Film stasera in tv: TORNERANNO I PRATI di Ermanno Olmi (merc. 15 aprile 2020, tv in chiaro)

Torneranno i prati di Ermanno Olmi, Rai Movie, ore 0:00. Mercoledì 15 aprile 2020.
Recensione scritta nel 2014, all’uscita in sala del film.
Torneranno i prati, un film di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni.
foto-torneranno-i-prati-1-lowOlmi torna al cinema con un film sulla prima guerra mondiale vista attraverso un pugno di soldati stretti in una trincea-avamposto d’alta quota. Fame, freddo, malattie. Intorno solo il bianco della neve. Ordini assurdi e criminali degli alti comandi. Se il senso di Olmi per i paesaggi alpini sa darci momenti folgoranti, il resto della narrazione non si sottrae al già visto e sentito.

Ermanno Olmi è un grande di quelli veri, ed è superfluo ricordare i suoi meriti e tutto quello che di bello e anche meraviglioso ci ha dato. Però si potrà dire che questo suo Torneranno i prati è una delusione?
Sono cent’anni che è scoppiata la grande guerra (anche se l’Italia, val la pena sottolinearlo, ci entra un anno dopo, nel 1915) e il cinema partecipa e dà il suo contributo alla rievocazione. Anche Olmi lo fa, portandoci con Torneranno i prati nel 1917 in un trincea d’alta montagna da una qualche parte del fronte italiano nord-orientale, in un avamposto oltre il quale sembra esserci solo il niente e invece, nascosto nella neve o tra gli abeti o in qualche anfratto, ci sta il nemico. Che spara, lancia granate o, peggio, colpi di mortaio. Invisibile e letale. La solitudine del pugno di soldati scagliati in quel vuoto mortifero, il silenzio teso pronto a vibrare in uno scoppio, il nero della notte illuminato dai bengala. Ecco, quando il film ci racconta questo, quando ci restituisce la sospensione e l’attesa, è semplicemente magnifico. Ma sono passaggi soltanto, purtroppo. Non ce la fa convincere invece quando la narrazione si sposta all’interno della trincea. I soldati che parlano lingue così diverse, venuti da ogni parte d’Italia e non ancora nazione, e forzatamente costretti a diventarlo sotto l’urto della guerra. Gli ordini insensati degli alti comandi. Le malattie, il freddo, la fame, gli stenti che ammazzano come e più degli austriaci. Il rito della distribuzioine della posta. I ricordi della casa, del paese, degli affetti lasciati. C’è tutto questo, nel film di Olmi, e però molto si era già visto anche in film come Orizzonti di gloria di Kubrick o Uomini contro di Francesco Rosi, e stavolta si ha l’impressione di un modello riapplicato e replicato senza troppe variazioni. Un maggiore in visita (è Claudio Santamaria), un tenente disilluso e febbricitante, un tenentino di fresca nomina che di lì a poco sarà costretto, pur nella sua inesperienza, a prendere il comando di quegli uomini. Questa la scena, questi i personaggi di Torneranno i prati. Arriva l’ordine criminale e insensato da parte degli alti comandi di impossessarsi di una roccia distante pochi metri dalla trincea per installarci un nuovo collegamento telefonico. Solo che là nella neve ci sono i cecchini, e  quando i militari buttati allo sbaraglio escono dalla trincea vengono fulminati. Finché uno, pur di non sottostare a quell’ordine, si uccide sparandosi alla gola. Episodio tratto dal racconto La paura di Federico De Roberto il quale, curiosamente, ha ispirato anche il frammento italiano, quello diretto da Leonardo Di Costanzo, del film collettivo – con registi da ogni parte d’Europa – Les ponts de Sarajevo presentato lo scorso maggio fuori concorso al Festival di Cannes. Mi chiedo: era proprio il caso? Che vedendomi quella sequenza in Olmi ho fatto un sobbalzo e ho pensato a una coincidenza, solo che i credits finali rinviano a De Roberto, e dunque non ci sono dubbi, è proprio quella la fonte, come per Di Costanzo. Anche se bisogna dire che Olmi aggiunge altro e di suo, pescando anche dalle memorie di famiglia, dai racconti del padre che la ’15-18 l’aveva fatta.
Naturalmente la narrativa adottata è quella dominante e consolidata della guerra come macchina omicida mossa dai potenti ai danni delle masse usate come carne da macello. Tutto vero. Però trattasi di una narrativa ormai logorata dal troppo uso e così carica di retorica da non incidere più sulle nostre coscienze, rischiando paradossalemnte di assopirle anziché ridestarle. Una sacrosanta verità ridotta a idée reçue, a luogo comune, a cliché e come depotenziata e resa stanca liturgia. Sichhé i personaggi di questo film non ce la fanno mai a assumere vita propria finendo con il somigliare a manichini portatori di messaggi e intenzioni didascaliche, se non addirittura predicatorie ed edificanti. Purtroppo il linguaggio adottato, che vorrebbe mimare la realtà e riprodurre fedelmente i modi verbali del popolo, suona improbabile e artificioso, e non ci vengono risparmiate sentenziosità. Ma il vero punto di fragilità dell’operazione è che un racconto forte non c’è. A un certo punto arriva l’ordine di lasciare l’avamposto, di ritirarsi (forse per lo sfondamento nemico a Caporetto?), e di quei soldati, quelli sopravvissuti all’attacco nemico, non sappiamo più niente. Li perdiamo di vista. Olmi ci mostra invece filmati della guerra e poi della vittoria. Ma è un finale-non finale incongruo di cui si fatica a capire il perché. Resta di bello, in Torneranno i prati, quel pugno di uomini immersi nel vuoto e nel bianco dei panorami alpini. A conferma dello speciale senso per la montagna mostrato da Ermanno Olmi fin dal remoto Il tempo si è fermato, anno 1958. (Dopo questo film mi è venuta voglia per contrasto di leggermi Nelle tempeste d’acciaio, la prima guerra mondiale secondo un tedesco dal forte sentimento nazionale, l’anarca Ernst Jünger).

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