di quell’impastare attraverso la macchina cinema la Storia e il Sociale alle derive psichiche, ai deliri, ai tormenti della carne e della sessualità repressa. Gran cast, con un attore molto Seventies come Fabio Garriba quale stidente ingiustamente additato al pubblico ludibrio, la sempre enorme Laura Betti, il sempre luciferino John Steiner. Tra i credits il nome di Silvia Kramar. Che sia la stessa Kramar poi corrispondente da New York del Giornale, ma quello vero, quello di Mointanelli? Il film non ebbe il sucesso che ci si aspettava e finì negli archivi in attesa di rivalutazione e riscoperta. Occhio ai documenti d’apertura, con quelle riprese di una manifestazione a Milano della maggioranza silenziosa – un movimento d’opinione anticomunista – con tanto di speech di un giovane Ignazio La Russa.
Primo film di una serata su Cine34 dedicata a Gian Maria Volontè. Seguirà difatti alle 22:48 La classe operaia va in paradiso.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.