Film stasera in tv: BEN-HUR (il remake di Timur Bekmambetov) – martedì 14 aprile 2020, tv in chiaro

Ben-Hur, il remake di Timur Bekmambetov (2016), Tv8, ore 21:25. Martedì 14 aprile 2020.
CybernaturalBen-Hur, un film di Timur Bekmambetov. Con Jack Huston, Tony Kebbel, Morgan Freeman, Nazanin Boniadi, Rodrigo Santoro, Francesco Scianna.
10348647_1710648329156539_6677000855901128284_oNon così orrendo come lo hanno dipinto i suoi molti antipatizzanti. Però modesto, depotenziato, piccolo-piccolo rispetto al precedente mitico Ben-Hur con Charlton Heston di cui è un remake a scartamento ridotto. Un film qualsiasi che spreca una storia sempre grande. Voto 5+
CybernaturalMa perché rifare, e rifare con questa modestia di intenzioni e di risultati, e giocando al ribasso, un colosso della storia del cinema? Intendo, quel Ben-Hur firmato da William Wyler (con, si dice, il fondamentale contributo di Sergio Leone nella sequenza lughissima della corsa delle bighe) che si portò a casa undici Oscar e uno dei più alti incassi di sempre. Mattatore un Charlton Heston al suo secondo clamoroso peplum con risvolti di edificazione religiosa dopo I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille, e stavolta ancora più eroico, ancora più muscolare, ancora più denudato (gambe e pettorali e bicipiti orgogliosamente esibiti), fino a diventare un sex symbol neanche così casto per le platee oratoriali e parrocchiali di quel tempo. Le quali, con l’alibi del film cristianamente corretto, se lo potevano mangiare con gli occhi senza sensi di colpa (si era nel 1959 e negli immediati anni successivi, visto che il ciclo di sfruttamento dalle prime alle ultime visioni era una cosa di lunga durata, mica come adesso). Quel Ben-Hur resta uno dei monumenti del cinema popolare, un vertice della Hollywood padrona dei nostri sogni e incubi. Ma perché la mala idea di andarlo a remakizzare a scartamento ridotto? Oltretutto in un momento in cui il peplum, nonostante le periodiche rispolverate date al genere a partire da Il gladiatore di Ridley Scott, non funziona mica così tanto, anche per via di un pubblico popcorniano aduso ai supereroi e assolutamente a secco di ogni minima nozione su storia romana ed ebraica (confusa probabilmente con un qualsiasi fantasy). Facile sparare su questo Ben-Hur, e difatti si è sparato parecchio anzi bombardato da parte della critica di questa e dell’altra parte dell’Atlantico. E però, diciamolo, da buttar via proprio non è. Lo si segue abbastanza volentieri, la storia funziona sempre abbastanza bene, nonostante qualche scostamento non da poco rispetto al film di Wyler. Insomma, non così orrendo come lo si è dipinto, e però – questo il vero limite – povero, minuscolo, modesto, qualsiasi. Depotenziato. Con attori decorosi, ma privi di ogni magnetismo e fascino e potere sulle platee, soprattutto Jack Huston che è un Ben-Hur corretto quanto anonimo, mentre è un po’ meglio Tony Kebbel che al buono-e-poi-cattivo Messala qualche fremito, e un po’ di carne e sangue, riesce a conferirli. Il guaio è che, anche senza volerlo, e anche se non è mica tanto giusto, non si riesce proprio a fare a meno di paragonarlo, dalla prima all’ultima scena, con il monumentale precedente, ed è un confronto schiacciante. Là eravamo nella grandeur massima di Hollywood, dentro a un film in cui ogni inquadratura ci restituiva il senso di un cinema bigger than life, qui siamo in un prodotto qualsiasi da pronto consumo televisivo, senza altra ambizione se non quella di fare un po’ di soldi (missione peraltro non riuscita, essendosi Ben-Hur rivelato uno dei peggio flop del 2016). Là masse vere, quelle che la Cinecittà-Hollywood sul Tevere, dove fu girato il film di Wyler, riusciva a convogliare sui set, qui robucce tirate via con le truccherie del CGI.
Ben-Hur e Messala son due giovanotti che più che amici son quasi fratelli, essendo cresciuti nella stessa casa di Gerusalemme. Il primo è il rampollo di un’agiata famiglia della Giudea sotto occupazione romana, il secondo un romano vero, abbandonato bambino (ma perché a Gerusalemme?) con addosso il marchio infamante di essere il figlio di uno dei congiurati contro Cesare, e raccolto, allevato e adottato dagli Hur. Intanto la Giudea è sempre più agitata dalla guerriglia degli indipendentisti zeloti, patrioti ebrei in lotta contro l’invasore-opppressore (e mi pare che in questo film si calchi la mano sul contesto politico assai più che nel precedente, con qualche strizzata d’occhio al cliché, non privo di una qualche verità storica, della Giudea-terra-eternamente-tribolata-e-contesa). I due crescono come fratelli volendosi un mondo di bene, ma ci penserà la dura legge della realtà e della storia a separarli, e riportare ciascuno alla propria irrinunciabile appartenenza etnica, religiosa, culturale. Succede che disgraziatamente il troppo buono Ben-Hur raccolga in casa uno zelota ferito. Quando mai. Sarà lui a metterlo nei guai allorquando, durante l’ingresso a Gerusalemme del nuovo governatore Ponzio Pilato, lancerà una freccia fatale contro l’occupante. Scatta l’immediata ritorsione, in puro stile nazi-movie, con i legionari romani quali perfidissime SS dell’antichità. Messala, schierato ormai senza più dubbi con la sua gente, diventerà il nemico acerrimo degli Hur. La loro casa verrà invasa ed espropriata, Ben-Hur fatto schiavo e condannato ai remi nelle galere romane, la famiglia dispersa. Il resto lo si sa, trattandosi di una delle storie più note ai pubblici globali da oltre mezzo secolo a questa parte. Dunque, andando velocissimi: Ben-Hur dopo una battaglia in mare ce la farà a liberarsi dal gioco della galera e a salvarsi. Diventerà il protegé di un mercante beduino appassionato di corse di cavalli e avrà la grande occasione del riscatto in una sfida a Messala nel circo delle bighe. Un’ordalia, un giudizio di Dio in cui Ben e Messala si giocheranno tutto, compresa la vita. Ora, della grandeur della versione di Wyler resta poco o niente. Gran parte del film è stato girato a Matera, tra i panorami bruciati dei Sassi e dintorni, Sassi che si fingono una Gerusalemme assolata e calcinata  (la scelta della location presumo sia dovuto all’impossibilità per le produzioni americane di girare ormai in Nord Africa, viste le infiltrazioni jihadiste nell’area, e dunque ecco che Matera di colpo ridiventa attrattiva offrendosi come perfetta sostituzione delle lande riarse del mondo arabo). Solo che il regista, il russo Timur Bekmambetov, non è mica il Pasolini di Il Vangelo secondo Matteo, il grande scopritore delle potenzialità in cinema del materano, non ha di suo alcuna sensibilità per quello sfondo scabro e scavato, non ne fa un elemento estetico e narrativo distintivo, solo il contenitore troppo povero e dimesso per un film che vuol essere grande e grosso. Quel corteo di Ponzo Pilato tra le straducce e i sentieri da capre stringe il cuore, dando l’esatto misura della reductio al minimo di questo Ben-Hur rispetto all’enormità, in ogni senso, dell’originale. Sicché quando si arriva alla corsa delle bighe, pur con il (o forse per il) ricorso ai magheggi digitali, sembra di piombare in una sfida da cortile. Non bastasse, Timur Bekmambetov ha la pessima idea di eliminare le mitologiche lame assassine sulle ruote della biga di Messala, una delle invenzioni più impressionanti di sempre del cinema popolare, dando il colpo di grazia al film. Molti i cambiamenti rispetto a Wyler. Piallata via tutta la parte che si svolgeva a Roma, nei suoi lussi e nelle sue pompe: stavolta Ben-Hur non salva il console, non viene da luini portato nella capitale dell’Impero, ma più modestamente salva solo se stesso finendo naufrago su una spiaggia della Giudea. La grande scena da paura della fossa dei lebbrosi qui è ridotta a una robuccia da horror di serie Z. E soprattutto cambia la fine di Messala dopo la sconfitta nella corsa delle bighe.Oltre ad accentuare il lato ribellistico degli zeloti, si dà anche più rilievo alla figura di Cristo, con la moglie di Ben-Hur convertita al nuovo culto (mentre non mi pare fosse così nella versione di Wyler). Segno che questo, come altre produzioni recenti (vedi Risorto), è un film rivolto in primis alle platee fondamentaliste cristiane del Nord America e a quelle non così fondamentaliste del resto del mondo. In tanta modestia di risultati, sono almeno da sottolinere alcuni ghiotti momenti di massima kitscheria, come l’apparizione di Morgan Freeman quale mercante beduino con una delle più folli e imbarazzanti capigliature viste ultimamente al cinema, o come l’improvviso e impreviso irrompere di un Francesco Scianna dal cipiglio assai mediorientale quale figlio del suddetto mercante. Dei sottotesti omoerotici tra il Messala di Stephen Boyd e il Ben-Hur di Charlton Heston (mica per niente alla sceneggiatura allora c’era Gore Vidal) qui non è rimasto niente, e anche questo è un peccato, una spezia in meno nel piatto. Timur Bekmambetov, preoccupato solo di imprimere un ritmo action all’antica storia, trascura altri elementi su cui avrebbe potuto utilmente lavorare. Come il tema del dissidio etnico, o se volete dello scontro di civiltà, che sta sotto all’amicizia-inimicizia tra i due maschi alfa del film. Ma tranquilli, il finale mette d’accordo tutti, ed è assai più mieloso e conciliatorio di quello del vecchio Ben-Hur.

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